30 maggio 2016

Lou Andreas Salomé - Lungo il cammino




In occasione dei venticinque anni della casa editrice Via del Vento (1991-2016), siamo lieti di offrire ai lettori un nuovo racconto inedito in Italia di Lou Andreas Salomé. Lo spessore di questa prosa, ambientata nei maestosi scenari alpini del Tirolo e del Salzkammergut, illumina con un’intensità forse finora sconosciuta al pubblico italiano l’attitudine letteraria di un’intellettuale più nota per la produzione saggistica e i suoi scritti memoriali.

Sulla scia del lavoro di studio iniziato lo scorso anno, con la pubblicazione del racconto breve Una notte, si è qui proseguito lo scavo di quell’universo narrativo in cui è possibile cogliere molti nuclei simbolici che denotano un precoce interesse della Salomé per la psicoanalisi, assai antecedente al suo incontro con Freud.
Qui il tedesco dell’autrice cambia passo, liberando accenti poetici di straordinaria intensità. Si ha l’impressione di poggiare i piedi su un mosaico fluttuante e mutevole dove tuttavia paesaggi e persone parlano con una voce sola. Uno stato d’animo che trascende i protagonisti, immanente alla trama, perfino presago dei suoi esiti. In questo racconto di montagna è chiaro il senso iniziatico che ambientazione e caratteri assecondano. L’indecifrabile magnetismo dell’Attersee, punto d’approdo della vicenda, è anche uno snodo tra due mondi sospesi. Da una parte il tempo faticoso ma pure autentico della montagna dall’altro quello seducente quanto irrisolto della pianura. 
La stessa atmosfera che a Gustav Klimt, legatissimo a tali località, ispirò innumerevoli vedute che hanno segnato la storia dell’arte.

(Di Claudia Ciardi)


Di Lou Andreas Salomé, amica e compagna di numerosi intellettuali, quali Nietzsche, Rilke, Freud, moglie del noto orientalista Carl Andreas, studiosa eclettica e grande viaggiatrice, fra le pioniere della psicoterapia, queste edizioni presentano un racconto inedito in Italia.




Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino,
cura e traduzione di Claudia Ciardi,
Via del Vento edizioni, aprile 2016
ISBN 978-88-6226-090-9

Scheda del libro - Book snippet





From the book:


«I due giovani stesi sul muschio tacquero a lungo. Il sole spandeva il suo tepore primaverile tutt’intorno, gialle farfalle svolazzavano vicino alla genziana che stagliava il suo blu davanti a loro sull’impervio alpeggio, e sopra lo Schwarzensee si ergevano i picchi innevati nella luce dorata del mattino».

[…]

«Da lì fuori l’interno della malga somigliava a un buco nero e anche più scuro, e la preghiera meccanicamente recitata prima del pranzo attorno al focolare risuonava all’esterno come se provenisse dalla cupa cavità di un tempio. E dopo che anche l’ultima parola della preghiera si era spenta, ciascuno dei tre, stretti uno accanto all’altro sulla panca, immerse il suo cucchiaio di stagno nella scodella comune con così solenne lentezza che era come se proprio allora cominciasse la funzione sacra».

[…]

«Stavano giusto uscendo dall’atmosfera crepuscolare della gola montana, quando d’un tratto a una brusca curva del sentiero si schiuse davanti a loro, irradiato dal sole e in un bagliore beato, uguale a un dipinto del nord Italia, l’Attersee splendente d’azzurro immerso nella neve di maggio della corona dei suoi monti».


Related links:

Lou Andreas Salomé - Una notte.
Ritratto dell’orientalista Carl Andreas, marito della scrittrice, e cenni sul lavoro di traduzione per Via del Vento.

«Mantua me genuit» - Mantova capitale italiana della cultura 2016
Ringraziamenti al comitato organizzatore del premio letterario Terra di Virgilio, nellambito del Festival Internazionale di poesia, per limportante riconoscimento che mi è stato conferito.  




24 maggio 2016

«Mantua me genuit»



Con questo breve intervento, pur certa di non poter rendere giustizia alla densità emotiva che lo ispira, desidero ringraziare gli organizzatori del Premio Terra di Virgilio nell’ambito del Festival letterario internazionale che ha animato la città di Mantova, capitale italiana della cultura per il 2016.
Ringrazio il poeta Beppe Costa che ha voluto conferirmi un riconoscimento da cui mi sento particolarmente onorata, perché viene da una città di antiche nobili e solide tradizioni d’arte. La mia gratitudine va inoltre a Enrico Ratti, autore di un bellissimo commento che valorizza e lega la mia opera a coordinate simboliche tra le quali mi scopro a mio agio. A Enrico, alla sua cordialità e gentilezza, ripeto qui il mio grazie, di cuore. A Gilgamesh Edizioni, nella persona di Dario Bellini, il plauso per aver dato ulteriore lustro alle opere vincitrici e segnalate, attraverso l’antologia coordinata dai presidenti delle giurie e introdotta da una nota del sindaco di Mantova, fortemente impegnato nella valorizzazione del patrimonio artistico del capoluogo lombardo, tra passato e fermenti contemporanei. Rileggere le tante voci che si sono alternate nel pomeriggio trascorso alla Loggia del Grano è un dono che prolunga nel tempo un’esperienza altrimenti destinata solo alla memoria di chi vi ha partecipato. Come si dice “scripta manent”.
Ci tengo anche a sottolineare che la formula del premio, ma sarebbe forse più giusto definirlo un incontro di ingegni, orientato fra le altre cose alla valorizzazione dei talenti di persone affette da disabilità o con percorsi cosiddetti difficili, rappresenta uno scrigno di umanità davvero prezioso. Infine, la presenza di Eughèny Solonovich, italianista russo, da molti anni mantovano di adozione e grande traduttore di poesia italiana per il suo paese d’origine, mi è sembrata simile a quella di un nume tutelare che tutto ascolta e su tutto veglia, assicurandosi che ogni parola assolva il proprio compito. 
Non avrei saputo immaginarmi tra le vie di Mantova in un’occasione migliore e coglierne così la straniante atmosfera di città-sogno, caratteristica unica di fronte a cui si resta quasi sconcertati. Questa dimensione fiabesca di un tempo che continuamente sconfessa le sue cadenze, ha a che fare non poco coi miei versi, e direi in generale con la mia sensibilità. Ed è stato bello scoprirsi tanto affini. Sostengo da sempre che l’incontro con un luogo non è diverso da un incontro fra persone, perché di quelle parti spirituali diffuse in epoche e pensieri lontani il luogo è per l’appunto la somma. Quando poi una città ti accoglie indossando l’abito della festa – sole pieno, aria estiva, entusiasmo della gente – allora ci si sente ancora più vicini a quegli incantesimi che fanno della vita la meravigliosa avventura che è.

(Di Claudia Ciardi)


Mantova - Capitale italiana della cultura 2016

Antologia. Premio nazionale di poesia “Terra di Virgilio”, seconda edizione. Autori vari.
Gilgamesh Edizioni, maggio 2016
ISBN 978-88-6867-152-5



 La locandina dell'evento letterario

 Il giorno della premiazione alla Loggia del Grano di Mantova (21 maggio 2016)

 Il pubblico presente alla manifestazione

L'italianista russo Eughèny Solonovich invitato dalla giuria a prendere la parola

14 maggio 2016

Metropole Berlin (II)



La copertina del bel volume dell’editrice Schacht, che Walter mi ha venduto a prezzo irrisorio, e il mio taccuino dei disegni made in Via del Vento. 



La commistione etnica, se da una parte è il carattere principale delle metropoli, negli ultimi anni ha assunto a Berlino, porta di molti orienti, nuove cadenze, e in alcune rughe della città rivela ora il vero volto di quell’esotismo tedesco vagheggiato da poeti e studiosi all’inizio del Novecento.
Tra le strade di Gesundbrunnen, nel contrasto delle sue geometrie irregolari livellate dai grandi boulevard liberty, tra la nota fisionomia dei chioschi e l’indolente trascuratezza delle pollerie arabe, cresce questo doppio sogno, riflesso di due personalità parallele. Una collisione che va saturando rapidamente ogni zona franca del luogo, o che si illude di essere stata tale. Perché a Berlino, più di altrove, pochissimo, quasi nulla è rimasto fermo, e anche la memoria si è dovuta adattare alla continua metamorfosi. 
Da un po’ di tempo tutto sembra sotto assedio, le periferie si espandono ma spingono anche sul cuore della città, ognuno sembra impegnato a difendere la propria idea di spazio percorrendo un’estrema quanto improbabile via di riscatto. Del resto, questa convivenza di uomini e cose sbattuti in mezzo al traffico e al cemento, le più volte esita in conflitto ma può anche spiazzare per le sue insospettabili alleanze. L’aggirarsi di una simile tensione forgia i caratteri e raddoppia gli orizzonti del fare quotidiano. Forse, anzi,  è l’attrattiva maggiore dei contesti metropolitani, che sono in prima battuta degli enormi accumulatori di energia, e perciò possono permettersi di dissiparla con altrettanta, se non più disinvolta leggerezza.
C’è dunque da un lato il dinamismo berlinese e dall’altro la sua fatiscenza da ghetto. Di tanto in tanto si notano portoni sistemati alla buona, catene che hanno fatto la ruggine, fil di ferro, chiodi piantati su tavolacci sconnessi, baluardi che con le loro cicatrici si sono battuti per difendere il diritto di un passato, incline ancora a raccontarsi. Qui si impara che la vera incuria, talvolta, non è l’abbandono ma un accanimento, assai più selvaggio, a regolare e uniformare lo spazio.
Capita di scendere nelle braccia di Caronte come nella pace dei boschi. E anche l’umanità che vi si aggira riflette questa stessa condizione indecifrabile e sospesa. S’incontrano tipi bardati di fez, signorine che alle otto di mattina salgono in treno e lì finiscono di truccarsi, sbandati, vecchiette che masticano acciacchi e bestemmie. Anche quando ci si crede al sicuro per aver scelto un cammino che senza devianze ci porti al lavoro, non è mai detta l’ultima parola. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo, questione di attimi.  
È su simili scivolosi tracciati che la libreria di Walter mi apparve anni fa come un’insenatura gentile, un occhio sonnolento che di tanto in tanto si apriva nel ritmo vorticante di Schöneberg. Da allora, ogni volta che mi si è presentata l’occasione, non ho smesso di fargli visita. Ecco, se siete stanchi del lungo girovagare in metropoli, il mio invito è a entrare in una di queste oasi della carta stampata e riprendere fiato. Non resterete delusi, in quanto il libraio a Berlino è un’istituzione, al pari degli autisti dei treni o dei panettieri. Come in un romanzo, si tratta di quei personaggi chiave che accompagnano la trama e fanno sentire meno soli i protagonisti, non di rado finendo per rubare loro la scena. 
Un carrettino dipinto di bianco, parcheggiato sul marciapiede, un’insegna all’antica, una vetrina dimessa da cui si invitano i passanti a gettare uno sguardo sulle rarità. Walter è un uomo mingherlino sulla cinquantina, dai modi educati ma senza affettazione. Sta sempre seduto dietro il suo bancone-scrivania a leggere o catalogare i nuovi arrivi. Ha una spiccata passione per la fotografia in bianco e nero, motivo delle mie assidue peregrinazioni; ritengo infatti possa vantare alcuni degli album più belli dedicati alla città prima della distruzione nella seconda guerra mondiale. 
Quando ci si chiude alle spalle la porta a vetri, il caos scompare e s’infrange nell’ambiente ovattato delle scaffalature, immerso in una semioscurità rotta soltanto dalla lampada da tavolo del proprietario. Che fuori ci sia il sole o piova a dirotto, lì dentro la luce non cambia mai. È un tempo fisso quello che Walter offre a chi lo cerca. Il suo stesso modo di parlare ne è una prova tangibile. Una soccorrevole sorpresa per il visitatore che intenda affacciarsi su un’altra città, distanziandosi per qualche momento da quel martellare seducente della superficie che tanto ha da narrare ma dove non è escluso che ci si smarrisca. 

(Di Claudia Ciardi)
  

30 aprile 2016

Metropole Berlin (I)





Circumnavigando l’uscita secondaria della stazione di Schöneberg, ingentilita dai tavolini all’aperto del ristorante italiano che invadono prontamente il piccolo slargo nelle giornate di sole, si risale per una stradina all’apparenza tranquilla dove un calzolaio, sempre in pieno sole, lavora su un panchetto tra la soglia del suo negozio e il marciapiede. E se si alza lo sguardo capita di vedere un paio di piedi spuntare da un davanzale, forse qualcuno che si gode la siesta ai primi caldi. Io mi immagino già un lettore incallito o un musicista con qualche tic. Sotto un palo della luce una piantina, imbracata con mezzi di fortuna, veglia i passanti. Sul vaso si legge, non senza sforzo, l’invito a dedicarle qualche cura. E come si fa, là sopra? Opera di un briccone, il tipo del davanzale? Ormai lo penso come un paio di piedi che trafficando in completa autonomia hanno provveduto a tutto. Non ci sarebbe da stupirsi.
Un altro slargo con panchine, e la musica cambia. Addio, caro artigiano, apparizione fuori tempo di una via laterale, addio alla tua testa china di radi capelli rossicci che ti incoronano morbidamente la nuca. Addio a quel silenzioso compare, che con l’altera devozione di un rabbino, in piedi davanti a te, non stacca lo sguardo dalle tue mani. Ora è tutto un corteo di vecchi, faccia scavata e fronte bassa, che scrutano astiosi chi gli sfila di fronte e con avida curiosità le minigonne delle ragazze. Qualcuno si lascia scappare un grugnito, più per quel che vorrebbe avvistare e che con altrettanta inesorabile pervicacia gli si sottrae. Le belle passanti navigano veloci, troppo veloci perché le loro voglie tarde riescano a andare a segno. È gente povera del quartiere e raramente sembra aver visto cose diverse da questo incrocio di strade. Se ne rimangono lì per ore, simili a statue di sale, si tollerano poco perfino tra loro, infastiditi dalla reciproca esibizione delle proprie miserie. C’è una chiara impudenza che accompagna il loro vivere quotidiano e li accomuna, ma ognuno vorrebbe esserne il detentore indiscusso. Ognuno al centro di un suo regno, tiranno e schiavo del proprio temperamento bilioso, allora sì riuscirebbe a compiacersi di ciò che è, non visto, non esautorato, per dire, dagli altri. Così in mezzo all’asfalto, invece, il singolo appare interamente condannato. 
Intorno guizzano senza posa i bottegai turchi. Alcuni salmodiando sul marciapiede il nome delle loro mercanzie, altri agitandosi furtivi dietro i banconi, ombre taciturne e quasi inavvicinabili. Superate le botteghe-bazar, sulla prima grande arteria a scorrimento veloce, s’incontra la Hauptstraße, altra affollata patria mediorientale. Una vecchia, con un turbante scolorito in testa, trascina un carrello pieno di lattine. Cerca qualcuno che le paghi il giusto per quella paccottiglia e nel frattempo impreca in un tono sordo che scade nel lugubre. Dice qualcosa riguardo suo figlio, a quanto pare non se la passa niente bene, e spera così di procurarsi più in fretta un acquirente. L’alternanza tra cantilena pietosa e bestemmie è un contrasto troppo singolare per non restarne scossi. Man mano che la donna viene avanti, l’oscillare pauroso del turbante sembra un monito a farsi da parte. Un occhio saettante ripiegato tra i lembi consunti della stoffa, un’animazione pronta a scatenare la tempesta attorno a sé, fendere i marosi, incenerire gli importuni, e far queste e altre cose diaboliche in appena uno schioccare di dita. Quel suo dio ritorto e sonnacchioso come un serpente ne incardina i movimenti, dandole una specie di autorevolezza e gettando su di lei l’inquieto incanto dei derelitti. 
Dietro un banco di frutta un uomo non giovane né vecchio con la barba lunga e un giacchettaccio nero da asceta della metropoli ripete in continuazione “Respekt”. Non si capisce con chi ce l’abbia. Intorno non c’è nessuno, e il banco incagliato sulla via somiglia a un altare miracolosamente scampato alla furia che ha distrutto il suo tempio. Capita di vedere qui ogni genere di commercio, e più che in altri quartieri si assiste a una colorita dimostrazione dell’arte di arrangiarsi. Che per l’appunto è l’arte di maggior successo tra quante si coltivano nelle grandi città. Una volta, a Torino, credo di aver assistito a una delle sue espressioni più bizzarre. Ero in stazione da diverse ore, in attesa di una coincidenza che tardava. Non potendone più di fare la spola tra la caffetteria e la sala d’aspetto, mi accoccolai sulle poltroncine all’aperto nello spazio centrale. Ci misi un po’ a realizzare che intorno a me fioriva uno smercio in grande stile di giornali abbandonati dai viaggiatori. Sulle prime non capii il motivo dei balzi improvvisi di chi mi sedeva intorno. A ogni nuovo arrivo, qualcuno scattava a salutare il capotreno e lestamente prelevava la mercanzia dalle carrozze. Ogni tanto si avvicinava anche qualche pendolare «Come te la passi? Ce l’hai il Corriere di oggi?» ma venivano anche perfetti sconosciuti che subito entravano in confidenza con gli edicolanti improvvisati. Mi sfilò sotto il naso tanta di quella stranezza che ancora non saprei spiegarla. A un certo punto un giovane disteso dietro di me che faceva la guardia ai giornali, si sollevò sui gomiti, e rivolto a un suo chiamiamolo compagno d’avventura: «Tutto è possibile, se quello lassù mi libera dalla pigrizia». Giuro che non ci ho capito nulla. Quando li lasciai seguitavano a impilare i quotidiani che da ogni dove affluivano in stazione. Un rumore continuo di carta strofinata, passata di mano in mano, che a ogni ora serrava le fila. Poi, diciamo così, un cliente, poi una corsa al binario e il capotreno che qualche volta veniva fin lì a dare un’occhiata. Scambio di convenevoli, caffè offerti da una parte e dall’altra. Io che fingevo di leggere ma non mi perdevo neppure una sillaba, né mi facevo scappare il benché minimo gesto. E intanto da quell’andare cadenzato scaturiva una forma di ipnotismo, la più ignobile, perché fondata su un abuso d’incomprensione.  
Nulla di paragonabile però alle stranezze del meticciato berlinese, umanità varia e sfuggente, avvezza a molte e incomprensibili cose e di cui non esiste alcun prototipo – com’è fatto un berlinese, chi ormai può essere considerato, sotto un profilo fisico, l’emblema del prussiano di città? Scrutate le facce della gente in strada e la risposta vi morirà in bocca. [...]

(Di Claudia Ciardi - prima parte)

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