24 maggio 2014

Verso quale Europa?




A poche ore dal voto la domanda sorge spontanea, anche e forse di più tra quanti si professano euroscettici, specie se la loro diffidenza non si traduce in consenso politico ma resta in balia della marea astensionista. La crisi economica sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione, e chi sottovaluta l’impatto sociale di ciò che stiamo vivendo, o nasconde altri interessi o dissennatamente si limita a spostare la polvere sotto il tappeto, per convincere se stesso e gli altri che è tutto in ordine. Ricordiamo che i “protocolli” di Bruxelles hanno seriamente contribuito alla nascita di Alba dorata in Grecia. E se ci guardiamo attorno, i segnali che vengono da Francia, Inghilterra e Ungheria non sono affatto incoraggianti. Questi tre paesi conoscono un’impennata dell'adesione alle destre nazionaliste. In Ungheria assistiamo addirittura alla quasi completa occupazione della scena politica da parte di due forze ultranazionaliste, da un lato Fidesz, il partito di Orban, il quale ha fondato la sua leadership sull’opposizione dura allo strapotere delle banche, dall’altro Jobbik, formazione neonazista che alle recenti elezioni si è attestata oltre il 20%. Più che di due sponde, conviene parlare di due schieramenti che si inseriscono nel medesimo quadro ideologico e che vanno a nozze col malcontento popolare. Merita anzi tutta la nostra attenzione il dato, per nulla confortante, secondo cui mentre Fidesz, pur confermandosi come primo partito ungherese nell’ultimo confronto elettorale, ha perso ben otto punti percentuali, Jobbik è in continua ascesa.
Cosa vogliamo che abbia voce e dunque crei rappresentanza per il nostro immediato futuro nel vecchio continente? È innegabile che le attuali politiche europee di gestione della crisi vanno accrescendo problemi e disparità che, da focolai isolati, rischiano di divenire situazioni fuori controllo. Un’inversione di rotta sarebbe stata opportuna già da diverso tempo, almeno dagli inizi del “caso Grecia”. Non sono un’analista politica ma una tale perseverante cecità può sembrare per certi versi pianificata. Supponiamo che qualcuno voglia far precipitare le cose – intendo con ciò favorire l’estrema destra – non avrebbe che da suggerire, senza neanche accalorarsi più di tanto, l’attuale linea di gestione delle turbolenze economiche e politiche da cui siamo investiti. Uno su tutti, i rimandi continui nell’affrontare la pesante crisi occupazionale dei paesi euromediterranei col conseguente scivolamento di una porzione enorme di cittadini europei in una zona disagiata, se non estremamente disagiata, delle società in cui vivono. Le attuali statistiche contano 126 milioni di poveri in tutta l’Unione.
Così, questa sorta di alleanza tra incapacità e ragionato catastrofismo, alla quale abbiamo accennato, sta facendo pericolosamente inclinare la barca. Sarebbe anche importante non perdere di vista le pressioni esercitate dai gruppi di potere che, da un’epoca all’altra, si avvicendano attorno alle classi dirigenti per far prevalere i propri interessi. Nel tempo che noi stiamo attraversando, si possono menzionare il lobbismo bancario e in generale legato alle attività finanziarie, il profitto delle multinazionali capace di macinare leggi e limitazioni imposte dagli Stati, l’applicazione del liberismo a tutti i costi quale unico e irrinunciabile teorema della politica occidentale, ormai con ricadute negative sul sistema che lo fiancheggia, ricadute che sono sotto gli occhi di ognuno, ma senza che questo ne abbia finora decretato il superamento. Gli obiettivi dei gruppi dirigenziali e le spinte da essi generate, sono talora responsabili di avvenimenti storici di enorme portata, come è stato per la Grande Guerra. Tutt’altro che guerra “scoppiata per caso”, le sue motivazioni sono da ricercare negli squilibri che caratterizzano la geopolitica europea tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. L’efficace saggio di Luciano Canfora sul 1914 ha il pregio di spiegarceli con semplicità, mostrandoci quali fossero i partiti che allora si dividevano il campo, analizzando il senso della democrazia (Francia) versus gli imperi (Germania, Austria-Ungheria, Turchia, Russia) e le monarchie (Inghilterra, Italia). In realtà nessun paese poteva dirsi lo specchio fedele della propria forma di governo: ad esempio, in Francia la repubblica era scaturita dall’eccidio dei Comunardi, atroce antefatto che, associato alla pratica elettorale a collegio uninominale, retaggio del secondo impero, metteva in discussione l’essenza repubblicana dalle fondamenta. Lo studioso inoltre, narrando ampiamente delle politiche colonialiste di tutti gli attori presenti sulla scena, ci indica l’origine di scenari conflittuali di lì a poco destinati a replicarsi all’interno del continente.
Trascorso un secolo da tali eventi, il voto europeo cade in una fase che presenta non poche problematicità. Si va alle urne in un momento di forte prostrazione economica per le democrazie occidentali, dove la flessione del binomio produttività-lavoro dura da almeno quattro anni, mentre il Mediterraneo e i confini orientali sono attraversati da gravi instabilità. Domenica 25 gli ucraini sono chiamati a scegliere il loro presidente, ma per i leader che si contendono la piazza è sempre più difficile risultare credibili e scacciare l’immagine di debolezza che li accompagna. In tutto questo appare evidente il black out di una politica europea orientata a far fronte comune. Così, i problemi della Grecia li abbiamo ormai liquidati come “questioni di periferia”, allineandoci a un bieco calvinismo che comanda la totale assunzione di responsabilità per i propri guai, e la Siria, terra lunare di un Medio Oriente troppo lontano da noi, dove pure il 3 giugno si svolgeranno le elezioni presidenziali, in qualche modo provvederà a se stessa.
Qualsiasi sia la nostra posizione, bisogna innanzitutto aver coscienza di quanto sta accadendo in casa nostra e fuori. Si parte dalla giustizia sociale e dalla necessità di dare regole chiare all’economia, ben al di là del puro esercizio ragionieristico in voga tra i burocrati dell’Unione. L’Europa non può più procedere a due, tre velocità. Chi sta davanti, se non vuole aspettare per paura di perdere il treno, bisogna che conceda almeno condizioni eque ai mercati in affanno. Altrimenti nasce il fondato sospetto che le economie cosiddette forti abbiano più di un interesse a far chiudere le imprese dei paesi più esposti a un default; la crisi può anche essere cavalcata per togliere di mezzo concorrenti scomodi.
Quando il ministro delle finanze tedesche Schäuble ripete che «le regole comuni vanno rispettate», il concetto rimane fastidiosamente appeso per qualche istante alle orecchie di chi lo interroga. Ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più precisa sul da farsi, qualche apertura verso le situazioni di maggiore incertezza che rischiano di avere pesanti ripercussioni sul resto del continente, ma negli ultimi anni si è assistito più che altro alla ripetizione di tanta poco ragionata teoria sia sul piano storico che dell’attualità politica.
L’Europa è esposta a numerosi pericoli. La miseria e quindi l’esclusione sociale generate dalla crisi economica sono una vera e propria manna per delinquenza e corruzione, anticamera delle mafie che vanno radicandosi dappertutto, specie in quei paesi dove si continua a considerare la criminalità organizzata un fenomeno del folclore italiano. Un’altra drammatica ricorrenza si insinua in questo voto per l’Europa. Il 25 maggio 1992 nella basilica S. Domenico di Palermo si svolgevano i funerali del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime della strage mafiosa di Capaci. Lungi dall’essere una patologia del Sud Italia, la mafia infiltra tessuti sociali considerati impermeabili alla sua natura e la si ritrova ovunque si prospettino laute spartizioni: appalti, gestione di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari. Perciò è necessario impedire con ogni mezzo la concentrazione di grossi capitali nelle mani di oligarchie che con elevata probabilità finiscono nel mirino dei poteri mafiosi o che nella migliore delle ipotesi si trovano a fronteggiare una simile eventualità.
Chiudo con un riferimento al meccanismo dei tribunali arbitrali, cui le grandi imprese che operano a livello globale nei settori più disparati, dall’energia alle costruzioni, possono ricorrere quando uno Stato recede il contratto stipulato. Nati per una giusta causa, ossia evitare che le espropriazioni o certe controversie sugli investimenti, sfociassero in crisi internazionali, l’istruzione di un processo in questi tribunali può tuttavia divenire un’arma minatoria delle sovranità nazionali. Le cause sono costosissime, così uno Stato che si trovi coinvolto in un contenzioso con una multinazionale ci rimette un bel po’ di risorse pubbliche - oltre a uscirne quasi sempre sconfitto - uno sperpero che di questi tempi non lascia tranquillo nessun governante. Attualmente la svedese Vattenfall è in causa con la Germania, in seguito alla marcia indietro del governo tedesco riguardo gli accordi sul nucleare. Questo è solo uno degli episodi più clamorosi, ma le cause fioccano continuamente, e c’è più di una persona tra gli addetti ai lavori che se ne serve come macchine da “soldi facili”. Il problema è di enorme portata specialmente per quanto riguarda le scelte di politica ambientale dei singoli paesi. La consapevolezza di andare incontro a processi di questo tipo, può divenire uno strumento per influenzare le decisioni di un governo.
Nella mia idea di Europa vorrei che ognuna della questioni qui solo brevemente accennate trovasse un suo spazio rappresentativo. Maggiore omogeneità nella considerazione dei popoli che ne fanno parte, una politica estera più rigorosa e definita, misure volte a stimolare crescita, occupazione e in generale a configurare una partecipazione reale e non di facciata. Rispetto del diritto a circolare liberamente nei paesi dell’Unione, a fruire di sovvenzioni statali e fondi che garantiscano con equità esperienze formative, conferendo ai più meritevoli ruoli di mediazione culturale, investendoli dell’onore e dell’onere di rinnovare il dialogo tra stati membri e paesi emergenti. C’è tanto da fare e altrettanto ha da cambiare, soprattutto nel meccanismo di elargizione di favori a clientele e parentadi politici che da trent’anni a questa parte molto sono costati e pochi risultati hanno portato a casa. Un’intera generazione che più o meno va da quella di chi scrive questo pezzo ai tanti giovani e meno giovani esclusi da incarichi di responsabilità e ruoli decisionali in qualsiasi ambito della società, attende di far valere una visione che lasci da parte la teoria e il principio, dietro i quali si nasconde neanche troppo bene la volontà di continuare a bloccare tutto, così da mettere a disposizione le proprie competenze per costruire qualcosa di più coinvolgente in cui sentirsi finalmente reclutati e garantiti.

(Di Claudia Ciardi)



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