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23 aprile 2014

Lou Reed - Berlin, 1973


«Impossibile immaginare come sarebbe stata la musica rock se i Velvet Underground non fossero mai esistiti. […] Si può affermare in modo piuttosto convincente che l’album di debutto della band, The Velvet Underground & Nico (1967), è stato il più influente della storia del rock. Di sicuro è difficile pensare a un altro disco che abbia alterato il suono e il vocabolario del rock in modo così  forte, spostandone in un solo colpo tutti i parametri. Ampie fasce di musica pop venute dopo esistono solo all’ombra di quel disco: è possibile che il glam rock, il punk e tutto ciò che rientra anche lontanamente nella categoria dell’indie rock e dell’alternative rock sarebbero esistiti anche senza The Velvet Underground & Nico, ma è difficile immaginare in che modo. Di sicuro i Velvet Underground non sono stati l’unica band della fine degli anni sessanta a tentare di colmare il baratro apparentemente sconfinato tra il rock e l’avanguardia, e Lou Reed di sicuro non è stato l’unico autore convinto che i testi delle canzoni potessero avere la stessa dignità e la stessa importanza della letteratura “seria”. Loro però sono stati gli unici a far sembrare il superamento di quel baratro la cosa più naturale del mondo. […] Con l’avanzare della sua carriera, Lou Reed diventava sempre più contraddittorio. Il volto che presentava al mondo, almeno nelle interviste, era incessantemente combattivo, sdegnoso e taciturno, e questo si rifletteva spesso nella sua musica: le quattro faticose canzoni che compongono il lato b del suo concept album del 1973, Berlin, sono espressioni piuttosto straordinarie di freddezza e crudeltà».

Alexis Petridis, The Guardian (November, 2013)



Non basta certamente un solo ascolto per capire il sound di Berlin (1973). L’etichetta di concept album, formula per definire una raccolta le cui canzoni ruotano attorno a un unico tema, di sicuro non basta a contenere tutte le suggestioni di questo lavoro. La prima volta che mi ci sono messa, non troppo tempo fa, non l’ho capito quasi per nulla ma di sicuro posso dire di esserne rimasta affascinata. La crudeltà dei suoni lascia l’ascoltatore spiazzato, costringendolo a prendere a calci i suoi quattro stracci borghesi, nel caso in cui ne sia vestito. E l’elemento che più a suo tempo scatenò la critica è proprio questo schiaffo dato platealmente alle convenzioni borghesi. Il racconto impietoso di una crisi di coppia cozzava con i migliori spot dell’idillio familiare, perfetto, equilibrato e senza macchia. La famiglia descritta da Reed è invece l’anticamera di tutte le ansie e contraddizioni moderne. La musica crea uno spaccato narrativo senza precedenti e Reed sembra voler trascinare il suo pubblico davanti allo specchio per dire a ognuno senza girarci troppo intorno: «Amico, o hai il coraggio di guardarti o hai chiuso». Scelta tematica estremamente coraggiosa perché c’è anche molto di autobiografico, una autoanalisi esibita su un palco.
L’artista lega il suo cinismo, la sua buona dose di umorismo macabro e yiddish, la sua personalità schizofrenica, le sue paranoie, il suo senso di alienazione allo sfondo di una Berlino altrettanto cupa e delirante, che dialoga a meraviglia con la sua personalità. Reed trova una sintonia perfetta proprio con la città del Muro, che lo contamina e finisce per esasperare certi tratti della sua musica: del resto, dove meglio avrebbe potuto essere concepito un disco che parla di una separazione tra due persone, di una rottura che non potrà essere sanata in alcun modo, di un rapporto che va a rotoli in una singolare e deprimente coincidenza tra storia individuale e collettiva?
La relazione tra Jim e Caroline, entrambi tossicodipendenti, corre sul ‘versante selvaggio’ di nichilismo, degrado, meschinità che spesso sfociano in gesti di odio e cattiveria gratuita, concludendosi tragicamente col suicidio di Caroline.
«A film for the ear» lo definì Reed, e in effetti quel pianoforte che affiora dalla buia e fumosa sala di un caffè, tormentato quanto basta per l’atmosfera che si respira attorno al Muro, una volta sentito vi resterà addosso come la più pungente delle ossessioni. Notte  anni ’70,  frontiera gelida e insonne, davanti a questa tastiera scura in volto resterete completamente disarmati: la melodia non vi darà tregua, picchierà dritta sui vostri nervi, che vi piaccia o no scenderà giù come un bicchiere di veleno e si farà ascoltare.
Così Reed firma una delle più dolenti e crude cartoline della metropoli, incrociando spietatamente la Stimmung di quel complicato decennio; questa Berlino triste, introversa, stremante, città simbolo della divisione e della decadenza, narrata sul filo dei riferimenti a Bertolt Brecht e Kurt Weill, finisce per abitare ognuno di noi.
Perfino quando si ascolta un pezzo strumentale come Neuköln (la grafia giusta sarebbe con la doppia “L”), scritto da David Bowie, che a Berlino viveva a Schöneberg sulla Hauptstraße, e Brian Eno nel 1977 per l’album Heroes, si comprende quanto Reed abbia lasciato il segno con la sua Berlin del ’73. Bowie, del resto, non celò mai il grande debito d’ispirazione che lo legava a Reed, tanto da avergli prodotto il suo secondo album di grande successo, Transformer, lavoro che precede proprio Berlin.
«It’s intensely dark in its lyrical content» si legge in un commento della BBC, e questo è infatti il marchio di fabbrica di uno scavo affilatissimo dentro i caratteri umani, un’opera al nero che guarda in faccia le miserie della vita.
Lou Reed, scomparso a 71 anni lo scorso 27 ottobre 2013, vogliamo ricordarlo così, come un interprete assurdo e proprio perciò altrettanto impeccabile di un’epoca. Ribelle, fuori dalle righe, poeta devoto alla sua stagione in inferno, Reed ha scritto a suo modo una parte di storia all’ombra del Muro, e ci pare giusto, tra le tante immagini e testimonianze che vanno avvicendandosi in questo venticinquesimo anniversario della caduta, far rivivere anche un po’ della sua voce.

(Di Claudia Ciardi)




Tracklist
:
Berlin
Lady Day
Man of good fortune
Caroline says I
How do you think it feels?
Oh, Jim
Caroline says II
The kids
The bed
Sad song
Rockol/ review
******


Berlin may be a great album, it's just not an easy one to listen to. It's intensely dark in its lyrical content, charting the doomed relationship of Caroline and Jim following them through drug addiction, domestic violence and suicide. Not the cheeriest of subjects for a concept album.

First released in 1973, it was a commercial failure but became a cult classic. Berlin came hot on the heels of Reed's glam rock masterpiece Transformer. Anyone expecting a commercial follow-up was non-plussed to say the least. But 30 years after its debut, Reed is now touring the album for the first time, hence the re-issue.

Lou Reed has never been the most melodious of singers, but his gravelly, nasal, mumble-y singing suits the subject matter perfectly. His voice sounds like he has been there, done that, and adds an air of jaded, cynical depression to the tracks.

Who else could carry off lyrics like, 'Caroline says as she gets up off the floor/You can hit me all you want to, but I don't love you anymore/ Caroline says while biting her lip/ Life is meant to be more than this, and this is a bum trip'? It's not exactly Kylie Minogue territory.

But doom and gloom aside, musically Berlin is brave, adventurous and keeps on surprising you.

"Caroline Says I'' is a particularly odd track, sounding generally upbeat. Until you listen to the lyrics, that is. More creepily, ''Kids'', about Caroline's children being taken away, features producer Bob Ezrin's children screaming for their mother.

"The Bed'' sounds like a love song, but is instead about Caroline's suicide. The words are filled with regret and the soft acoustic sounds help you picture her drifting into unconsciousness.
Berlin is definitely a challenge, and is about as far away from pop, or dinner party music as you can get. But thanks to Ezrin's production it has a rich, lush sound with the string and horn sections, and backing choir (and occasional cracking guitar solo), showcased best on "Sad Song''. 

This was the sound of Lou trying something new, brave and ambitious at a time before he was in thrall to rock 'n' roll history. As such it's stood the test of time and you won't regret the time you spend listening to it. Just don't expect to be cheered up.

BBC Review by Helen Groom


Lou Reed - portrait
Links:

20 Essential Lou Reed Tracks
A look back at the legendary rocker's best moments from the Velvet Underground and beyond - su Rolling Stone Music

Remembering Lou Reed's Classic Album Berlin  - Ted Drozdowski

Lou Reed - Berlin Album Review - Contact Music

Official Italian Site

Clouds&Clocks di Beppe Colli

Lou Reed: Berlin. La prima tragedia pop postmoderna
Sul blog «Detriti di passaggio», il 21 ottobre 2013

Lou Reed (part two)
Sul blog «Spirito critico»



30 settembre 2013

Storie di eremiti


Red Pine (Bill Porter), La Via al Cielo. Incontri con eremiti cinesi
Ubaldini, 2013

Titolo originale:
Road to heaven. Encounters with Chinese Hermits
Counterpoint, Berkeley, 1993


Cover ©
Ubaldini di Roma offre quest'anno ai lettori italiani un affascinante libro sulla Cina. Saggio storico, politico e antropologico, il resoconto dell’americano Red Pine (pseudonimo di Bill Porter) approfondisce una materia poco nota al pubblico occidentale, ma forse di questi tempi non troppo popolare neppure presso quello orientale.

Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo.

Partito da Taiwan nei giorni delle agitazioni studentesche culminate nel massacro di Tienanmen, insieme al fotografo e compagno di avventure Steven Johnson, Pine raggiunge il Chungnan, l’ultima dimora degli eremiti. Figure chiave nella società cinese, custodi di saperi millenari, gli eremiti sono stati di volta in volta allontanati dal potere ufficiale e chiamati ad affiancarlo. Pine ci riporta alle origini di questa storia e precisamente nel sito neolitico di Panpo, a est di Sian, abitato fin dal quinto millennio a. C. e dove sono stati rinvenuti resti importanti di culture sciamaniche. Alla comparsa dell’urbanizzazione e della stratificazione sociale lo sciamanesimo entrò in crisi e la sua eredità venne gradualmente assorbita da uomini e donne che contestavano la burocrazia della corte e l’esercizio politico privo di virtù. Presso i cinesi gli eremiti hanno sempre goduto di una particolare venerazione in quanto depositari di quel passato spirituale che ha continuato a restare vivo anche in seguito all’avvento della civiltà.

«Quando gli imperatori, i re, i capi dei clan e i capofila della cultura arcaica cinese avevano bisogno di entrare in contatto con le forze naturali, con gli dèi oltre le mura cittadine e all’interno del cuore umano, essi si rivolgevano agli eremiti. Gli eremiti potevano parlare al cielo. Ne conoscevano i segni, ne parlavano il linguaggio. Gli eremiti erano sciamani e indovini, erboristi e medici, adepti dell’occulto e del manifesto. Il loro mondo era ben più vasto di quello circoscritto dalle mura della città. Distaccati dai valori imposti dal capriccio o dalla consuetudine, gli eremiti erano restati parte integrante della società cinese per la loro fedeltà ai valori più antichi della propria cultura».

Talora il potere si è rivolto a questi saggi per trarne consiglio, ritenendo che l’insegnamento taoista fosse l’unico in grado di ispirare il buon governo, e anche, caso affatto raro, per convincerli a interrompere il loro volontario esilio in mezzo alle montagne e a tornare in città nelle vesti di cortigiani, ministri o eredi del regno. La storia degli eremiti diviene dunque una straordinaria allegoria dell’opportunità di conciliare le opposte esigenze di isolamento e impegno pubblico, un dibattito che nella cultura cinese si è sempre rivelato estremamente vivace. Non sorprende quindi che la descrizione di questi tipi affascinanti di maghi, poeti, guaritori e profeti si accompagni a un dettagliato resoconto di storia delle dinastie imperiali e coevi sviluppi del pensiero taoista e buddhista. Durante la sua esplorazione dell’Huashan (Montagna Fiore) Red Pine ripercorre le orme dei primi maestri che qui si ritirarono e la misteriosa sacralità che da millenni circonda i loro romitori, nascondigli impervi destinati a restare inviolati, da cui osservare con distacco i rovesci delle epoche.

«Lo Huashan ebbe lo speciale potere di attrarre venerazione. La sua forma era unica fra le montagne. E scalarla richiedeva grande coraggio e grande desiderio, desiderio non della carne ma dello spirito. Perché lo Huashan fu uno dei primi centri spirituali della Cina, un luogo dove gli sciamani venivano in cerca di visioni».

La camminata di Pine registra i diversi ‘umori’ della montagna, dalla profanazione di numerosi santuari a opera delle Guardie Rosse alle preoccupazioni dei monaci che, nelle maggiori aperture concesse dal governo alla religione, leggono solo l’attaccamento a un utile economico: riempire i templi di visitatori. Mentre Pine stende i suoi appunti di viaggio, in molti santuari si procede infatti a lavori di restauro e ricostruzione. L’opera di ripristino comprende anche le capanne degli eremiti, la maggior parte abbandonate durante la Rivoluzione Culturale. Ma per tutti gli adepti sia delle pratiche taoiste che buddhiste, le quali proprio sui monti Chungnan si erano notevolmente estese, raggiungendo un pari livello di profondità ed elevazione, il pericolo incombente consiste nella dipendenza dai fondi governativi. Ricevere sostegni dal governo significa condannare a morte l’identità spirituale dei templi, semplicemente perché ogni sussidio genera un obbligo verso i programmi di Stato, che prevedono la riconversione dei siti in attrattive turistiche.

Nel ricordare le impressioni del buddhista Kao Ho-nien che visitò questi luoghi nel 1904, parlando della loro serenità e solitudine, Pine si interroga, alla fine dello stesso secolo, su quanto sia rimasto dell’atmosfera catturata da quell’attento pellegrino. Viene anche da chiederci, a distanza di altri vent’anni dal diario di Pine, cosa resti dei volti gentili e sorridenti che fanno capolino da queste pagine e se la situazione sull’Huashan come in altri luoghi di culto sia migliorata o soffra le conseguenze di sempre più radicali atteggiamenti consumistici. Grazie alla preziosa testimonianza di diversi monaci, raccolta per via, Pine ridisegna una geografia ‘sepolta’ dalla quale affiorano pressoché intatti racconti, tradizioni e sembianze. Alle vette del Chungnan, definito dagli antichi “l’avo di tutte le montagne”, appartengono esploratori che si sono spinti fino all’India, sfidando pericoli e poteri avversi, festeggiati al loro ritorno come eroi dagli imperatori cinesi; religiosi che, mettendo in gioco la propria vita, hanno difeso i templi dalle distruzioni delle Guardie Rosse; miti custodi impegnati nel salvataggio di un patrimonio culturale millenario insidiato da un nemico ancor più temibile della Rivoluzione Culturale, il materialismo. I maestri ottuagenari incontrati da Pine, scacciati dai loro eremitaggi sulle montagne a metà degli anni Cinquanta, manifestano non di rado una certa rassegnazione per l’aridità dei tempi e anche un senso che non è esagerato definire di sconforto riguardo il destino delle loro più segrete esperienze. Le storie di questi asceti rappresentano l’estremo presidio di una volontà diversa, orientata a valori alternativi e contrastanti rispetto all’agonismo, ai condizionamenti dettati dai desideri e dalla pratica del potere. Perciò, al di fuori del contesto cinese, le biografie degli eremiti divengono il segno di una necessità, probabilmente innata negli uomini, di agire lontano dal clamore, di saper essere interpreti e attori della società anche, e soprattutto, prendendo le distanze dai suoi insanabili conflitti. E forse, l’unica possibilità di esprimere un punto di vista in grado di incidere nel profondo e rovesciare i troppi pregiudizi che inibiscono l’azione, viene proprio, paradossalmente ma neppure così tanto, da chi più ha coltivato i semi dell’immobilità e della solitudine.

(Di Claudia Ciardi)

Anche su sololibri.net:
Red Pine, La Via al Cielo


* Foto di Claudia Ciardi © prese autorizzate dal personale della mostra



Testa maschile in bronzo della dinastia Shang (1600-1046 a. C.) 
Fossa sacrificale, sito di Sanxingdui, prov. Sichuan
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©



Testa maschile in bronzo con maschera a lamina d’oro - dinastia Shang
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©



La Montagna dell'anima di Gao Xingjian.
In copertina una sua illustrazione: Il volo della notte



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