6 giugno 2012

Berlin Metropolis


Berlino prima di Weimar. Ebrei e avanguardie



Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino.
Guglielmo II combatté molto energicamente contro i nuovi movimenti artistici e in particolare le correnti moderniste che lambivano la Germania. In un simile contesto gli ebrei si trovarono a gestire non poche leve culturali, contribuendo all’accelerazione di un processo di svecchiamento dei sempre più improponibili modelli imperiali. Una società essenzialmente agricola nel 1850 fu trasformata in una delle più avanzate nazioni industriali a partire dal 1890. Dal momento che gli ebrei avevano lasciato i loro villaggi per le città più o meno una generazione prima rispetto agli altri tedeschi, giocarono un ruolo centrale in questo processo, e alcuni avevano cominciato a diventare abbastanza importanti nella vita economica tedesca proprio dal 1890.
Nonostante le molte opportunità a disposizione durante questo periodo, essi erano tuttavia ancora esclusi da importanti aree della vita pubblica tedesca, come l’esercito, la burocrazia di stato e le università. Essendo loro negato l’accesso alle sfere pubbliche, si volsero così agli ambiti meno organizzati della vita urbana, come i giornali, le riviste, le gallerie d’arte, i caffè, il teatro e i gruppi politici. In questa congiuntura della storia tedesca, gli ebrei erano pienamente tedeschi, ma ancora outsiders della società. Gli uomini e le donne coinvolti nel modernismo appartenevano alla generazione transitoria degli ebrei tedeschi: abbastanza lontani dalla vita tradizionale della comunità ebraica, coinvolti nella cultura tedesca, ma non ancora del tutto assimilati dalla società.
Come ha scritto Frederic Grunfeld: «….fu precisamente questo problematico strato di “ebrei del margine” – i  cosiddetti Grenzjuden – che fornì la maggior parte degli artisti e intellettuali che aiutarono a creare la più esaltante epoca della storia culturale tedesca. L’autentica precarietà della loro posizione a cavallo di due culture dette loro uno straordinario punto di vantaggio da cui esaminare il paesaggio culturale dell’Europa».

L’occasione di una mostra che si è tenuta al Jewish Museum di New York dal novembre del 1999 al marzo del 2000 ha ispirato un bel catalogo, che non solo rappresenta un prezioso approfondimento sulla cultura contemporanea nel vecchio continente ma cerca anche di divulgare tra un pubblico più ampio un pezzo imprescindibile di identità europea. La densa raccolta di saggi, corredata da un interessantissimo apparato illustrativo, che va dai ritratti dei principali animatori della scena culturale del tempo, alle riproduzioni di molte opere d’arte frutto di quei sodalizi magnifici, fino alle locandine degli spettacoli di teatro e cabaret, colma una lacuna su un passaggio storico fondamentale qui avvicinato con esaustiva competenza. 
Il volume, organizzato da Emily D. Bilski, racconta un entusiasmante ventennio a Berlino. Dal 1890 al 1918. Un’avventura culturale e umana che acquista forza e cresce di intensità in quella fervida stagione che segue all’unificazione della Germania e vede Berlino al centro di una clamorosa rinascita di ingegno e creatività.
Un Big-Bang architettonico e tecnologico, sotto l’egida del quale l’estro di molti elementi che provenivano dalle comunità ebraiche, affluiti nella capitale dalle province, sommato alla curiosità delle avanguardie non ebree si mescolano in un sorprendente meticciato artistico.
Una vicenda poco nota e che vale la pena approfondire, perché oltre a rappresentarsi come un magnifico viaggio attraverso gli ambienti e le personalità che hanno presieduto il rito modernista a Berlino, peraltro negli stessi anni in cui Londra era travolta dall’onda vorticista e imaginista degli anglo-americani, qui si tratta anche di una storia dell’integrazione figlia di un momento ideale e perfetto in cui per la prima volta sembra di poter raggiungere un’intesa conciliante e carica di stimoli. Urbanizzati, elettrizzati dal progresso economico e culturale, molti ebrei trovarono nella fremente aria berlinese un tessuto ideale per esprimere la loro identità e quella che intendevano conquistare.
È l’epoca delle riunioni alla Die neue Gemeinschaft dei fratelli Hart, dove artisti e intellettuali ebrei e non ebrei si confrontavano in libertà, e degli incontri al Café des Westens tra un giovanissimo Walter Benjamin e una incontenibile Else Lasker-Schüler. E tuttavia l’ombra della prima guerra mondiale cresceva, da una parte guadagnando metri al tramonto delle censure guglielmine, positivo superamento questo di residue contraddizioni dalle origini antiche, ma anche dal lato opposto inghiottendo in modo inarrestabile quel periodo di elezione, quasi aureo, in cui Oskar Kokoschka, Karl Kraus, Herwarth Walden si erano ritrovati nella “festa mobile” di Berlino.
La risposta alla chiamata alle armi che per molti ebrei significava l’abbattimento dell’estremo muro dell’emarginazione, si trasformò nell’inizio del disincanto. La Repubblica di Weimar fu l’ultimo fragilissimo baluardo di una ideale pacifica convivenza prima della catastrofe.

Il volume oggetto di questo commento è: Berlin Metropolis: Jews and the New Culture, 1890-1918, a cura di Emily D. Bilski, University of California Press and The Jewish Museum, New York, 1999-2000
Per approfondire:
Dalla candela ai quanti. La storia della luce nella filosofia, nell’arte, nella scienza, Arthur Zajonc, Red edizioni, 1999, in particolare il paragrafo La filosofia della vita, pp. 251-254

Sulle attività del Café des Westens si veda la voce di Wikipedia curata da Claudia Ciardi e ispirata al capitolo a tema di Berlin Metropolis
Liberami dal tempo e altre poesie, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, ottobre 2011, volume Acquamarina n. 44
Su Weimar:

La cultura di Weimar, Peter Gay, introduzione di Cesare Cases, Dedalo Libri, 1978
Per una fotografia di Berlino nel periodo weimariano si veda in particolare da p. 171 a 191 

Per un ritratto critico della Berlino modernista a conclusione dell’esperienza di Weimar:

Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931) / titolo originale: Die Fackel im Ohr. Lebensgeschichte (1921-1931), Elias Canetti, Bompiani Tascabili, 1989, su licenza Adelphi. Si veda in particolare la parte quarta, La ressa dei nomi, Berlino 1928, pp. 271-317

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