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2 maggio 2021

Roberto Gabetti - Poetiche dell'architettura in fotografia

 

C’è una riflessione molto bella che viene da Architettura dell’eclettismo, la monografia forse più emblematica di Roberto Gabetti, un testo che ha letteralmente aperto una via nuova di studi su questa cifra stilistica e le sue ramificazioni territoriali, nella geografia del Piemonte, ma anche nel segno di influssi e prestiti internazionali. Una frase citata da Daniele Regis per la sua introduzione all’opera fotografica del grande maestro piemontese, suo autentico, assiduo padre intellettuale, che testimonia alla perfezione l’idea di architettura e i modi in cui l’osservazione si trasforma in esperienza: «i caratteri essenziali dell’architettura devono essere percepiti attraverso il meccanismo della memoria: e non solo otticamente, ma con tutti i nostri strumenti sensoriali e mnemonici».


Da qui si evince l’intensità che l
architetto torinese conferiva allo sguardo, uno strumento per penetrare a fondo connessioni, richiami, stratificazioni, una capacità del vedere, del saper cogliere, scomponendo e ricomponendo l’edificio, le strutture, i materiali e i gesti che l’hanno prima creato e poi abitato, quasi fossimo al cospetto di un organismo vivo che prosegue la sua esistenza autonoma nel tempo del paesaggio e del consorzio umano che si rinnova. Un metodo che proprio nella lettura delle opere di Schellino rivela tutta la sua efficacia interpretativa, e verrebbe da dire emotiva, perché per Gabetti soffermarsi su un’opera significa non escluderla dal contesto, e la complessità, l’ambizione dei progetti schelliniani vive e genera intorno a sé una fitta trama di correlazioni, sempre aperte a viste, metamorfosi, sogni ulteriori. Perciò ho scelto di mettere in copertina l’ingresso al cimitero monumentale di Dogliani, paese di Langa che ho esplorato anche nella mia ricognizione d’archivio sull’estroso geometra-architetto; incipit emblematico perché qui il percorso di Gabetti fotografo tornerà quando ormai il ciclo sembrava essersi concluso. Certo, la mitica Leica protagonista degli scatti avventurosi qui riportati dal 1946-1967, non c’era più – sarà il turno della Hasselblad prestata da Aimaro Isola – ma tra il 1970 e il ’72 Gabetti sente l’esigenza di tornare a quella poetica della Langa per la preparazione degli apparati iconografici, insieme a Mulas, dell’Architettura dell’eclettismo. E ci sarà infine modo di discutere ancora di questi temi, del senso di un cammino fotografico esaurito da tempo, eppure sempre operante nelle scelte, nel fraseggio, nell’intreccio dei successivi progetti, in occasione dell’atlante realizzato da Regis sulle architetture di Gabetti e Isola; ancora uno spazio in cui la fotografia, la visione dal vero, cerca di accendere legami, riportare in luce spunti, citazioni, modi di operare e, viceversa, chiarire l’inizio di un’idea, cosa abbia presieduto a una realizzazione.
Se infatti l’architettura è conoscenza, stando al titolo scelto da Gabetti e Isola per la XVI Triennale di Milano (catalogo Alinari, 1981), anche la fotografia lo è, in quanto strumento che può confermare gli esiti (costruzioni, libri) a seguito di un lungo lavoro di ricerca attraverso le immagini. È ciò su cui ripetutamente torna lo scritto introduttivo di Regis, in quanto l’attenta rilettura e comparazione delle opere potrebbe confermare il primato della fotografia, la sua preesistenza come innesco. Caso emblematico durante le ricognizioni delle architetture antonelliane meno note delle origini a Soliva e Castagnola, nel novarese, l’incontro con i taragn, le impressionanti strutture rurali valsesiane, risalenti al Medioevo. Ne sarebbe nato uno studio affascinante sulla cura storica, scientifica, l’interesse sentimentale e di ricerca per i borghi conservati, tipico del modo di procedere gabettiano, che da un singolo elemento minore, perfino trascurabile, avulso rispetto ai miti del moderno, trae un disegno ampio, coinvolgente, approfondito nello spazio e nel tempo, un quadro delle identità che dal locale giungono ad abbracciare culture vaste, extraterritoriali.
Il curatore, Sisto Giriodi, che ci tiene a presentare la galleria di Gabetti qui raccolta come un qualcosa che riflette lo spirito del progetto, lontano da tecnicismi e astrazioni, per guidarci a questa doppia lettura di testi e immagini, in cui i due componenti risultano peraltro intercambiabili, cita un pensiero di Louis Kahn: «Sono affascinato dagli inizi, perché chinarsi sugli inizi è emozionante, come veder spuntare una piantina che diventerà un albero, la fila dei tentativi che portano ai grandi esiti». Non c’è cosa più vera e toccante.
La grande poesia si condensa nel mentre qualcosa sta prendendo forma, si raccoglie in quel che va preparandosi ed è lì che si concentra, subito prima di manifestarsi. E in effetti questi inizi sono rivelatori di una poesia sommessa e al contempo ostinata che anima l’intero impianto del racconto di Gabetti con delle costanti che tornano ad ogni esplorazione, si tratti di un tour amatoriale o dello studio ricognitivo per un concorso. Il superamento delle regole formali nella fotografia di architettura dettate dagli Alinari, il rilievo dato al contesto – così nella celebre presa delle cinque cupole di San Marco o nei diversi scatti “aerei” dedicati a città o campagne; e ancora la ricerca della presenza umana, tanto che delinea una vera e propria antropologia dei luoghi sul doppio fronte del “vissuto” depositato sulle strutture – l’evocazione del tempo, lo stratificarsi della storia – e delle “strutture vissute”, in quanto animate da presenze che ci parlano di una quotidianità istantanea, trascorrente.
Ma c’è anche un’acuta lettura dei cambiamenti in atto, non necessariamente di segno negativo. Gabetti è propenso a comporre dei quadri aperti, su cui non smettiamo di interrogarci, in grado di generare opere ulteriori; è anche il carattere delle sue architetture e della sua produzione saggistica. Così quando in uno scatto lascia collidere l’antico che sopravvive immobile nello sfondo dei palazzi medievali, col moderno, una selva di vetture che occupa un piazzale storico di un centro urbano, in questo intreccio di caldo e di freddo, di architettura fatta a mano e architettura fatta a macchina, prima di tutto ci tiene a registrare la dinamica in atto, a proporla al nostro sguardo per un’analisi. In qualche caso la critica però si fa più aspra. A Firenze, ad esempio, dal fulcro meraviglioso di Santa Maria del Fiore a cui dedica scatti caleidoscopici scomponendo il rivestimento in marmo come un panno vibrante sulla struttura, si volge allo scempio dei palazzoni nuovi, incombenti sul lungarno. I vuoti dei danni di guerra così malamente e affrettatamente occultati da condomini alieni al tessuto urbano sono riassunti in due fotografie dedicate a due diversi quartieri, uno ancora armonico con le case tutte simili, i tetti in tegole; l’altro pieno di abitazioni nuove, alte, bianche che hanno preso il posto di quelle crollate sotto i bombardamenti. Quello delle distruzioni belliche è un tema che lo coinvolge molto sul piano emotivo, e su cui si spende fin dall’inizio delle proprie committenze, tanto che tra i suoi primi incarichi vi sono il recupero dell’ospedale di San Rocco nel Verbano e quello delle Porte Palatine a Torino. In quest’ultimo caso si tratta anche del primo confronto con l’antico, altro polo prediletto intorno al quale è destinata a snodarsi la sua progettualità. Che questo “gioco” di richiamo e sovrapposizione tra epoche diverse eserciti su di lui una notevole attrattiva, si può comprendere da un bellissimo scatto coevo alla committenza palatina, dunque nel ’51, ad Aosta, dove l’imperatore Augusto è ripreso dall’alto in un singolare gesto simpatetico rivolto alla città medievale, sorta per l’appunto sul vecchio castrum.
Fioccano precocemente anche i grandi incarichi, dalla progettazione per la nuova Gam al Palazzo della Borsa. Il gruppo di lavoro è quello ormai rodato, Aimaro Isola, Giorgio Raineri e il fratello Giuseppe Gabetti, ingegnere calcolatore. Non hanno ancora trent’anni e sono già avviati a lasciare un segno nella storia dell’architettura italiana. Dai primi cantieri INA a queste prestigiose committenze, emerge tutto l’affiatamento del gruppo e l’aver saputo elaborare un linguaggio personale, fuori dalla scia del modernismo, una sintassi in grado di accogliere al suo interno i saperi delle maestranze locali, le abilità artigiane, le tecniche del costruire tradizionale. Un’opposizione allo sradicamento, al livellamento culturale che in architettura avrebbe presto mostrato il suo volto di gorgone pietrificante, distaccato, schierato contro l’umano. È lo stesso spirito di restituzione a una grazia, a una storia locale che anima il progetto della bottega d’Erasmo (1956-’57), ma anche quella paziente campionatura di strutture “minori”, eppure alla base di tracce identitarie. Così i balconi a spigolo che somigliano ad antri fiabeschi, le scale in ferro, le stranianti marquise in ferro e vetro sulla riviera ligure, o il liberty esorbitante delle facciate milanesi, come le sue chiese gotiche assediate dalle macchine, oppure una fornace, un solido lontano dalla leggerezza di altre strutture cui solitamente propende, ma altrettanto esemplificativo di quella poesia artigiana del territorio, di quell’umanità del gesto che fabbrica e preserva.
Gabetti ha svolto un’opera di narrativa paziente che oltre alle fotografie può essere rintracciata nei libretti preparatori delle strisce di provini raccolti e montati da Riccardo Moncalvo nel suo laboratorio. Moncalvo, l’altro nume tutelare della fotografia piemontese, il maestro di tutti, l’uomo che con le sue immagini ha attraversato il secolo, celebre anche per gli scatti al patrimonio artistico – si pensi alle sue sequenze dedicate alla grande mostra del Barocco del 1963 – legato a Gabetti da stima, amicizia, interessi tematici condivisi.
Come si vede, è una storia molto articolata, fatta di tanti personaggi di prim’ordine della Torino del dopoguerra, menti geniali, accese dalla voglia di ricostruire e lasciare un segno, ma ben consapevoli dell’importanza delle radici storiche, proprio perché quelle radici la guerra aveva brutalmente scempiato. E con la ricostruzione si rischiava di perdere altro ancora. Roberto Gabetti è stato postmodernista molto prima che si cominciasse a contestare l’avanguardia storica. Il suo linguaggio, il suo rifiuto delle mode venivano dallo studio, dallo sguardo affettivo, dalla conoscenza, il concetto chiave di cui s’è detto in apertura, intono al quale Daniele Regis sceglie non a caso di articolare le sue dense pagine di tributo al maestro e di ingresso dell’osservatore a questo vitalissimo microcosmo di fotografie.
Sfogliando queste foto si scopre un continuum, quasi la volontà di fissare delle tessere in un mosaico che andrà componendosi nell’arco di un’intera vita, anche quando l’esercizio della fotografia, scrupolosamente svolto per circa un ventennio con questa Leica delle meraviglie, la macchina dei reportage che qui viene a narrare lo spazio e le sue costruzioni, pare esaurito. Dal ritratto del Camposanto di Pisa, quasi architettura piovuta sul prato da un altro mondo, edificio multiforme e per certi versi alienante che sembra mutare di continuo sotto il nostro sguardo, alle porte dei borghi o alle rovine di archi romani sommersi dalla vegetazione, a scale e scalinate catturate in inquadrature alla Escher  – con tutta la carica simbolica che questi elementi recano in sé – si coglie una continuità progettuale coerente e originale. Stando che l’originale qui guarda per l’appunto alle origini.


(Di Claudia Ciardi)

 

Edizione commentata:

Sisto Giriodi, Roberto Gabetti archietto e fotografo, introduzione di Daniele Regis, Il Quadrante, Lindau, novembre 2020

* Camera - Centro italiano per la fotografia (Torino) - ha celebrato nel 2020 il suo quinto compleanno (ad oggi si contano 40 grandi mostre e 220.000 visitatori). La mostra su Gabetti è stata inaugurata al buio, a causa dellemergenza sanitaria, lo scorso marzo. A breve si terrà la presentazione ufficiale con i curatori del volume, per festeggiare insieme la ripresa delle attività.

 


 



A Firenze

 


In Val di Susa

 

 Murazzano (Cuneo)



Maggiora (Novara) sulle tracce di Antonelli


Santuario di Oropa
 
 

16 agosto 2020

Sfide barocche di mezza estate

 
Nel solco delle grandi mostre sul Barocco piemontese del 1937 – mostra-evento tra i più partecipati di sempre – e del 1963, con l’altrettanto celebrata rassegna tra Palazzo Madama, Palazzo Reale e Stupinigi, quest’anno la Reggia di Venaria rinnova la tradizione allestendo un ricchissimo percorso orientato alla pittura, scultura, architettura, alle arti decorative, alla toreutica. In scena duecento capolavori per tracciare poco meno di un secolo di creatività tra Roma, Torino, Parigi. Influssi, sodalizi, confronti tra il 1680 e il 1750 in tre capitali dell’arte, di cui la città sabauda appare un polo mediano tra l’antico, rappresentato da Roma, e il nuovo, incarnato dalla cultura nordica, con la scuola parigina che rafforzerà sempre più la propria identità in scia ai suoi maestri e all’insegnamento fiammingo. Quei fiamminghi che tanto penetrarono anche nella stagione rinascimentale, infiorescenza gotica sul tronco dei maestri italiani talora rapiti dal virtuosismo e dalla resa dei dettagli. L’affermazione leonardesca secondo la quale «il piegar de’ panni s’immerge nella luce» indica la suggestione di quei modelli e ancor più un intento per così dire già barocco nell’elaborare alcune rese. Quegli stessi panneggi la cui morbidezza, evanescenza, ipnosi cromatica è stata scelta non a caso a simboleggiare il cammino delle mostre barocche di quest’anno.
La complessità dei richiami, il volto multiforme del passato è uno dei tratti scandagliati in questa mostra torinese che via via ci propone gruppi di artisti dialoganti con espressioni e momenti diversi della storia dell’arte, dall’antico al Cinquecento. Cosicché il Barocco emerge in controluce un po’ come una nave fantasma che appare inavvertitamente allo spettatore nell’incanto di acque sempre nuove. Di questo straordinario collettore di sguardi e compresenze gli architetti assoldati dalla corte torinese si sono fatti interpreti fra i più estrosi e raffinati. Su tutti Filippo Juvarra (Messina 1678-Madrid 1736), nominato architetto regio da Vittorio Amedeo II che gli affidò la regia del progetto di allestimento di opere contemporanee in una sorta di galleria diffusa negli appartamenti regi e nelle chiese torinesi. Nacquero così le collezioni del Castello di Rivoli coi maestri napoletani e veneziani e gli spazi della Venaria riservati ai romani. E infine, a Palazzo Reale, dove alla decorazione commissionata nel 1731 a Claudio Francesco Beaumont fece nuovamente da pendant il progetto juvarriano avviato a Rivoli, con una galleria dei maestri delle “scuole” d’Italia, in parte rievocata in questa mostra.
Un prodigio dell’immaginazione, un grande sogno di bellezza che si manifestò in uno sbalorditivo impulso alla progettualità, sollecitato in primis dai Savoia, ma che trovò terreno fertile nelle comuni di artisti uniti dal desiderio di sperimentare e cimentarsi alla ricerca di linguaggi innovativi. Fu così per l’Accademia dei Francesi a Roma, per l’amicizia che strinsero Le Lorrain e Piranesi, per quella commistione tra radici territoriali e aperture verso l’estero che a Torino vide fiorire il genio di Guarino Guarini e Andrea Pozzo accanto all’operato del viennese Daniel Seiter, chiamato da Vittorio Amedeo II a decorare la nuova Galleria. Austriaco, studioso della tradizione romana, formatosi alla scuola veneziana, Seiter, fra quelle chiamate nella capitale sabauda, è una delle figure che maggiormente rende uno spaccato di quanto i modelli si affollino e si sovrappongano a beneficio della sensibilità barocca.
Menti alla continua ricerca di scenari armoniosi, affascinanti e compiuti allo stesso grado o più di quelli concepiti dagli antichi. Così le tele divengono un banco di prova per rinnovate fughe prospettiche e i disegni sono per lo stesso Juvarra uno spazio in cui poter liberamente sperimentare, una cornice dove tutto è concesso. Ai pittori vengono commissionate vedute dei castelli prima ancora della loro edificazione. Si gioca con l’ambiente e il paesaggio, si cerca l’effetto della luce sulle facciate o negli interni, prima ancora di dare seguito ai lavori. Disegno di architettura e disegno d’invenzione stringono un’alleanza feconda, dai capricci alle acqueforti, da Matteo Ricci alle visioni piranesiane  è questo uno dei lasciti più profondi nel passaggio tra Seicento e Settecento. 
L’iniziativa della Venaria, inserendosi in un progetto di divulgazione del Barocco lungo un secolo, ha il merito di richiamare le rilevanti iniziative del passato da una prospettiva ancora più ampia e coinvolgente cogliendo gli intrecci fra grandi città d’arte, ognuna nei due secoli considerati intenta ad aggiungere nuovi indelebili capolavori al proprio prestigio.          

(Di Claudia Ciardi)  



Nota bibliografica:

Sfida al Barocco. 1680-1750 Roma, Torino, Parigi – Guida breve alla mostra, Sagep edizioni, maggio 2020

Acqua, giardini e parchi: dal teatro barocco al paesaggio urbano, Convegno al Castello Reale di Moncalieri, aprile 2019

Dimitri Brunetti, Beni fotografici. Archivi e collezioni in Piemonte e in Italia, Centro studi piemontesi, 2012

Ancora due settimane per visitare la collettiva di Camera, Vedere il Barocco, nell’ambito delle iniziative culturali di Torino 2020 dedicate a questa stagione dell’arte. In mostra all’interno della Project Room le fotografie di Paolo Beccaria, Gianni Berengo Gardin, Giancarlo Dall’Armi, Pino Dell’Aquila, Giuseppe Ferrazzino, Giorgio Jano, Mimmo Jodice, Aldo Moisio, Riccardo Moncalvo, Ernani Orcorte, Augusto Pedrini, Giustino Rampazzi, Daniele Regis, Roberto Schezen. Un caleidoscopio in cui prendono forma geometrie, danze chiaroscurali, vibrazioni. Fluidità della pietra e strutture come ricami, trine, maschere, epifanie mitologiche – pensiamo alle erme di Ernani Orcorte o alle sontuose combinazioni da miniaturista di Pino dell’Aquila.
Un allestimento sobrio e commovente affiancato da un contributo multimediale sulla grande mostra del 1937, curata da Vittorio Viale. Storia di uno straordinario evento culturale che segnò gli anni Trenta in Italia, ma anche di un grande storico dell’arte, allora direttore dei Musei Civici torinesi, che sollecitò la costituzione del primo archivio fotografico museale, base dell’Archivio storico cittadino. Con i suoi 25.000 metri lineari di carte che coprono una storia urbana millenaria, e le sue cospicue e complesse raccolte fotografiche, quest’ultimo è uno degli archivi comunali più importanti a livello europeo. Tra le più recenti acquisizioni, le duecento lastre di Armando Dupont, fotografo ambulante, che ha lasciato un documento dei costumi del primo Novecento, arricchito da preziosi sfondi urbani oggi scomparsi, e le 172 stampe e ristampe moderne degli scatti di Riccardo Moncalvo, grande occhio narrante di quasi cento anni di storia piemontese. Il suo racconto lo ritroviamo anche nel percorso barocco di Camera dove gli si rende omaggio esponendo l’album del 1963. Dunque, un appuntamento da non perdere che raccoglie la testimonianza dei più grandi autori e ingegni che si sono alternati nella rappresentazione e nella comunicazione del Barocco. 













*Foto della Project Room autorizzate dagli addetti

 
                 
                  Riccardo Moncalvo, fotografo del Barocco

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