18 ottobre 2021

I cammini delle nuvole


Vaghe, diafane, minacciose, monumentali e sempre mutevoli. Misteriose indovine dei cieli, presaghe della tempesta, divine danzatrici notturne, anime sibilline oscillanti al respiro della pioggia, del sole e del vento.

(Di Claudia Ciardi)


* Nell'ambito del progetto "Elogio delle nuvole. Un'apoteosi dei paesaggi fluttuanti"

* Disegni realizzati nel settembre 2021


Nube espressionista



Giorni di grandi tempeste, giorni sublimi




Lembi di cielo I




Lembi di cielo IV




Cielo sul lungomare di Bordighera



Le Alpi Marittime al confine con la Francia


8 ottobre 2021

«Da fiel mir Leben zu» - Il Tetrabiblos di Tolomeo

 
Contemplare gli astri, posare lo sguardo su un cielo stellato, spettacolo cui è ormai impossibile assistere nelle aree urbane ma perfino in molte zone montane, tanto ormai l’inquinamento luminoso ha fatalmente raggiunto luoghi e altitudini che si credevano incontaminati. Eppure, da anni sentiamo ripetere che è necessario limitare i consumi, che occorre attuare con serietà e decisione piani per il risparmio energetico, insomma i buoni propositi non mancherebbero se non che nei fatti le pratiche di vita di ognuno continuano a mostrarsi molto poco rinunciatarie. Perdere un’abitudine è un po’ come uscire da se stessi, provare a osservarsi da un punto di vista esterno e, dunque, pare fra le cose più insuperabili per un essere umano, anche se queste stesse abitudini lo conducono in situazioni di pericolo o peggio.
C’è un quadro di Jean-François Millet del 1851, Notte stellata (oggi alla Yale University Art Gallery), un’opera affascinante già intrisa di suggestioni simboliste. Il pittore si era ritirato due anni prima a Barbizon, vivendo quasi come un contadino insieme alla sua famiglia, tenendo solo pochissimi contatti con gli amici più vicini che avevano condiviso con lui le medesime scelte. In questa esperienza comunitaria, di ritiro dal mondo, di pacifica ma determinata opposizione ai ritmi e agli sradicamenti imposti dalla società industriale, arte e vita coincidono. Nel citato quadro di Millet appare chiara la conquista spirituale dei due anni passati a stretto contatto con la natura. Il dono di un simile stato emotivo si traduce in una genuinità davanti al paesaggio, in una bellezza così rarefatta e delicata che ci avvicina con immediatezza a quel sentire; questa notte fulgente e silenziosa è un tutt’uno con noi, la percepiamo fisicamente intorno e dentro di noi.
In letteratura l’invocazione al mistero e al fascino notturno è una delle metafore più longeve, centro radiale di memorie poetiche, segno di liberazione, uscita, ricongiungimento con le forze latenti dell’universo nella speranza di un rinnovamento, alla ricerca di armonia, di una verità altrimenti sfuggente da restituire alla propria condizione terrena. Il riveder le stelle che scandisce l’uscita dall’inferno dantesco, lo struggente richiamo alla notte nei sonetti di Michelangelo («O notte, o dolce tempo, benché nero,/ con pace ogn’opra sempr’al fin assalta/  ben vede e ben intende chi t’esalta…»), ancora una volta arte, poesia e vita strette in un nodo sentimentale – momento contemplativo, rifugio e posa dal lavoro diurno – il canto alle costellazioni come una singolare geografia dell’alto e del sé, la lontananza-vicinanza siderale in cui si corrispondono inquietudini, attese, moti del cuore.
L’Orsa maggiore, una delle formazioni celesti meglio riconoscibili a occhio nudo anche da chi non sia un astronomo di professione, suscita ad esempio le Ricordanze leopardiane. Quella visione innesca le incredibili strofe del grande canto covato nei mesi del soggiorno a Pisa e intonato durante il rientro a Recanati, quando la notte, i profumi del giardino paterno, le sagome scure dei cipressi trascinano alle sorgenti dell’infanzia. Da brividi.
E sempre una notte, mentre attraversavo l’Abruzzo, in un paesaggio a tratti somigliante a quello incoronato dai Sibillini («quel lontano mar, quei monti azzurri») così caro all’immaginario del poeta, salmodiai per tutto il tempo i suoi versi; come in un rito aborigeno – cantare sommessamente un luogo, cantare le persone che si attraversano insieme al luogo, cantarle a sé. E la notte ascoltava, tutto ascoltava…
Non è forse la poesia un divinare a momenti tra le energie dell’universo?
«Da fiel mir Leben zu», allora mi accadde la vita, allora mi venne incontro la vita, l’esperienza quasi mistica che si fa quando si entra nella propria terra primigenia (das Erstgeborene Land) raggiunta da Ingeborg Bachmann in una delle poesie cardine della sua Invocazione all’Orsa maggiore, la terra del sé, i viali odorosi vegliati dalla notte recanatese, lente cosmica nella liturgia di Giacomo Leopardi.
Questo fluire di eterne lontananze, cercate, accolte nella letteratura e nell’arte è l’oggetto di tante riflessioni a partire dal mondo antico, nonché un fuoco perpetuo acceso sul sentire umano. La classicista e ricercatrice Alessia Rovina ci suggerisce un testo davvero singolare, quasi sconosciuto perfino agli appassionati del mondo antico, il Tetrabiblos di Tolomeo, da cui muovere verso l’esplorazione dei cieli. Una fuga dalla pesantezza terrena così da tornarne “perturbati e commossi”, ispirati dai cicli astrali. Un contributo scritto con la fine padronanza culturale che contraddistingue la nostra giovane collaboratrice, la quale ci porta per mano fra dottissimi argomenti, suscitando in noi con spontanea levità il bisogno di immergerci nelle belle costellazioni che questi temi disegnano.

(Di Claudia Ciardi)


Scrigno di stelle infinite - Cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna


*Galla Placidia è tra le più affascinanti figure femminili del mondo antico. Figlia di Teodosio I e nipote per parte di madre dell'imperatore Valentiniano I, rapita durante il sacco di Roma del 410 d. C., andò in sposa ad Ataulfo, successore di Alarico, re dei Goti.
L'unione a quanto sembra venne accettata da Galla senza resistenze né perché costretta, sebbene la sua posizione di ostaggio non le lasciasse molti margini di scelta. Le ricostruzioni propendono per un matrimonio d'amore, purtroppo non benedetto dal tempo. Nell'atto di Galla si legge una precisa volontà politica di congiungere le forze degli invasori integrandole all'ordinamento romano per pacificarle. Una statista visionaria che provò a rovesciare le sorti della storia. 


 
«Noi siamo figli delle stelle…»

di Alessia Rovina

Per la rubrica «L'Argonauta» 

 

Mi sono per molto tempo accostata all’astrologia con bonario scetticismo, ascoltando l’oroscopo con un’irrimediabile scissione interiore: da un lato con la finta indulgenza che si accorda a quelle manifestazioni folkloristiche che si ritengono divertenti e un po’ ridicole, ma che è sempre buona creanza ascoltare e lasciare che si manifestino in tutta la loro esuberanza, pur giudicandole interiormente come assurde, dall’altro con l’irrazionale pulsione di abbandonarmi alle volontà delle luci del cielo e dei pianeti, buone e cattive divinità che dai tempi antichi continuano a far riecheggiare i loro desideri tra le infinità del cosmo. D’altro canto, da studentessa devota alle lettere, nelle mie immedesimazioni in eventuali alter ego scientifici la mia invidia era rivolta agli studiosi di astronomia. Poter possedere i mezzi per leggere – e non arrivare necessariamente a possedere – ciò che di più misterioso sovrasta l’essere umano, lo coinvolge, lo attrae, lo terrorizza, è un richiamo davvero ancestrale. Queste esperienze sopra evocate possono essere, forse violentemente, definite nella nostra lingua da due termini che ben conosciamo: astrologia ed astronomia. Nella lingua d’uso, fantasia e scienza. Effettivamente, un po’ di violenza c’è nel nostro discorrere… Ma non è affatto così per i termini da cui il nostro italiano scaturisce. Come sempre accade nelle evoluzioni contemporanee delle nostre lingue, è doveroso riportarci all’etimologia primigenia, così da percepire con chiarezza quale sentire abitasse nelle menti e nei cuori del passato. Astrologia ed astronomia, com’è noto anche oggi, condividono in parte il medesimo oggetto di studio, reso dal primo elemento, astro, dal greco τὸ ἄστρον; proprio in virtù di questa comunanza, anticamente i termini si equivalevano. L’ ἀστρολογεῖν e l’ἀστρονομεῖν erano in origine verbi che designavano concordemente lo studio delle stelle. Questa attività era così connaturata nell’uomo da essere condivisa da ogni cultura e popolo: che dire della grande sapienza astronomica del Vicino Oriente antico, tra cui si annoverano i Sumeri, i Babilonesi, che nelle fonti classiche vengono uniti ad un’altra popolazione semitica, i Caldei, così versati nell’arte astronomica da divenire sinonimo stesso di “studiosi delle stelle”, * (1) scopritori di alcuni importanti fenomeni spaziali. L’estremo Oriente, poi, non guardava dubbioso la volta celeste: gli astronomi di corte dell’imperatore della Cina affrontavano con metodologia scientifica lo studio delle stelle e dei moti dei pianeti, così come le popolazioni dell’America del Sud, come i Maya, appassionati cultori della materia celeste, così evoluti nelle loro indagini da aver edificato templi-osservatorio, i quali riuscirono ad elaborare cronologie ed almanacchi di un’esattezza strabiliante, a scopo politico e religioso, oltre ad essere stati esperti studiosi del pianeta Venere, i cui cicli regolavano la vita della popolazione. Dunque, almeno fino ad un certo punto dell’antichità, lo studio dei fenomeni celesti era, pur nel suo rigore, senza difficoltà connesso a simbologie religiose e magiche, evidentemente a buona ragione: la volta celeste, così lontana ed intrigante, non poteva non racchiudere in sé una serie di significati soprannaturali. Nell’Occidente però, ad un certo punto la situazione inizia a scricchiolare. Lo studio delle stelle e dei pianeti, in quella branca che si concentrava sull’influsso che queste realtà fisiche esercitano sull’uomo e sulla realtà a lui propria, riscoperto a Roma dopo l’assoggettamento dell’Oriente, inizia ad essere oggetto di restrizioni e divieti. Proliferavano, senza filtri di alcun genere, prontuari di quella che oggi definiremmo astrologia volta all’elaborazione di oroscopi e compendi di predizioni astrologiche, compilati spesse volte da autentici ciarlatani, pronti ad approfittare - ieri come oggi - di quel bisogno tutto umano di prevedere. In questa grande confusione, in cui ciascuno poteva farsi sacerdote del futuro, i nervi, pure dei potenti, erano comprensibilmente a fior di pelle: la superstizione rese, in epoca augustea, necessaria una regolamentazione dei pronostici astrologici, che in alcuni casi contemplò persino la pena capitale.
Il grande caos che regnava impose una distinzione anche nel mondo della speculazione/ricerca filosofica. Già nel II secolo d.C. il filosofo scettico Sesto Empirico operò una separazione tra la genetliaca – arte importata dai Caldei che stabiliva una συμπάθεια tra le cose della terra e del cielo, in un legame strettissimo ed ineluttabile in cui ogni avvenimento terrestre era causato da particolari influenze astrali – e la scienza astrologica e matematica che si serviva di particolari calcoli per prevedere – ritorna questa fondamentale necessità umana – le manifestazioni meteorologiche. Ma un importante passo è compiuto da uno studioso divenuto poi giustamente celebre: Claudio Tolomeo. Pioniere, in un momento in cui la materia astrologica era pericolosamente alla mercé di autori acritici ed impostori, di una trattazione originale ed organica in cui la paccottiglia di fantasie  riguardanti l’astrologia viene spogliata del suo alone di prodigiosa infallibilità, esposta nelle Previsioni Astrologiche, conosciute come Tetrabiblos data la suddivisione in quattro libri.
Tolomeo conduce questa voluminosa indagine con la maggiore acribia possibile,* (2) conferendo dignità di studio all’astrologia ed alle previsioni astrologiche proprio perché ricondotte con decisione nell’alveo della scienza astronomica, la μαθηματική, la quale grazie alla sua esattezza e al suo basarsi su calcoli e formule ben definite – oltre che concentrarsi su fenomeni certi, universali e verificabili –  riesce a corroborare l’elaborazione delle diverse previsioni che, ora sì, potranno riguardare i temi natali dei soggetti e delle popolazioni, senza le riserve che giustamente si porrebbero dinnanzi ad un astrologo farlocco! Naturalmente, un grande studioso come Tolomeo non può lasciarsi abbindolare dalla chimera dell’infallibilità della previsione: egli avverte l’interlocutore nel Libro I dell’impossibilità di generare un pronostico inconfutabile a causa di alcune importanti opposizioni. Anzitutto la congerie di variabili e dettagli che si concentra nel momento in cui si compiono previsioni per l’essere umano è tale da scoraggiare ogni netta presa di posizione, sia a causa dell’ambiente, che costantemente esercita la propria influenza, sia a causa di ogni possibile ostacolo che si può frapporre tra il disegno planetario e la sua effettiva attuazione terrestre.* (3) Ad ogni modo, lo studioso rileva comunque la straordinaria utilità scientifica ed umana connessa all’elaborazione di previsioni astrologiche: non bisogna infatti pretendere conoscenze inaccessibili all’uomo, ma bisogna amare e studiare tutto quanto ci è concesso del cielo e delle sue meraviglie, sapendosi accontentare delle risposte che può dare ai travagli umani, pure se talvolta il pronostico può risultare errato – e sicuramente accadrà, come Tolomeo ha razionalmente sentenziato (Tetr., I, 2, 20); inoltre, non è opportuno accanirsi contro la scienza astrologica solo per le menzogne di qualche arrogante impostore, ma anzi, grazie alla guida offerta dall’esattezza dell’astronomia, occorre proseguire nello studio dei pronostici in connessione ai vari aspetti della natura umana, in quanto secondo l’Autore è tanto utile per l’essere umano poter essere sufficientemente preparato a quanto il futuro avrà da offrirgli, sia in quegli aspetti che da Tolomeo vengono ritenuti inevitabili e tendenzialmente spiacevoli – un po’ di ironia viene provata dal lettore contemporaneo nel momento in cui l’autore elenca i differenti modi in cui la morte può sopraggiungere in base al tema natale (Tetr., IV, 9) –  sia in quegli avvenimenti in cui l’uomo ha possibilità di intervenire per modificare il corso della propria vita, esemplando i suoi movimenti e le sue decisioni sul proprio tema natale, in accordo così con le sue più profonde caratteristiche e necessità, stabilite ab origine dai transiti celesti, in una imitazione terrena dell’armonia che risuona nel magnifico Universo.
Il merito di Tolomeo, nel panorama del II secolo d. C., è notevolissimo: aver spogliato l’astrologia delle sovrastrutture religiose, esoteriche e magiche che sin dalla sua nascita l’avevano caratterizzata, affiancandola ad un metodo scientifico e verificabile improntato alla concretezza e ad una sorprendente lucidità, che traspare anche nelle pagine più originali del suo Tetrabiblos.
Cari compagni di viaggio, nell’antichità ogni navigatore degno di rispetto iniziava e proseguiva il proprio viaggio scrutando scrupolosamente la volta celeste, ricavando da essa i termini e le rotte, tracciando con i lumi il proprio cammino. È proprio con questo percorso nelle molteplici relazioni che gli uomini antichi intrattennero con gli astri che anche noi cerchiamo, oggi, di scoprire la nuova rotta che abbiamo dinnanzi.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)


Note:


(1) Sono particolarmente affascinanti i frammenti che ci sono pervenuti dei cosiddetti oracoli caldaici, rivelazioni sapienziali attribuite, tra gli altri, al profeta iranico Zoroastro, i cui scopi erano l’iniziazione ai culti solari e alla pratica della teurgia, da cui l’attribuzione generalmente condivisa a Giuliano il Teurgo.

(2) D’altro canto non bisogna dimenticare la grandiosità della sua opera più nota, la Syntaxis mathematica, conosciuta con il nome di Almagesto, calco dal titolo greco dei traduttori arabi medievali, a cui dobbiamo la nostra più grande gratitudine per aver permesso la copiatura e la diffusione su larga scala dell’opera, la quale raccolse entusiasti seguaci proprio tra gli studiosi islamici a partire dal IX secolo, oltre che tra gli Europei, i quali esemplarono le loro conoscenze astronomiche proprio sul cosiddetto modello tolemaico.

(3) A tal riguardo Tolomeo distingue decisamente tra influssi planetari potenti che causano effetti ineluttabili, quali calamità naturali ed epidemie, e disegni celesti più deboli e decisamente individuali, per i quali è possibile un intervento umano in grado di modificare il corso degli eventi.

 

Edizione consultata:

Claudio Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di Simonetta Feraboli, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1995



Jean-François Millet del 1851, Notte stellata

29 settembre 2021

In morte dei fratelli Lorenzetti

 

Ambrogio Lorenzetti, San Michele Arcangelo nel Trittico di Badia a Rofeno (1337 circa)



Durante le mie perlustrazioni nei rapporti incrociati fra letteratura e arte, ho riscoperto le prose di Paolo Volponi sulla peste del 1348. Scrittore politicamente impegnato, acuto interprete dei divari tracciati dal neocapitalismo nella società italiana fra il dopoguerra e gli anni Settanta, la narrazione del contagio è per lui metafora di una sindrome degenerativa che svuota l’organismo dall’interno privandolo di valori, forza, sentimento.
Quando mi sono avvicinata a quest’opera ho immaginato che avrei letto una vicenda completamente inventata, un’epidemia dai contorni surreali scoppiata in un luogo imprecisato, una peste psicologica alla Camus, il grande affrescatore moderno dell’alienazione e delle volontà malate. Aspetti che ci sono pure qui, tant
è che Volponi cosparge di tale semenza il suo terreno ma lo fa attingendo a un primitivismo descrittivo inconsueto, dove in parte si colloca anche la prosa di Verga, cui non a caso dedicò le sue curiose letture giovanili, elaborandolo in un tratto assolutamente peculiare della propria identità letteraria. Il risultato è una sconcertante sovrapposizione di accenti antichi che si dispongono su una partitura di stampo espressionista. Tetri presagi, strani lampi di luce, sangue di uomini e animali, sembra il crescendo della fosca agonia virgiliana nelle Georgiche (chiusa del libro III), quando un’inspiegabile strage cominciata nel Norico, una Totentanz bestiale, travolse la regione alpina, speculare a un altro contagio, le infauste premonizioni della guerra civile («armorum sonitum toto Germania caelo/ audiit, insolitis tremuerunt motibus Alpes», chiusa del libro I) che avrebbe cambiato per sempre i connotati dellimpero. E il volto ancor più enigmatico di questa scrittura è nel suo repentino precipitarsi in mezzo alle cose, una febbrile caduta nel gorgo della storia, per cui dopo poche frasi ecco aprirsi inaspettatamente davanti a noi la disperata oscurità della stanza in cui i fratelli Lorenzetti, Ambrogio e Pietro, stanno morendo di peste a Siena. Ormai spossati i loro corpi non hanno più la forza di niente, perfino le lenzuola nell’arsura che divora la carne sono gravose. Il lettore si sente come inghiottito, scagliato da un’immagine all’altra. Le poche frasi pronunciate dai due pittori prima della perdita dei sensi sono un canto abbandonato sul precipizio. Non doveva la peste mietere vittime solo fra i più poveri? Si diceva che i derelitti, i malnutriti sarebbero stati preda del contagio, che sarebbe durata poco e soltanto costoro ne avrebbero sofferto. Segue poi il rammarico per le opere non finite e le idee rimaste chiuse nella mente. Segue ancora il silenzio, lo schianto di un albero nell’orto, la morte. Ma non c’è alcuna tregua nella fine, perché subito giungono i monatti e un avido mercante che vorrebbe depredare la casa dei ricchi artisti. Sullo sfondo il fumo continua ad alzarsi dietro le mura cittadine, segno che il morbo non recede. In simili effetti coloristici e nella violenta isteresi dei comportamenti umani aleggia un’allegoria infernale, un girone dei dannati che dunque anche nella resa letteraria cerca i suoi modelli nel medioevo, con un sostanziale tributo ai toni danteschi.
Eppure, lungo le rive del fiume apocalittico che tutto trascina non c’è tempo per pensare. La morte dei pittori sfuma, è già lontana, sovrastata dall’istinto predatorio dei vivi e poi ancora degli animali, i veri padroni incontrastati della scena che subentrano all’uomo e fanno apparire logora, insensata la sua lotta per la sopravvivenza. Simbolo conturbante di disgregazione e catarsi un ariete, la cui forza bruta s’impone su ogni altra, figura sacrificale dai contorni ultraterreni ritualmente predestinata a scandire i momenti parossistici dell’epidemia e, quindi, la sua fine.
Nella prosa successiva e contigua si torna ancora sui temi della grande peste, sul suo potere indiscusso di palingenesi, signora che dà la morte e dà la vita. Al centro la figura di un monatto che non si mostra mai in volto e concentra in sé i più bassi istinti; l’avidità, la lussuria, e ancora una volta la violenza, cardine del racconto di Volponi, che intende così mostrare su quali ostacoli s’infranga l’utopia sociale.

Un versante che l’autore aveva percorso fin dalla gioventù con una precoce iniziazione fra le campagne dell’Appennino. L’incontro con Adriano Olivetti nel 1949, grazie alla intermediazione di Franco Fortini, allora presidente dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration)-CASAS (Comitato Amministrativo di Soccorso ai Senza tetto), aveva infatti generato da subito nella sua quotidianità molti cambiamenti, innescando esperienze in luoghi significativi per la sua maturazione letteraria. Olivetti lo assunse con il compito di svolgere inchieste nel Mezzogiorno, in Abruzzo, Basilicata – dove conobbe Carlo Levi e Rocco Scotellaro – Calabria e Sicilia. All’inizio degli anni Cinquanta venne inviato negli Appennini a coordinare, da Roccaraso a Cassino, le inchieste sulle condizioni sociali delle campagne e dei paesi devastati dalla guerra.
Successivi furono gli incarichi aziendali a Ivrea e a Torino, che gli diedero modo di sperimentare da un altro punto di vista, quello della vita di fabbrica con le relative tensioni politiche ed economiche, crisi e strappi nei quali si dilaniava la città e più latamente l’Italia, e che finirono per coinvolgere anche lui. Assunto dapprima con l’incarico di amministratore delegato in Fiat venne espulso per aver dichiarato il suo appoggio al partito comunista, che peraltro in quello stesso periodo (amministrative del 1975) ebbe una fortissima affermazione.
Che simili conflitti siano affiorati nelle sue stesure degli anni Settanta non stupisce. La peste è una compagna antica e insieme presente. Una volta passata l’epidemia, come lava vulcanica che incendia, dissecca e bonifica la terra, anche qui alla morte subentra la bellezza, dal dolore, dal sangue versato scaturisce una scintilla di vita. È la lezione, l’essenza di tutto il mito greco che lo scrittore estrae perché scorra nelle vene di una storia moderna in cui ha scelto uno spartiacque incredibile della modernità, la peste nera del ’48. Anno zero nella storia dell’arte perché molti talenti furono falcidiati e, secondo alcuni storici, vero inizio dell’umanesimo. Un riassetto fulminante, un dérapage di equilibri, uno spostamento di ricchezze che rimescolò la società. Da lì in poi nulla fu come prima. Un episodio che ci dice come il vero nuovo inizio passi per un brutale scuotimento perfino delle forze creative. Quale incredibile eco del nostro tempo e come si avverte vacua in queste pagine la retorica del vecchio potere che pretende per sé la vittoria e la possibilità di officiare la rinascita, senza accorgersi che è già stato superato dagli eventi.
Questo squarcio biografico rappresenta infine un punto di vista certo inusuale ma anche molto affascinante, per stimolarci a riscoprire l’opera dei Lorenzetti, che una volta incontrata ha un potere davvero ipnotico. Allora, grazie Paolo Volponi, che nel dramma di queste tue prose ci hai ricordato pure uno sfolgorante prodigio nell’arte, la sfortunata vicenda dei due fratelli geniali che pur così malamente sorpresi, quando vengono raggiunti dalla peste hanno già donato al mondo i loro capolavori.

(Di Claudia Ciardi)       




Edizione di riferimento:

Paolo Volponi, La pestilenza, a cura di Marco Rustioni, Via del Vento edizioni, collana Ocra gialla, 2002    


In copertina: xilografia di Lorenzo Viani

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