19 agosto 2017

Max Klinger - L'incanto della vita






Segnalo il volumetto, a mia cura, edito da Via del Vento, che racchiude alcuni pensieri salienti di Max Klinger, uno dei massimi incisori di fine Ottocento e, in generale, dell’arte moderna. Ingegno eclettico e particolarmente fecondo – nel 1893, a neppure quarant’anni, aveva già portato a termine dodici tra le sue principali raccolte grafiche – Klinger fu non solo maestro indiscusso dell’incisione, ma anche pittore, scultore, pianista, compositore. Ispiratore di Käthe Kollwitz, profondamente ammirato da un Wassily Kandinskij in cerca della sua strada nei giorni tempestosi del periodo monacense, amico di Arnold Böcklin, celebre pittore simbolista con cui condivise larga parte del proprio immaginario e del percorso artistico ad esso legato, sposato alla fascinosa Elsa Asenijeff, modella, musa, poetessa, madre della sua unica figlia, la figura di Klinger sfugge all’avanguardia storica ma deve ritenersi rispetto a questa una pietra angolare, il punto di congiunzione e rottura che ha convogliato i nuovi semi creativi verso la loro prodigiosa fioritura novecentesca.
Pur aggirandosi sulla riva selvaggia del sogno, dell’erotismo e dell’archetipo mitologico, il narrare klingeriano non si veste di fraseggi eruditi né scivola in astrattismi apodittici. Come già ebbe a dire Giorgio de Chirico, altro grande adepto, tutto in lui è estremamente chiaro, tangibile, reale.
Le fantasticherie, gli adattamenti delle storie mitiche spesso discordi, quando non apertamente anarchici, rispetto alla tradizione, peraltro scoprendo un culto spropositato per Ovidio, precorrono la via surrealista senza tuttavia fare atto di fede. Klinger presiede a una vasta porzione di quelli che saranno gli sviluppi dell’arte nel primo Novecento, ma avvicinarlo a una sola di queste correnti sarebbe togliere forza e completezza al suo cosmo creativo.
In un panorama bibliografico piuttosto povero – una traduzione integrale un po’ datata del suo unico trattato, Pittura e disegno, e pochi cataloghi, fra i quali uno molto buono a cura della Triennale Europea dell’Incisione ma funestato da troppi errori di stampa e di cui sarebbe quindi auspicabile una revisione – l’opera di Via del Vento ha il merito di raccogliere i passaggi che più illuminano la visione artistica di questo interprete, in un volumetto che si offre come pratica e agile introduzione a un personaggio sorprendente.


a cura e con traduzione di Claudia Ciardi,
Via del Vento edizioni, 2016


Tra le raffinate spigolature bibliografiche di Giorgio Bonomi nella rivista d’arte contemporanea «Titolo», edita da Rubbettino, la segnalazione del mio Max Klinger (numero 14, estate-autunno 2017). 






Su «Libero» una bella recensione uscita il 5 febbraio 2017 a firma Mario Bernardi Guardi.

Sul sito «Toscana, Eventi & News» un bellarticolo di approfondimento su questa pubblicazione. 







14 agosto 2017

«Movasi la Capraia»


Capraia, acquerello di Rossella Faleni

A visitare quest’isola la veemenza dell’invettiva dantesca (Inf. XXXIII, 82-84) è l’ultima cosa cui viene da pensare, se non entro quel nozionismo scolastico tendente a riaffacciarsi quando un nome o una data, spesso per i più imprevedibili motivi, risvegliano il monotono ricordo di aule e lezioni. Daltra parte quanto abbia trovato posto nella Commedia si è pure ritagliato una vista privilegiata nella memoria collettiva e non è un caso che l’evocazione di luoghi ritenuti impervi e lontani contribuisca a rafforzare immagini di assoluta spettacolarità (in scia all’adynaton dell’epica greca e virgiliana); si pensi al parallelo tra la Pietrapana (“pietra apuana” con riferimento alla Pania della Croce sulle Apuane) e il glaciale impenetrabile spessore del Cocito (Inf. XXXII, 28-30).

L’origine vulcanica e l’aspetto per così dire selvaggio di Capraia – un abitato bellissimo ma di dimensioni alquanto anguste, poche cale accessibili al turismo, un territorio preservato in tutte le sue peculiarità naturalistiche – ne fanno un’isola di aperti contrasti e perciò anche di assoluta poesia. Questa sua gentilezza selvatica la si scorge ancor più di sera, quando il sole è ormai tramontato e un alone luminoso indugia a lungo sulle cime, addolcendone i profili. È un’isola che ti prende senza parlarti apertamente, si fa amare così, nei suoi silenzi, nelle sue ruvidità, nel modo timido ma ossessivo di seminare la propria attrazione per richiamarti a sé.   

«E i resti sparsi a centinaia
vecchi santuari, un coccio di vissuto
lasciato qui prima che scompaia
beato sia chi l’isola ha cresciuto
chi s’è bagnato il corpo nel suo mare
in questa terra che come un imbuto
solo le belle cose ha fatto entrare».

Dal poema in terzine dantesche di Silvano Panichi, Capraia in canto
Acquerelli di Rossella Faleni, Nuova editoriale Florence Press, 2017
*Ringraziamenti allEnte parco Isola di Capraia - Via Carlo Alberto, 42 - per avermi fatto dono di questa pubblicazione. Presso questa sede sono liberamente consultabili alcuni miei titoli editi da Via del Vento.  

(Di Claudia Ciardi)





  
Capraia secondo le litografie di Vivant Denon
(grazie a Daniele Regis per la segnalazione)



Il portale della Chiesa di Santa Maria Assunta - Capraia Porto



Da Sant'Antonio - nella parte abbandonata e cadente del complesso monumentale



Una vecchia fontana



Una nicchia votiva improvvisata con materiali di fortuna



L'abitato di Capraia



Timidi e sognanti alberini su una una sella - guardando verso l'Arpagna



Vecchie porte nel settore più antico del paese



Affacciandosi su una cala


6 agosto 2017

Respiro





Non ci si stanca a vederlo e ascoltarlo questo Respiro di Emanuele Crialese, per me uno dei capolavori del cinema italiano, misto di delicatezza e arcaismo, straniante immersione di un corpo-paesaggio effuso in una comunità isolana e nel mare che la culla. Personalità e gesti in sospensione, archetipi fluttuanti fra sogno, estasi, corsi e ricorsi di una natura ciclica, potente, inarrivabile che rivendica con forza il suo centro gravitazionale.
Molti silenzi, ritualmente convertiti in ampi, naufraganti sottintesi, e scandita quotidiana cadenza di gente che in un solo cenno sa racchiudere amore, devozione, rispetto, poesia, dolore, turbamento. Questo eros materico, inesausto, attrattivo, evocato in ogni tono, in ogni singolo sguardo o stacco sullo spazio, proiezione e al contempo immensa quinta corporale, è il vero ordinatore e sovvertitore di una trama in ogni istante chiamata a rigenerarsi nella sua ossessionante fisicità. Un incantesimo da duende, luminoso, accecante quanto fosco come l’anima mediterranea che lo suscita. Ragazzini che sembrano idoli scolpiti nella pietra, matrone fattucchiere dagli inconsueti occhi magnetici e uomini completamente, incondizionatamente intrisi da questa femminilità erratica, indecifrabile.
Film colto, posato su un fraseggio leggero, attento a non indugiare nel gioco della citazione che qui si dà solo in quel modo disinvolto e naturalissimo del narrare che appartiene a Crialese, scaglie di un dire comune che armonizza le voci del mare nostrum: la Palestina di Elia Suleiman, le scene di La falaise del marocchino Fawzi Bensaïdi.
La musica fiabesca di John Surman, onde sonore disegnate sull’acqua, segue le orme di queste pulsioni che agitano l’emisfero meridionale, inevitabilmente scuotendo la compassata terraferma. Una Valeria Golino suprema interpreta il ruolo di donna ancestrale e soffusa che sente e presente ogni cosa con la grazia di una dea irrisolta, Penelope fragile e respinta che tuttavia stringe tra le dita il tessuto emotivo dei suoi conterranei. L’isola, periferia, mondo a parte per antonomasia, nel mostrarsi a chi l’osserva e la penetra muta in immenso continente radiale, assoluto generatore di quell’attaccamento corporeo e onirico, senza soluzione di continuità, che a tutto presiede. L’epica lampedusana è in questi fotogrammi ridotta a un’ossatura minimalista, sole che spoglia, stermina, abbatte, rocce a picco sul mare, universo pauroso e franante ma anche rifugio, caverna-madre in cui ci si risveglia protetti ed è possibile ritrovarsi. Emblematica l’accensione dei falò in riva al mare, rito catartico che si completa nella discesa in acqua di tutti i paesani, singolarissima abluzione corale, incontro con quell’elemento liquido che separa e unisce nella carne e nello spirito.


(Di Claudia Ciardi)



Respiro, un film di Emanuele Crialese. Con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D’Agostino, Elio Germano. Drammatico, durata 100 min. Italia 2002.






28 luglio 2017

Il Museo della Montagna





È di sicuro uno dei luoghi più poetici di Torino, non solo per gli appassionati di montagna. Salire al Monte dei Cappuccini significa godere di una delle viste più belle della città e, se vogliamo, anche di una prospettiva un po’ insolita. Il punto panoramico sulla terrazza del museo permette di abbracciare l’intero abitato, con uno degli scorci migliori sopra il Po – i Murazzi nei pressi del ponte Vittorio Emanuele – davanti alla corona delle Alpi. Tuttavia le montagne non si concedono facilmente. Se si va lassù in estate, come ho fatto anch’io, è abbastanza probabile non vederle per nulla; foschia e inquinamento hanno di certo la meglio. E mi raccontava il responsabile di questo spazio che anche d’inverno le condizioni ottimali per un avvistamento nitido, senza velature né opacità, sono assai rare. La foto ufficiale che campeggia all’entrata del polo espositivo, realizzata nel 2011, ha richiesto sei mesi di appostamenti. Mentre mi beavo di questa singolare impresa, che grazie alle qualità del mio narratore si ammorbidiva nei toni della cullante garbatezza piemontese, immaginavo la vita del fotografo per così tante settimane in cerca dello scatto giusto. Ad ogni modo la resa finale è valsa sicuramente questo enorme, quasi monastico, esercizio di pazienza. 
So bene come vanno certe cose. Anche le Apuane da Boccadarno sono piuttosto volubili e capricciose. Talvolta si scoprono in maniera del tutto inaspettata, cogliendo di sorpresa i loro devoti ritrattisti che non riescono a organizzarsi in tempo per puntare gli obiettivi. Questione di poco, cambio di luce, un po’ di foschia dal mare e addio panorama. Tanto che quando cerco di descrivere ai forestieri l’esistenza di questo piccolo Tibet affacciato tra la foce dell’Arno e l’incantevole Marina, mi prendono per un’invasata che, causa un attaccamento puramente personale, tende a ingigantirne il fascino paesaggistico. Ma chi lo ha visto, sa. Può capitare pure che nel giro di una serata si scoprano i crinali del versante viareggino e allora, stando in piedi al centro della piazza del paese, si veda l’alpe accesa dal tramonto navigare letteralmente attraverso la foce e incombere sulle case. Eppure, lo ripeto, sono perle rare. Le montagne, ne sono sempre più convinta, ti sentono e si lasciano avvicinare solo se sai rispettarle e amarle. Questa considerazione l’ho letta in tanti libri di alpinisti – quelli veri – e per prima l’ho incontrata nei bei racconti di Mario Curnis, quando rivolgendosi all’Everest pronunciava questa sorta di preghiera «Ascoltami: stavolta siamo appena in due; due pellegrini e uno sherpa. Saremo tranquilli. Non ti disturberemo. Non sporcheremo le tue nevi. Però tu lasciaci venire su» [Annuario 2002 del Cai di Bergamo]. Quasi un incantesimo, appunto, che mi ha tanto commossa perché molto dice della sensibilità di chi lo ha pronunciato e del suo modo di avvicinare la natura. È lo stesso quando cerchi di rubare l’immagine perfetta a una cima; le montagne le vedi solo se lo meriti.    
Il museo torinese è un luogo accogliente, capace di trasmettere al visitatore il senso dell’avventura, della conquista, della sfida ai propri limiti, pur condotta con intelligenza e modestia, della non comune forza di volontà che richiede lo spingersi in alto – io amo chiamarla la religione del camminare – ma soprattutto mette al centro l’etica della montagna. L’allestimento consiste in un bel connubio tra storia delle spedizioni, pittura e fotografia di montagna dall’Ottocento a oggi, oltre al cospicuo lascito orientale della collezione di Mario Piacenza, costituito da vesti, statue del Buddha, oggetti rituali e d’uso domestico provenienti dal Ladakh, regione himalayana inesplorata fino al suo viaggio del 1913.   
Per quanto riguarda l’excursus fotografico hanno principalmente catturato la mia attenzione le gigantografie in seppia che narrano la lenta inesorabile salita alle cime agli albori dell’alpinismo, con una preferenza per quelle incentrate sulle donne, nei loro ingombranti gonnelloni d’epoca, affacciate ai punti d’osservazione dei rifugi sul Monte Bianco o il Cervino. Gli uomini le affiancano con assoluta naturalezza. Tutti sono rivolti alla montagna. Sono dei pionieri è evidente; anche se non si tratta di scalatori ma di semplici escursionisti, loro sono comunque i primi e sanno di esserlo. Un simile sentire trapela benissimo dalle immagini, e ancor più lo si nota nella postura delle donne, un atteggiamento che sa di orgoglio e di forte affermazione ma che forse tradisce anche un moto di libertà, un istinto naturale cui finalmente si è potuto dare corda.  
Nato nel 1874 come osservatorio dotato di cannocchiale annesso a uno spartano padiglione di legno, poi trasferito nei locali limitrofi dell’ex convento dei Cappuccini, le sale del museo hanno acquisito negli anni una fisionomia multidisciplinare e polifunzionale, spaziando dall’ambito scientifico a quello artistico e didattico, grazie alle mostre che vi si inaugurano nel corso di tutto l’anno e alla presenza della biblioteca nazionale del Club Alpino Italiano – in tutto trentaquattromila monografie e più di mille e seicento periodici a tema montagna.
A partire dal rilevante contributo del Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia, cui è intitolato, e poi con l’Esposizione Internazionale organizzata a Torino nel 1911, il complesso è venuto arricchendosi di materiali e prestigio. Nonostante qualche battuta d’arresto, questo luogo ha saputo traghettare ai giorni nostri ciò che è stato il sogno di tante generazioni passate che per prime lo hanno coltivato avvicinando l’ambiente e la cultura di montagna, e ha il merito di contribuire all’odierno dibattito sulla salvaguardia del patrimonio naturale e sui modi di raccontarlo attraverso la parola e l’immagine.


(Di Claudia Ciardi)   


*Presso la Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano (Salita al Cai, Museo della Montagna - Torino) si trovano le copie del mio volumetto di ambito tirolese, Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino, Via del Vento edizioni, 2016.



Il Monte dei Cappuccini dal Po
 

* Fotografie di Claudia Ciardi
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