30 settembre 2013

Storie di eremiti


Red Pine (Bill Porter), La Via al Cielo. Incontri con eremiti cinesi
Ubaldini, 2013

Titolo originale:
Road to heaven. Encounters with Chinese Hermits
Counterpoint, Berkeley, 1993


Cover ©
Ubaldini di Roma offre quest'anno ai lettori italiani un affascinante libro sulla Cina. Saggio storico, politico e antropologico, il resoconto dell’americano Red Pine (pseudonimo di Bill Porter) approfondisce una materia poco nota al pubblico occidentale, ma forse di questi tempi non troppo popolare neppure presso quello orientale.

Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo.

Partito da Taiwan nei giorni delle agitazioni studentesche culminate nel massacro di Tienanmen, insieme al fotografo e compagno di avventure Steven Johnson, Pine raggiunge il Chungnan, l’ultima dimora degli eremiti. Figure chiave nella società cinese, custodi di saperi millenari, gli eremiti sono stati di volta in volta allontanati dal potere ufficiale e chiamati ad affiancarlo. Pine ci riporta alle origini di questa storia e precisamente nel sito neolitico di Panpo, a est di Sian, abitato fin dal quinto millennio a. C. e dove sono stati rinvenuti resti importanti di culture sciamaniche. Alla comparsa dell’urbanizzazione e della stratificazione sociale lo sciamanesimo entrò in crisi e la sua eredità venne gradualmente assorbita da uomini e donne che contestavano la burocrazia della corte e l’esercizio politico privo di virtù. Presso i cinesi gli eremiti hanno sempre goduto di una particolare venerazione in quanto depositari di quel passato spirituale che ha continuato a restare vivo anche in seguito all’avvento della civiltà.

«Quando gli imperatori, i re, i capi dei clan e i capofila della cultura arcaica cinese avevano bisogno di entrare in contatto con le forze naturali, con gli dèi oltre le mura cittadine e all’interno del cuore umano, essi si rivolgevano agli eremiti. Gli eremiti potevano parlare al cielo. Ne conoscevano i segni, ne parlavano il linguaggio. Gli eremiti erano sciamani e indovini, erboristi e medici, adepti dell’occulto e del manifesto. Il loro mondo era ben più vasto di quello circoscritto dalle mura della città. Distaccati dai valori imposti dal capriccio o dalla consuetudine, gli eremiti erano restati parte integrante della società cinese per la loro fedeltà ai valori più antichi della propria cultura».

Talora il potere si è rivolto a questi saggi per trarne consiglio, ritenendo che l’insegnamento taoista fosse l’unico in grado di ispirare il buon governo, e anche, caso affatto raro, per convincerli a interrompere il loro volontario esilio in mezzo alle montagne e a tornare in città nelle vesti di cortigiani, ministri o eredi del regno. La storia degli eremiti diviene dunque una straordinaria allegoria dell’opportunità di conciliare le opposte esigenze di isolamento e impegno pubblico, un dibattito che nella cultura cinese si è sempre rivelato estremamente vivace. Non sorprende quindi che la descrizione di questi tipi affascinanti di maghi, poeti, guaritori e profeti si accompagni a un dettagliato resoconto di storia delle dinastie imperiali e coevi sviluppi del pensiero taoista e buddhista. Durante la sua esplorazione dell’Huashan (Montagna Fiore) Red Pine ripercorre le orme dei primi maestri che qui si ritirarono e la misteriosa sacralità che da millenni circonda i loro romitori, nascondigli impervi destinati a restare inviolati, da cui osservare con distacco i rovesci delle epoche.

«Lo Huashan ebbe lo speciale potere di attrarre venerazione. La sua forma era unica fra le montagne. E scalarla richiedeva grande coraggio e grande desiderio, desiderio non della carne ma dello spirito. Perché lo Huashan fu uno dei primi centri spirituali della Cina, un luogo dove gli sciamani venivano in cerca di visioni».

La camminata di Pine registra i diversi ‘umori’ della montagna, dalla profanazione di numerosi santuari a opera delle Guardie Rosse alle preoccupazioni dei monaci che, nelle maggiori aperture concesse dal governo alla religione, leggono solo l’attaccamento a un utile economico: riempire i templi di visitatori. Mentre Pine stende i suoi appunti di viaggio, in molti santuari si procede infatti a lavori di restauro e ricostruzione. L’opera di ripristino comprende anche le capanne degli eremiti, la maggior parte abbandonate durante la Rivoluzione Culturale. Ma per tutti gli adepti sia delle pratiche taoiste che buddhiste, le quali proprio sui monti Chungnan si erano notevolmente estese, raggiungendo un pari livello di profondità e elevazione, il pericolo incombente consiste nella dipendenza dai fondi governativi. Ricevere sostegni dal governo significa condannare a morte l’identità spirituale dei templi, semplicemente perché ogni sussidio genera un obbligo verso i programmi di Stato, che prevedono la riconversione dei siti in attrattive turistiche.

Nel ricordare le impressioni del buddhista Kao Ho-nien che visitò questi luoghi nel 1904, parlando della loro serenità e solitudine, Pine si interroga, alla fine dello stesso secolo, su quanto sia rimasto dell’atmosfera catturata da quell’attento pellegrino. Viene anche da chiederci, a distanza di altri vent’anni dal diario di Pine, cosa resti dei volti gentili e sorridenti che fanno capolino da queste pagine e se la situazione sull’Huashan come in altri luoghi di culto sia migliorata o soffra le conseguenze di sempre più radicali atteggiamenti consumistici. Grazie alla preziosa testimonianza di diversi monaci, raccolta per via, Pine ridisegna una geografia ‘sepolta’ dalla quale affiorano pressoché intatti racconti, tradizioni e sembianze. Alle vette del Chungnan, definito dagli antichi “l’avo di tutte le montagne”, appartengono esploratori che si sono spinti fino all’India, sfidando pericoli e poteri avversi, festeggiati al loro ritorno come eroi dagli imperatori cinesi; religiosi che, mettendo in gioco la propria vita, hanno difeso i templi dalle distruzioni delle Guardie Rosse; miti custodi impegnati nel salvataggio di un patrimonio culturale millenario insidiato da un nemico ancor più temibile della Rivoluzione Culturale, il materialismo. I maestri ottuagenari incontrati da Pine, scacciati dai loro eremitaggi sulle montagne a metà degli anni Cinquanta, manifestano non di rado una certa rassegnazione per l’aridità dei tempi e anche un senso che non è esagerato definire di sconforto riguardo il destino delle loro più segrete esperienze. Le storie di questi asceti rappresentano l’estremo presidio di una volontà diversa, orientata a valori alternativi e contrastanti rispetto all’agonismo, ai condizionamenti dettati dai desideri e dalla pratica del potere. Perciò, al di fuori del contesto cinese, le biografie degli eremiti divengono il segno di una necessità, probabilmente innata negli uomini, di agire lontano dal clamore, di saper essere interpreti e attori della società anche, e soprattutto, prendendo le distanze dai suoi insanabili conflitti. E forse, l’unica possibilità di esprimere un punto di vista in grado di incidere nel profondo e rovesciare i troppi pregiudizi che inibiscono l’azione, viene proprio, paradossalmente ma neppure così tanto, da chi più ha coltivato i semi dell’immobilità e della solitudine.

(Di Claudia Ciardi)

Anche su sololibri.net:
Red Pine, La Via al Cielo



Testa maschile in bronzo della dinastia Shang (1600-1046 a. C.) 
Fossa sacrificale, sito di Sanxingdui, prov. Sichuan
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©



Testa maschile in bronzo con maschera a lamina d'oro - dinastia Shang
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©


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