16 novembre 2016

Lo sgambetto dove lo metto





Mi è capitato qualche giorno fa di infilare la porta sbagliata e finire in un cortile chiuso. Un posto proprio squallido, labirintico, come tanti ce ne sono in ogni città, e più t’illudi di trovare l’uscita più finisci nei guai. Vedi uno slargo, una propaggine di strada dietro il muro di un palazzo ma sono solo angoli ciechi. E tuttavia la cosa di gran lunga più sconcertante è stata entrare lì dopo aver chiesto indicazioni. Un’impiegata sorniona, che mi è venuto in mente d’interpellare quando ero ormai sulla soglia, ha agevolato con un gesto di stizzosa noncuranza la mia uscita nel nulla. Dico: avvertimi no, che da lì non si va in nessun posto. L’avevo evidentemente disturbata e il sadismo è prevalso sulla bontà. Gongolava già al pensiero di vedermi tornare nella stanza, scornata, lamentando la disavventura. Invece non è stato così, e poi figurati col carattere che ho se le davo una soddisfazione del genere, piuttosto avrei fatto notte nel cortile; ho trovato un’altra porta sul retro e finalmente un persona gentile che mi ha accompagnata. Ad essere sincera tutta la faccenda ha avuto un risvolto piuttosto ironico e l’epilogo si potrebbe definire soddisfacente. Ma è durata poco. Rimeditando i fatti, una cosa in cui cado purtroppo abbastanza spesso e che non mi giova per nulla, ho cominciato ad arrovellarmi e i fastidi sono aumentati in maniera più che proporzionale rispetto alla questione. Al punto da vederci uno spaccato dell’Italia di adesso, e in qualche misura anche delle mie personali riserve su certe azioni o più spesso inazioni.
Sarà che il confronto protratto in anni con un’altra cultura ha enfatizzato certe differenze – poi i difetti si sa son dappertutto – ma la dottrina del “lascia fare, lascia perdere” la tollero sempre meno. Se una persona sbaglia, si dice, se una cosa non va bene, si cerca una soluzione. Insomma ci s’impegna. Purtroppo però tra salvatori da bar, opportunisti, dissidenti a tempo perso, banderuole gonfiate dalla provocazione, tanto per non farsi mancare nulla, che di regola quando perdono tutti i denti si ritirano in un silenzio piccato perché non hanno più che mordere, è arduo incanalare le residue energie positive in un progetto anche pur minimamente incline alla pubblica utilità. È un po’ come guardare certe interviste dove la ‘gente semplice’, categoria piuttosto trasversale quanto astrusa, viene invitata a pronunciarsi sui problemi quotidiani: povero idiota, tutto bene, ma se un politico facesse davvero quello che dici, tu smetteresti di essere un semplicione e questo non conviene a nessuno. Chi fa l’intervista lascia quasi sempre scorrere un sottotitolo del genere.
Ecco come perdersi nel retro di un palazzo a causa della sadica frustrazione di un’impiegata può guastarti il pomeriggio.

Ma ci sono anche altre vie destinate a sfociare nel nulla e in quelle laboriosissimi tarli che indisturbati perseguono la loro opera di demolizione. Perché mantenere a tutti i costi un equilibrio, quando il carico nella stiva rotola e sbatte da tutte le parti, non è conservare ma distruggere il poco di sano che resta. Mi riferisco a un certo tenore del dibattito sugli ultimi clamorosi sviluppi in terra d’occidente – Brexit e Trump – anche se già limitare il discorso alla protesta denuncia un’incomprensione di fondo. L’anno scorso dissi che quel che la Grecia non aveva avuto il coraggio, ma forse è più giusto dire la forza, di fare si sarebbe di lì a poco materializzato in altre circostanze. Facile coalizzarsi contro una Grecia piccola, isolata, fiaccata da anni di crisi e compromessa dalla moneta unica. Un po’ meno lavorarsi gli inglesi che l’euro non se lo sono mai intascato. Ricordiamoci inoltre che la campagna referendaria nel Regno Unito è stata di inaudita violenza, culminando nell’omicidio della giovane parlamentare Jo Cox, dimenticata in fretta quasi fosse stato uno scomodo incidente di percorso. E di questo è responsabile la classe politica per intero ma il governo più degli altri in quanto attore principale chiamato responsabilmente a dare un indirizzo: non si incrudisce un appuntamento elettorale evocando ogni tipo spettro. Vale anche per questa brutta Italia esacerbata, che dimostra di non aver imparato nulla neppure da un episodio così sanguinoso.  
Volendo approfondire un pensiero che esula dai risultati delle ultime contese elettorali, il giudizio di molti osservatori lascia trapelare fin troppo scopertamente irritazione, se non astio, nei confronti di quei ceti impoveriti che vogliono far sentire la loro voce, valendosi del solo strumento che la democrazia gli mette in mano: il voto. Quello ha perso i suoi quattrini, ha uno stipendio, quando ce l’ha, eroso da ogni genere di gabella, che t’ha fatto di male?
Immaginare che il peso di scelte compiute in lontananze siderali si scarichi sugli stessi e che questi poveri stessi – poveri alla lettera ma più latamente esponenti di una società in cammino che è chiamata a innovarsi – insomma, che questo coacervo di esseri umani con le proprie aspettative non abbia nulla su cui risentirsi ma anche nessuna istanza da avanzare, è procedere coi paraocchi. Se una classe dirigente perde autorità, i cittadini scelgono in modo che certi privilegi non arrivino più dove fino a quel momento sono stati indirizzati. Perché ci si scalda così tanto? È un normale avvicendamento di potere. Se qualcuno si è compromesso troppo con certi caroselli, non occorre s’invelenisca a tal punto. Aumenta soltanto lo spessore della sua figuraccia. Buttarla nei sempiterni fascismi è troppo comodo. Nessuna fase storica calca esattamente le orme di un’altra. I conti che si stanno chiudendo o aprendo in diversi paesi occidentali traducono spinte ben diverse. Anche laurea pax che abbiamo declamato dal secondo dopoguerra – peccato però per quel suo terribile vero volto che è stata la guerra fredda – ha espresso i suoi aspetti elitari, esclusivisti, iniqui. La pace esige un prezzo talora non meno salato della guerra, peggio ancora se su una guerra si fonda. Quando gli esclusi dal sistema diventano troppi il sistema si rovescia. Accumulo curriculare, sbarramenti di ogni ordine e grado in una carriera, l’invocato liberismo che però nel caso di paesi arretrati come il nostro non genera mai vera competizione ma solo piccoli e mediocri potentati, corruzione dilagante. Se l’ascesa sociale te la devi pagare, se ciò che hai intorno non ti valorizza né cerca concretamente di incontrare le tue capacità, la classe dirigente invecchierà fino a dissolversi, non solo per ragioni anagrafiche.    
Io, dunque, mi sarei aspettata delle analisi più pacate. In fin dei conti si tratta di un fenomeno comprensibile, direi elementarmente leggibile. È accaduto che le crescenti difficoltà in cui siamo immersi, alcune lasciate maturare ad arte, abbiano creato una massa critica. Che poi questa massa cerchi il riscatto in personaggi non proprio piacenti ci sta, se d’altra parte mi metti di fronte a due candidature deboli, vado da chi non mi sembra vantare legami col già visto già sentito” – diciamo che affidare la rivoluzione a un miliardario è quantomeno inquietante però a livello di analisi sociale non è poi un così alieno paradosso. Si vuole smuovere qualcosa, la palude in cui ci siamo cacciati ha un costo che non siamo più in grado di pagare.
È una scelta d’azione. Se giusta o sbagliata, si vedrà. 

E vengo a un commento molto spassoso che mi è venuto sotto gli occhi mentre cercavo notizie sul ricorso di Onida contro il referendum costituzionale. Lo voglio trascrivere per intero perché indicativo di quell’atteggiamento di autoreferenzialità che diversi nostri connazionali continuano a incentivare, forse trovandolo rassicurante:

«Portiamo il ricorso alle sue estreme conseguenze giuridiche.
Onida chiede l’annullamento del DPR che indice il referendum e di tutti gli atti ad esso presupposti e cioè:
- la richiesta di referendum del comitato del sì (unica che ha raggiunto il numero minimo di firma previsto dalla costituzione);
- la richiesta formulata da un quinto dei deputati: il cui quesito è identico a quello contemplato nel DPR.
Bene, se venisse annullato il DPR e gli atti ad esso presupposti, non vi sarebbe alcuna valida richiesta di referendum; e siccome il referendum si celebra solo se vi sono valide richieste in tal senso (altrimenti la legge costituzionale entra in vigore), possiamo dire che laccoglimento del ricorso di Onida avrebbe come effetto giuridico quello della entrata in vigore della legge costituzionale!
A me va bene...»

In sostanza i giochi per chi scrive sarebbero chiusi, e gli elettori un superato complemento d’arredo. Come poi il ricorso avrebbe potuto determinare l’approvazione della riforma costituzionale senza passare dal voto, mi sfugge. Un giudice è chiamato a pronunciarsi sulla procedura ma l’eventuale applicazione di quanto stabilisce compete ad altri. Ammesso che Onida avesse incassato un parere favorevole, si sarebbe dovuto iniziare un dibattito, con il coinvolgimento di tutte le forze politiche, su come risolvere la questione. E non è detto che la data del referendum avrebbe subito variazioni. Del resto, in un clima così incendiario, chi si sarebbe preso la responsabilità? È un discorso simile allazione legale intrapresa contro la Brexit. Anzi, qui il caso è ancora più discutibile in quanto consumato ex post. Ho sentito persino qualche sedicente esperto di diritto sostenere a caldo che quel ricorso potrebbe rovesciare l’esito referendario. Poi sono intervenuti gli autori a fare chiarezza: rovesciare il voto non sarebbe possibile, si tratta solo di provare a dare un peso contrattuale ai sostenitori del remain nella trattativa con l’Europa.
È un po’ come quando si legge il commento del ragazzino fresco di studi esteri che si imbizzisce. Ma davvero credi di conoscere un paese solo perché ti sei fatto sei mesi in una metropoli? E poi intendiamoci mica sei stato in una banlieue. Le metropoli sono organismi complessi che riflettono la storia e le oscillazioni contemporanee in mille sfaccettature diverse. Sbagliato dire che non sono rappresentative delle dinamiche di un paese ma troppo affrettato pensare che tastandone il polso si ottenga l’immagine veritiera di tutte le forze in campo. Torniamo agli Stati Uniti. Io personalmente, in tutta la campagna presidenziale non ho sentito parlare quasi mai dell’America profonda: Alabama, Idaho, Iowa, Missouri, Montana, Nebraska, Wyoming dov’erano? I contribuenti stanno anche là. Il vecchietto dove lo metto cantava Domenico Modugno in un testo di sconfortante amarezza. E per il vecchietto posto non c’era mai, nemmeno al cimitero.
Nel racconto di una situazione tanto fluida infilare la porta del retro, mentre qualcuno indica una falsa uscita solo per farvi girare ancora un po’ a vuoto, tra uno sgambetto polemico e l’altro, è un rischio più che preventivabile.

(Di Claudia Ciardi)


26 ottobre 2016

Due antologie poetiche


È stato un periodo di ricerche piuttosto intense, utili a concludere lavori che mi auguro vengano alla luce a breve. Si tratta di ricognizioni condotte per lo più nella prima parte dell’anno e ora attendono solo di essere divulgate. In parallelo diverse idee di scrittura hanno trovato la loro strada, nuovi spunti che in un paio d’occasioni sono stati anche presentati e pubblicati nell’ambito di premi ed eventi letterari. Di seguito gli estremi delle due antologie che a Mantova e in Trentino, luoghi molto cari e che meglio non potevano incarnare il mio percorso poetico, hanno dato ospitalità ai miei scritti.
A chi mi disse anni fa che nella vita “non si può fare solo quello che piace” (sic insegnante, donna, con una preoccupante visione reazionaria) replico oggi con la massima convinzione che lo studio è un piacere sommo – su tale argomento è intervenuta in termini molto appropriati qualche tempo fa la professoressa Eva Cantarella che ne ha tutta l’autorità, certamente assai più della persona con cui per mia sventura colloquiai, credendo di trovarvi una sponda ai miei interessi.
Lo studio dovrebbe essere un diritto e non un privilegio feudale. Se qualcuno crede di praticare l’insegnamento partendo da una premessa culturale così esclusivista, sarebbe opportuno cambiasse mestiere per non recare danno al prossimo. Senza risolvere questa colossale diseguaglianza tra chi ha accesso al sapere e chi ne viene sistematicamente escluso, la crisi continuerà a gravare sulle nostre spalle e in generale nella storia umana, guastata da un simile stato di cose anche ipotizzando le migliori condizioni.
A quanti insistono a divulgare l’astratta distinzione tra l’essere studiosi o poeti dico che farebbero meglio per primi a dedicarsi allo studio anziché arrogarsi una capacità creativa che in loro non può operare in alcun modo, viziata com’è da tanta ingenua ignoranza. È da deprecare l’artista che sentenzia contro i vizi borghesi ma di quella stessa borghesia insegue ogni sussulto. Costui è solo un borghese mancato, che non avendo saputo realizzarsi in quella dignità sociale finge di ribellarsi senza possedere lo scatto e i contenuti che gli permettano di essere altro.


(Di Claudia Ciardi)

  
Con lungimiranza e passione Dario Bellini, responsabile di Gilgamesh Edizioni, pubblica l’antologia dei poeti premiati e segnalati al concorso “Terra di Virgilio”, nell’ambito delle iniziative tenute a Mantova, capitale italiana della cultura 2016.

Gilgamesh Edizioni, Mantova, maggio 2016
ISBN 978-88-6867-152-5
Euro 10,00 (8,50 su ibs)








L’ antologia delle opere finaliste di
Il Carro delle Muse 2016, premio letterario internazionale al femminile.
La Greco&Greco Editori raccoglie in volume le voci di tutte le donne che hanno contribuito con le loro opere a rendere unica la serata del Teatro Navalge (Moena, 24 settembre 2016). Un ringraziamento speciale anche alla straordinaria madrina dell’evento Mary de Rachewiltz.
ISBN  978-88-7980-752-4
Euro 14,00

14 ottobre 2016

Pinocchio (mal)visto dal gatto e la volpe




Di riscritture, adattamenti, polemiche, scherzi, apostasie varie, si sa, Pinocchio ne ha ispirati tanti. Molti grandi nomi della letteratura italiana gli si sono avvicinati per dare al burattino un colpo di scalpello, ma quel legno all’apparenza tanto duttile ha quasi sempre finito per ribellarsi. E così, questo bambino di legno dal carattere indocile eppure sensibilissimo, si è regolarmente trasformato sulla strada di tutti coloro che hanno voluto prenderlo per mano. In questi avventurosi percorsi sono nate collisioni e metamorfosi ulteriori di cui il romanzo originale era, diciamo, quantomeno inconsapevole o comunque in placida attesa che la fantasia di altri talenti sapesse amalgamarsi con quella del suo inventore. Pinocchio è così, fin dal suo esordio vive in un limbo di incompiutezza che istiga le sue latenti provocazioni a rigenerarsi. Profetico in tal senso l’episodio del teatrino dove le marionette, avvistato nel pubblico il loro giovane compagno di brigata, interrompono lo spettacolo mentre la platea tenta invano di far rinsavire gli attori al grido: «Vogliamo la commedia!». Scena mirabile di metateatro nella quale i semi impazziti della sommossa illuminano gli ingranaggi collodiani e con sconvolgente determinazione inclinano a un narrare fuori trama.
Che l’estro di Andrea Camilleri, grande appassionato di Pinocchio, si tenesse lontano dal gioco mi era parso assai strano. Eccolo infatti aggirarsi da un po’ di mesi nei dintorni di questa fiaba ciclica (in quanto torna regolarmente nella nostra tradizione letteraria) insieme a Ugo Gregoretti, autore e regista teatrale, che proprio ieri ha pronunciato un suo affettuoso ricordo di Dario Fo. A quattro mani hanno scritto un grazioso spettacolo teatrale – opera lirica, si legge nel risvolto di copertina – debuttando lo scorso aprile al Teatro Massimo di Palermo per la regia del Collettivo Shorofsky.
Ma quali sono i nuclei attorno a cui i nostri autori hanno inteso orientare il loro lavoro? Pinocchio del resto esterna la sua ciclicità proprio in ragione della poliedria tematica. Ogni evento che occorre al burattino si presta a essere sviluppato in uno spazio letterario a parte e, accogliendo uno stratificarsi di simboli mitologici, antropologici, filosofici costituisce di per sé una meravigliosa fucina per l’ingegno creativo. Camilleri ha qui riportato in auge quei due “malanni” del gatto e la volpe, che al giudice di Acchiappacitrulli, la città dove tutti sono gabbati, chiedono una revisione del processo, costato a Pinocchio quattro mesi di gattabuia. Perché, dunque, l’accusa vorrebbe rifare il processo, se il povero burattino è già stato condannato per direttissima? Questione di immagine. Il gatto e la volpe, in seguito alla deposizione dell’ingenuo amico derubato, son venuti fuori come due delinquenti incalliti e proprio non ci stanno. A questo proposito apro una parentesi sulla coppia truffaldina. Nel romanzo di Collodi li incontriamo all’inizio, quando tendono l’agguato notturno a Pinocchio e, subito dopo, lo derubano nel campo dei miracoli, e poi li ritroviamo verso la fine, ridotti maluccio, com’era prevedibile, intenti a chiedere l’elemosina sulla riva del mare dove Geppetto e il figlio trovano la salvezza: «Erano il gatto e la volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d’una volta. Figuratevi che il gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’accecare davvero: e la volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la comprò per farsene uno scacciamosche». Sul finale del romanzo, nel quadro del riscatto del burattino, lo scrittore ha sentito l’esigenza di rappresentare ancora una volta quei due squallidi caratteri: il deperimento fisico ne asseconda quello morale.   
Dunque, tornando all’adattamento di Camilleri, c’è il tema della giustizia ingiusta e, connesso a questo, il prodigio della metamorfosi. Pinocchio è a tutti gli effetti un perseguitato, destinatario dell’altrui sospetto. Quando racconta al giudice di essere stato derubato, costui, anziché spiccare un mandato contro i due presunti ladri, ordina ai “giandarmi” di sbatterlo al fresco. Pinocchio uscirà quindi di prigione per un caso fortuito, grazie a un’amnistia, e solo dopo essersi autodefinito un delinquente, pena la decadenza dellamnistia – qui si apre anche un’altra questione legata alla necessità della bugia; in diversi casi, per salvarsi dalla crudeltà del mondo, il burattino è costretto a mentire e ciò basta a farlo un innocente, degno di esser salvato. Così anche nella rissa coi compagni di classe, i carabinieri lo traggono in arresto dopo una ricostruzione superficiale e faziosa dell’episodio.
In questo lavoro teatrale Pinocchio è sempre sulla graticola, e il processo si metterebbe male ancora una volta, nonostante tutto all’apparenza deponga a suo favore. Il giudice non ammette le prove portate dalla difesa e segue piuttosto distrattamente l’excursus dei testimoni. La cosa in sé non promette nulla di buono, le testimonianze stesse finiscono per puntare il dito contro Pinocchio, che da bugiardo impenitente avrebbe il vizio di cacciarsi nei guai, e siccome a questo non ci sarebbe rimedio tanto vale lasciarlo al suo destino. Solo la fatina col suo intervento riesce a farlo assolvere. Camilleri e Gregoretti spingono volutamente su tale aspetto violento e perverso del pregiudizio umano, l’idea del “dagli all’untore” già molto ben sviluppata nel Renzo manzoniano che con regolarità ne fa le spese. L’altro elemento, si diceva, fa capo al potente albero motore della metamorfosi, vero asse dell’opera originale che nell’affresco di uomini e animali, i quali puntualmente hanno attitudini e funzioni umane, e nella loro straordinaria convivenza, che è poi sfrontata sovrapposizione, dipanano il senso singolarissimo attribuito da Collodi alla categoria del fiabesco. Qui accade infatti che un burattino di legno possa frequentare la scuola con gli altri bambini, e che i discoli più svogliati si trasformino in ciuchi. Che gli abitanti di Acchiappacitrulli vengano passati in rassegna a mo’ di desolato bestiario, non senza omaggio alle caratterizzazioni esopiche. Che il sogno del paese dei balocchi, sintesi plastica della dimensione fiabesca volta alla massima sfrenatezza, annunciata peraltro in certe fantasticherie antecedenti, insinui di continuo il rischio dellestrema caduta: la carrozza della fata «imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi» oppure il figurarsi di Pinocchio della propria agiatezza come «un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panattoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna». Si noti il richiamo costante al doppio dolci-benessere, lo stesso che attira Hansel e Gretel nella casetta di marzapane della strega. Bisogna pensare che all’epoca della stesura di queste storie i dolci fossero nella cucina un vero e proprio lusso, precluso per gran parte dell’anno alla maggioranza della popolazione, che ne beneficiava solo in occasione di festività pubbliche o familiari. Si consideri, ad esempio, l’usanza diffusa nel sud Italia di chiamare in casa la “dulciara”, cioè la cuoca esperta nella preparazione dei dolci per il matrimonio o in altre ricorrenze. Tutto ciò era sufficiente a proiettare l’immaginario collettivo in una specie di sospensione ristoratrice dell’affannoso vivere quotidiano, in quanto attraversata dai principali simboli operanti nel tempo della festa.
Di simili oscillazioni tra mondo reale e fantasticheria che però spesso, a tratti più che indisciplinati e diciamo pure brutali, vuol prendere il sopravvento sulla cosiddetta normalità, si nutre con chiara evidenza anche questa riscrittura, salvando gli spazi della riflessione morale di Collodi e calcandone, grazie al medium teatrale, lo spirito performativo che già permea il romanzo. E siccome la tradizione di Pinocchio ha saputo sdoganarsi a meraviglia dalla sintassi testuale, producendone una parallela e altrettanto sfaccettata di disegni che hanno tenuto a battesimo le avventure del burattino, le illustrazioni di Mariolina Camilleri si inseriscono perfettamente in questo filone. Qui anzi amplificato dal fatto che le tavole assecondano il passo scenografico dell’opera e producono un intreccio di rimandi a piani semantici in grado di consegnarci intatto il potere immaginativo mai scontato di questa narrazione.

   
(Di Claudia Ciardi)


Dati delledizione:

Andrea Camilleri, Ugo Gregoretti,
Pinocchio (mal)visto dal gatto e la volpe,
con i disegni di Mariolina Camilleri,
Giunti, 2016


6 ottobre 2016

Sosta d'autunno



La casa di uno scultore del legno a Moena


Per questi trentacinque anni, dedicato a tutti i miei lettori.


Di equivoci nella vita ne capitano molti, errori se ne fanno anche di più. Ma soste poche. Quelle rare tregue in cui il mondo ci dice qualcosa di sé sono sempre troppo rapide e stentate. E quando vengono non le riconosciamo, tanto siamo abituati a non dar peso a quel che ci passa per le mani senza avvertimento, chiedendo in cambio solo qualche attimo di abbandono, un gesto di riconciliazione al quale non badiamo quasi mai. Dipende da noi. Non aspettarsi nulla è forse meglio.
Ultimamente quando passeggio mi succede di fissare lo sguardo a una lanterna, un’opaca corolla che veglia il piano nobile di una villa tutta dipinta di bianco. Se ne sta timida e quasi corrucciata nell’attesa che l’ultimo sole di novembre le cada sul viso; e in quell’istante che precede la sera può finalmente sbocciare. L’autunno culla le cose come un’altalena, a ogni slancio le vesti si gonfiano sopra i ricordi, i sandali adescano l’infanzia. Nel giro di poche ore si annida un trapasso che è uno scolorarsi di tinte umorali di anni, dove la memoria si fa strada in ritardo. Il bambino è preso al capestro come una farfalla nella rete, la luce spalanca il cancello del giardino, un ditale stregato filtra dai muri di confine nel cartoccio delle ombre. E la lanterna aspetta di sapere, incerta se affidarsi all’ultimo caldo che il sole le offre o alle nubi dove la burrasca ha radunato le sue messaggere. Naviga nei rosoni orientali del cielo, con la fronte corrugata dietro scalmi di vetro e si lascia abbindolare. Tra poco verrà il buio, il lampo investirà le rotte dei navigli. Un viandante potrebbe portarla con sé, appesa al suo mantello e a una chitarra scortecciata, mentre in una piazza qualcuno si soffermerà su quelle risvolte lise. Però lei forse non vuole. Somiglia a certe donne che dentro al mondo ci si sono solo immaginate, e non si sa se cambieranno idea. 
Davanti al morire del giorno, gli orti sperano ancora che un inizio estate faccia di nuovo capolino. Resta fedele alla sua parete la lanterna, eppure si sente trascinata. Perde il controllo, ora si atteggia a meridiana confusa. Forse si strugge per un porto conosciuto dai versi di un poeta. Orme sulla prima neve, così pare recitasse una canzone, morbide chiazze nel mare della notte sui moli desolati di una città spazzata dal vento. Ballate di marinai, cartoline d’innamorati che mai più si vedranno. L’ago del sole cadente cuce gli orli alle gonne, lunghissime sono ora le ombre, vulnerabili e lente come una fine. Siedono gli amanti nei parchi, ogni cosa è fuoco e come fuoco si alza e muore. Le giovani camminano nel rosso del tramonto, hanno sui visi una smorfia di piacere. Tra non molto chiuderanno nel fazzoletto rosso la loro adolescenza, un pane lasciato a lievitare.
Un vagabondo disteso sulla sua sacca incorniciato dal solito angolo, idolo tinto di malta, suonando vuol dare una benedizione. Il suo corpo riflette ogni giorno l’inizio e il coricarsi del tempo, e l’unisono del suo ripetersi in stagioni, tutto lo sfiora senza mai assolverlo. A migliaia i cantastorie si sono addormentati sul dorso della terra, dondolante schiena di cammello che attraversa la vita, e molto fu scritto nei loro spartiti. Ovunque hanno sostato, saggiando il carattere degli uomini. Se uno moriva in una bettola o in mezzo a un campo, un altro veniva a dargli sepoltura e un altro ancora ne faceva il racconto. Così va la gloria degli ultimi e tali sono le loro gesta. Di mano in mano passa la fiaccola della loro arte, come una corona in una dinastia di re. Venivano, non è molto, sulle piazze coi panni stracciati a prendersi l’applauso e lo scherno. Ogni anno l’autunno versava le foglie sul loro spettacolo. Ma ora se ne vedono sempre meno. Qualcuno ha donato i suoi poemi, magari pensando servissero a consolare altri. Sia lecito nella poesia di novembre vedere anche l’opera loro, e quella di caldarrostai, ambulanti e artigiani e giocolieri improvvisati, maestose figure che orgogliosamente voltano le spalle ai rintocchi della fortuna o forse più di tutti lafferrano. Chi da piccolo ha tenuto in tasca le reliquie di simili santi, chi avrà conservato per sé questi lari graziosi, non smarrirà l’incanto che gli hanno gettato addosso. Ognuno si sente toccato dal ricordo, poveri resti d’uomini che agli uomini insegnavano altre vie e loro, pur rinunciandovi, erano felici di conoscerle. Questa e altre eresie s’ingolfano sui visi scarniti del fogliame rimasto in bilico sui rami. Arrossiscono i muri reggendo quei pudichi fantasmi; spoglie d’alberi che nessuno verrà a visitare, queste inutili ossa che sono state. Ma se ne ricorda l’odore e il brusio il bambino incerto che le calpestava, mosso ai primi giochi, vi affondava le scarpe, e quello spezzarsi di ali lo stringeva al mondo senza che lui lo sapesse. Spezzava un ramo, profanava un ossario e lì qualcosa nasceva, nell’andare sui prati, per quelle ignote terre con indosso il suo favoloso manto di piccolo re. Essere un tutt’uno col fiotto che esce dalla pelle di cose vive e non vive, essere tutto e confondersi.
La buccia dei frutti trasuda, separata dalla polpa eppure di un’unica sostanza. Il piatto è rotondo, brilla sotto la lampada accesa e sembra quasi non avere forma. Gli spigoli della tavola disegnano la stanza, intorno è già scuro, per strada non si sente nessuno. Davanti alla finestra nuota questa esile radura sulla superficie di un lago silenzioso, cola amaranto dalle nubi dentro le pupille dei tetti, scende un chiarore che ancora resiste nell’azzurro di qualche ruga. Siede al suo posto il figlio con un sorriso largo e la tovaglia manda un bagliore fatato. Tutto è all’inizio, si avvicina in punta di piedi alla soglia del suo cuore che non ha difese e attende di essere accolto. Lui stringe una bacchetta con cui s’illude di andare lontano. Oltre il celeste dei vetri, di là dalle rose autunnali che ne ricamano la fronte, avrà in dono i suoi pomi rotondi, diversi da quelli che la madre gli ha messo nel piatto. Imparerà l’amarezza dei nuovi frutti, li rifiuterà, ma altri verranno e finirà con laccettarli. Innanzi a quel vetro si sente vicino al mondo eppure respinto. Ancora non lo sa con certezza, prova unindicibile delusione nel guardare, e non la spiega. Cerca di mischiarsi alle cose ma neanche questo gli riesce. Comincia a dubitare se mai gli riuscirà di unire se stesso agli altri. La madre gli mette nel piatto la luna, rifila gli anni come una collana, impasta le sue tenere carni alle perle che ruba al mercato, vegliandolo. E la lanterna sempre ben salda sulla casa.
Il bambino vince il fazzoletto a rubabandiera e conquista metri alla sua ribellione. La corsa gli dà vigore. Avanza in mezzo alle foglie, l’autunno lo ritrova cresciuto. La sua inesperienza non è più il fragile spago con cui legava l’amore della madre. Adesso può tenere testa alle ombre del giardino, l’azzurra maschera della finestra non riesce più a catturarlo; ha tracciato un confine sicuro, lui crede, tra sé e il mondo. Non cadrà più nell’inganno di andare incontro alla vita. Ha imparato a non restare deluso, è la sua convinzione. Ma proprio da qui verrà la sua scontentezza. Nessuna tavola luccicherà più, il piatto dorato dell’infanzia rimarrà vuoto sotto la lampada che nessuno curerà più di accendere. Abbandonate saranno le stanze nell’opaco splendore di un’aspettativa fugata.
L’intera esistenza si aggira in questo sommesso limitare di cose. Gli argini prima o dopo finiscono travolti, atterrati. Si rimescola il tempo nella carne, occulte doline franano sui contrafforti che saldamente hanno spartito lo spazio. Un laccio stringe i polsi ai ricordi, e il sangue sgorga pesante e già rappreso, trafila da questo lembo di volontà troppo sottile che aspira a preservare.
Novembre tiene per le caviglie, gioca a tirare indietro, quasi camminassimo in mezzo alle onde. Dagli ultimi orti della città esala un fumo denso di sterpaglie. Le bacche si aprono sulla via dandosi agli insetti. Non so cosa porti qui, ad aggirarsi per queste bianche case dove non sincontro nessuno. I cortili vanno a morire nei campi insieme al sole. Tutto qui ha un riverbero di pace. Quanto più cedo a questa tregua autunnale, anche solo per poco, in questo strano confine di abitati e abbandono, più ancora ho l’impressione di udire una piccola morte farsi strada dentro di me, un palpito di fibre scivolate dal trapezio del mondo. Così vicina non l’ho mai sentita. Ma è la mia sosta, è calda come una madre, e all’infinito vorrei poterla assecondare.       


(Di Claudia Ciardi, novembre 2014)

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