4 maggio 2014

Grand Budapest Hotel




Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Adrien Brody
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: USA
Anno: 2014
Durata: 99 min




Omaggio alle opere di Stefan Zweig, cui il film si ispira, il regista Wes Anderson confeziona un’opera brillante in grado di suscitare simpatie e consensi tra il pubblico europeo. Lo conferma l’attenzione che gli ha riservato la 64ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, scegliendolo come film d’apertura e conferendogli il Gran premio della giuria.
Storia, atmosfera, trovate, costumi, gli ingredienti si amalgamano a meraviglia come nella pasticceria di Mendl's, i cui dolcetti fungono da bizzarro e gustoso trait d’union del racconto. E in effetti tutta la vicenda, nonostante certi sviluppi drammatici, pur sempre giocati su toni noir-grotteschi, ha la stessa consistenza di una zuccherosa decorazione per torte. C’è molta narrativa tedesca del Novecento nel lavoro degli sceneggiatori; oltre alla voce di Zweig, si coglie abbastanza nitidamente più di uno spunto dall’Hotel Savoy di Roth, e forse in generale dalla scrittura rothiana. La figura del concierge raffinato e intraprendente, affiancato dal suo giovane boy tuttofare, è un duo straordinariamente immortalato dal grande romanziere austriaco. Ma azzarderei anche un parallelo tra la giovane, bella e mite Agathe, «con una voglia a forma di Messico sulla guancia», pasticciera a tempo pieno da Mendl's, e l’eterea controparte di Ulrich nel musiliano L’uomo senza qualità.
Nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka si respira aria di Mitteleuropa a pieni polmoni, con qualche merletto in stile Finis Austriae, ma anche con tutti i lugubri paramenti di un’aristocrazia avviata al tramonto, attorno alla quale girano venti di guerra e losche figure di criminali senza scrupoli, ingaggiati da eredi desiderosi di godersi le ultime fortune di famiglia. Le clienti dell’impeccabile, a tratti perfino stucchevole Monsieur Gustave, imbevuto di etichetta, affettazione e poesia romantica sono infatti anziane ricchissime vedove in cerca di consolazione, anche sessuale, presso il loro affabile quanto discreto padrone di casa. Il Grand Budapest Hotel appare quindi fin da subito un luogo dove si consuma una clamorosa illusione in cui va dissolvendosi un’epoca, ma Anderson ama anche rappresentarcelo come una specie di baluardo nel quale vige un codice che aspira a tenere lontana la violenza del mondo esterno; e qui si scorge più di un riferimento all’ascesa delle dittature in Europa.
Quando ci si ritrova a cena nel salone ormai vuoto dell’albergo, e diversi lustri sono passati dall’avventurosa storia che coinvolse il solerte Gustave, il vecchio Zero Moustafa, il suo boy, ha preso le sembianze di uno degli ultimi viaggiatori dell’Orient-Express, consapevole che presto, al capolinea, bisognerà consegnare una volta e per tutte il mito che da sempre lo accompagna.
Lo splendore del Budapest è morto e sepolto. Incombono espropriazioni e svendite immobiliari, in un raggelante scenario di austerità sovietica. Al tavolo le portate sfilano senza ostentazione, il racconto di Zero scivola via, inghiottito dal silenzio della sala. Solo la deliziosa glassa di Mendl's riaffiora, non si sa per quale miracolo e soprattutto per mano di chi, sopravvissuta ai rovesci della storia e alla perdita dell’amore (Agathe) e dell’amico (Gustave).
La trama, relativamente semplice, si impreziosisce di colpi di scena che tengono costantemente il film su un ritmo elevato. Gustave si trova coinvolto nelle guerre familiari scatenate dalla morte di una delle sue facoltose amiche, proprietaria del fantomatico Schloss Lutz. In realtà dietro la vicenda si nasconde l’orribile crimine del figlio di lei, Dmitri – un irresistibile Adrien Brody – smanioso di seppellire la vecchia per impadronirsi dell’eredità. Accusato di circuire vedove sole e inconsolabili, i sospetti cadono dapprima su Gustave, cui per testamento spetta un dipinto rinascimentale di straordinario valore. Mentre si cerca di far luce sul caso, l’innocente Gustave finisce in carcere da dove organizza una spettacolare fuga insieme ad alcuni compagni: e qui ha origine una sequenza di assoluto spasso che va dalla notte dell’evasione alla “catena umana” per mezzo della quale i portieri di tutti i più importanti alberghi della provincia riescono a far arrivare una macchina con autista e il profumo preferito di Monsieur Gustave, capriccio cui non sa rinunciare neppure in situazioni estreme, per trarlo in salvo. Nel frattempo piovono omicidi, commissionati da Dmitri a un sicario di professione – e anche in questa figura che viaggia a bordo di una motocicletta modello BMW, vestito di impermeabile nero, bardato di tirapugni adorni di teschi non è difficile scorgere una ‘citazione’ del nazista sanguinario e spietato.
Vale la pena fare un appunto anche sul modo di parlare di Monsieur Gustave, altra metafora della dissoluzione di un’epoca e di un modo di essere che attraverso l’attaccamento alla parola scelta, a certi vezzi ridondanti e vacui del parlare, cerca di colmare un vuoto ben più spaventoso, quello dell’ignoranza. In questo senso, le sparate di Gustave ipnotizzano l’ascoltatore che nel corso del film impara ad amarle. Ma anche qui Anders è sottile nell’intrecciare ironia e disincanto. Infatti, ogni volta che si tenta di fare un discorso aulico o di declamare dei versi, accade qualcosa che costringe a interrompere. E il momento clou, che ci mette sotto gli occhi l’eterna perversione del mondo, è proprio legato all’attraversamento della frontiera. Nelle due occasioni in cui i protagonisti tentano di raggiungere in treno Lutz, le due guerre mondiali sono alle porte. La storia incalza il nobile cuore romantico di Gustave, e la sua sete di poesia non può nulla contro i gendarmi che con brutalità gli perquisiscono lo scompartimento. La seconda irruzione gli sarà fatale.
Come si diceva, gli ingredienti per far funzionare il film ci sono tutti, e i componenti del cast sembrano aver cuciti addosso i loro ruoli. Dalla bella Agathe (Saoirse Ronan), che «nonostante tutto è sempre bella perché possiede la purezza», parola del dongiovanni Gustave, al giovane Zero Moustafa, l’esordiente Tony Revolori, ottimo coprotagonista, in grado di fronteggiare magnificamente la geniale interpretazione di Ralph Finnies. Questo ragazzo, di genitori guatemaltechi, incarna alla perfezione, anche per il suo aspetto, quello spirito dell’esule orientale, sradicato, scacciato, perseguitato che vive in tante pagine della letteratura ebreo-tedesca. Roth lo avrebbe senz’altro promosso a pieni voti: un boy al quadrato.
Diamo infine al lettore qualche indicazione sui luoghi in cui la pellicola è stata girata, perché anche questo contribuisce all’atmosfera che abbiamo sin qui descritto. Per gli interni dell’hotel la scelta è caduta sul Görlitzer Warenhaus, un grande magazzino liberty dismesso, a Gorlitz, cittadina tedesca al confine con la Polonia. Il castello tedesco di Osterstein a Zwickau è l’ambiente della prigionia di Monsieur Gustave. Infine lo Zwinger di Dresda, complesso barocco che ospita parte delle collezioni museali statali della città, è il luogo nel quale si consuma il truce assassinio dell’avvocato, nonché esecutore testamentario, dell’anziana nobildonna di cui è in ballo l’eredità.

(Di Claudia Ciardi)


                                 


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«Non è la vita di Sándor Márai ad aver attraversato il secolo, ma la deriva storica del ‘900 che lo ha trascinato nel gorgo aperto al suo passaggio. Quegli ottantanove anni sembrano doppiare tutte le contraddizioni vissute dall’occidente, fino a trovare una singolare e beffarda coincidenza nella fine: il 9 novembre 1989 cade il Muro di Berlino; qualche mese prima lo scrittore si uccide con un colpo di pistola. Alla soglia del ventesimo anniversario dalla morte di Márai e dalla notte in cui l’Europa ha composto la grande divisione provocata dalla seconda guerra mondiale, un fatto strano, che suscita inquietudine, sembra in qualche modo ricordarci quanto la vita dell’artista ungherese sia entrata nell’ossatura degli eventi, facendo i conti fatalmente con le brusche e spesso violente svolte della contemporaneità».

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