29 dicembre 2015

L'ellenismo secondo Berlino (I)





Il confronto tra Grecia e Germania che ha raggiunto il suo apice lo scorso luglio nei giorni delle frenetiche trattative sul debito ellenico, in realtà per rimandare la questione a data da destinarsi, ha rappresentato indubbiamente un punto di non ritorno nel dibattito politico europeo. Oltre a una sonora figuraccia di tutte le parti coinvolte. La Grecia invece, a quanto pare, ne è uscita piegata ma affatto sconfitta sul piano morale. Imponendo ai convenuti Ue un governo socialista, profondamente rinnovato rispetto ai vecchi oligopoli incarnati da Pasok e Nuova Democrazia, i due partiti che di fatto si erano divisi le zone di influenza nel paese, Alexis Tsipras, giovane fondatore di Syriza e volto nuovo della politica greca, è riuscito in un’impresa senza precedenti: liquidare in blocco la vecchia classe dirigente. Elemento importantissimo su cui non è minimamente caduta l’attenzione mediatica, presa dal terrore del populismo che ormai siamo abituati a sentire ovunque evocato, quasi sempre a sproposito. Uno sproposito che va a braccetto con la categoria del ridicolo e che rischia di rafforzare proprio il vero populismo, quello più irrazionale e violento, col quale gli attuali movimenti di protesta nati nello scenario europeo non hanno nulla a che vedere. Diversamente si seguita a infilare nel calderone gruppi anti-tutto, frange dei più vari e concitati estremismi, insieme a soggetti che tentano la via complicata dell’attivismo e della militanza politica per costruire discorsi alternativi e spostare gli equilibri di potere verso altre zone della società. Chi prova a intercettare il malcontento popolare, promuovendo una politica inclusiva e autenticamente rappresentativa non può ricevere la continua stigma verticistica di governanti e intellettuali. La pervicacia con cui ciò avviene tradisce interessi estranei al bene comune.
Torniamo al contesto europeo. Che Podemos, Ciudadanos (il Podemos di destra per dirla in maniera semplificata), Syriza, Movimento Cinque Stelle siano in ascesa è un dato di fatto. Entrano nei parlamenti, acquistano porzioni di consenso più ampie a ogni tornata elettorale. Sono forze che non legano tra loro, almeno al momento. Se si trattasse di amici si potrebbe dire che si conoscono per nome ma non amano frequentarsi. Ma la convergenza potrebbe anche verificarsi, chi lo sa. Piuttosto mi preme un altro discorso, diciamo riguardante la fenomenologia di questi gruppi. Nascono dalla crisi, ma non solo da quella economica come si ripete dappertutto, semmai da uno scivolamento sistemico, uno squilibrio innescato da molteplici fattori di crisi e perciò destinato ad avere conseguenze ad ampio raggio.    
Non ho menzionato Front National e Lega non per autocensura fascistica – tra l’altro anche questa narrazione del fascismo immanente rischia di essere un nonsenso quanto il populismo – ma perché, insieme a ben più autorevoli commentatori, credo si tratti di ‘rimanenze’ di apparato che amplieranno la loro piattaforma di votanti se il quadro sociale insisterà a essere deteriore; tuttavia non avranno molte chance di affermarsi in via durevole all’interno della ricomposizione cui si accennava. Tra i due schieramenti c’è inoltre una differenza non da poco, che l’alleanza in sede Ue si sforza di mascherare. Mentre Marine Le Pen ha come ipotetico referente l’insieme dell’elettorato francese, del resto il patriottismo è in Francia un argomento storicamente molto forte, Salvini ha un vizio di forma che non potrà superare nonostante ne inventi di tutti i colori, l’origine settaria e territoriale della Lega abbracciata all’ampolla padana. Inoltre il supposto nazionalismo italiano non sarebbe spendibile come collante, non almeno nella misura di quello francese. 
L’opinione pubblica delle diverse latitudini, e in Italia con accelerate ancora più brusche, ha già dimostrato di prendere a scorno un certo modo di fare che la indora per poi alla prima curva della strada tradirla in quel po’ di amor proprio che ancora le scorre in corpo; riguardo l’italiano medio, il limite invalicabile sta nell’essere platealmente ritratto come impecorito o ingufito – nel modo più bonario possibile dico pure che la metafora del gufo assiso e brontolone ha esaurito se stessa. In altre parole, l’elettore mostra a questo punto parecchia insofferenza e irritabilità se lo si tira in ballo come un infante da prendere per mano, sottintendendo che da solo non potrebbe fare di meglio perché privo di vero intendimento. 
I sobbalzi all’interno dei singoli paesi europei e le altrettante pressioni sui confini (crisi in Ucraina, emergenza profughi, turbolenze nei mercati asiatici) comportano che ogni vento minacci una tempesta, facendoci sentire in «piccioletta barca». Laddove servirebbero strategie, risposte decise e compatte, un fronte comune da opporre al disintegrarsi dei tanti fronti periferici, non per innalzare muri ma per farci trovare preparati e solidi dinanzi al deterioramento del quadro globale, permangono incertezze e assurdità nella gestione continentale. Anziché sfruttare il teatro della crisi greca come un palco da cui mostrare al mondo forza e fermezza politica (non fiscale!) e l’ecumenismo proprio di chi si proclama guida d’altri, la Germania ha preferito trasformarsi in una motrice impazzita. E così, nei caldi giorni di luglio, siamo deragliati. Di là dall’oceano gli Stati Uniti guardavano attoniti. Ad appena un paio di decenni dalla riunificazione, la Germania è partita per la sua galoppata in solitaria, mostrando di non possedere nessuno degli antidoti che l’America si era premurata di iniettarle nel corso della lunga liaison postbellica. La casa era ormai scoperchiata, l’insofferenza sotto gli occhi di tutti. E subito dopo la Grecia, sono venute le difficoltà coi profughi, al di là di molta propaganda a buon mercato – prima la Germania li avrebbe presi tutti, poi siccome il flusso si manteneva eccedente ha ricominciato a strigliare i paesi mediterranei perché non attuano i dovuti controlli; sarà una coincidenza ma dopo l’appello della cancelliera agli industriali dell’auto affinché si impegnassero a creare posti di lavoro per gli immigrati è scoppiato lo scandalo Volkswagen – qualcuno nella madrepatria non ha gradito e ha passato i suoi dossier a chi poteva sollevare un vespaio? Le spine reazionarie pungono sempre al momento giusto. E l’avvertimento non si è fatto attendere: signora non si allarghi troppo, siamo pur sempre la Germania! 
Incensare Merkel sul «Time» a fine anno è stata una mossa ancora una volta mediatica, per mettere un po’ di pace. Prima della valanga lepeniana, ci teniamo caro l’immobilismo della CDU. Inoltre il passaggio delle consegne per assicurare l’Europa o ciò che ne resterà al suo futuro non potrà che avvenire attraverso Berlino. Ecco qui la cosiddetta strategia d’uscita statunitense. Lasciare il vecchio continente per concentrarsi sulle potenzialità asiatiche. Una cosa all’apparenza semplice addirittura scontata, se non fosse che la sua attuazione rivela molte pecche. E quindi torniamo alla Grecia, perché tra i tanti incubi che la vicenda ha materializzato presso i diversi centri del potere mondiale, c’è anche la possibilità dell’Europa così impostata di cavarsela da sola. Per quanto conti la mia opinione, io credo che una simile teoria poggi su una premessa sbagliata. Finché immagineremo un’Europa a trazione di qualcuno, nel presente la Germania, il progetto continuerà ad avanzare pestandosi regolarmente i piedi e un bel giorno si rifiuterà di camminare. Nel caso specifico, la storia insegna che una Germania dominante tende a destabilizzare le altre nazioni; l’ultima volta l’effetto è stato tragico. È vero, i fatti non si ripetono, magari questi antidoti particolari adesso li abbiamo, però è bene non dare per scontato nulla. Penso che nei dibattiti pubblici questa sia una buona pratica. Si comincia omettendo qualcosa e si finisce chissà dove. Nei giorni della trattativa greca violenza e umiliazione si sono mescolate in modo sinistro, anche tra la gente comune: pagate, porci, o ve la faremo vedere. Alla solidarietà, estesa e però per lo più ridotta al lumicino di opache memorie liceali persino un po’ folkloriche, si alternavano frasi concitate e volgari che me ne ricordavano altre.
E siccome chi si sbraccia e alza la voce in genere la spunta sul più onesto oratore di questo mondo, in mancanza di una vera consapevolezza politica il pericolo non è superato. Diceva Hermann Hesse: «I tedeschi sono un grande e notevole popolo, chi lo negherà? Sono forse il sale della terra. Ma come nazione politica… impossibile. Voglio, una volta per tutte, non avere più nulla a che fare con loro sotto questo aspetto». Una frase estrema, frutto di un periodo particolarmente atroce per la Germania stessa a cui questa nazione era arrivata non senza avere in aiuto la dissennatezza del proprio vicinato. Eppure un certo fondo di verità scorre ancora in queste righe. Riconoscerlo non toglie nulla alla Germania, e rafforzerebbe in noi la volontà nel rivendicare un’integrazione autenticamente paritaria.

(Di Claudia Ciardi) 

15 dicembre 2015

Peter Fröberg Idling - Potere e verità





Il corposo saggio di Peter Fröberg Idling è una delle opere letterarie che hanno ricevuto maggiori attenzioni in Svezia negli ultimi anni. Uscito nel 2006, quando l’autore allora trentaquattrenne si è imposto al pubblico come giovane esperto di storia e cultura cambogiana, l’anno successivo viene votato dai lettori svedesi come miglior libro. È stato quindi stampato in Italia nel 2010 dalla casa editrice Iperborea, con il contributo per la traduzione dello Swedish Art Council. Siamo davanti a uno dei più dettagliati resoconti sulla storia contemporanea del sud-est asiatico. Mi sia concesso di dire, a titolo di premessa, che l’impresa di Idling è degna di un paese nordico che non ha verso la letteratura, e in generale la ricerca, il rapporto ambiguo, spesso nutrito di una certa freddezza, che hanno i paesi del sud europeo. Laddove il merito si trasforma concretamente in spinta creativa e realizzazione personale, anche e soprattutto nella sfera del lavoro, al di qua delle Alpi finisce per essere percepito come un appesantimento della persona, impantanandosi e in parecchi casi perdendosi. Tale riflessione è qualcosa di organico al processo che ha accompagnato la mia scoperta della prosa di Idling, e che forse lui stesso tende a suggerire ai suoi lettori, insieme al resto, più specificamente legato ai contenuti storici e antropologici di cui si occupa. Questo giovane intellettuale, infatti, ha avvicinato numerosi protagonisti tra cui diversi sopravvissuti alle persecuzioni di regime e alcuni importanti ex esponenti della dirigenza khmer, oltre a essersi spinto in ogni angolo della Cambogia, un paese le cui infrastrutture sono ancora deficitarie, causa i danni subiti durante i bombardamenti americani, nel corso della guerra civile, sotto il regime di Pol Pot che propugnò il ritorno a un primitivismo agricolo, e poi ancora con la liberazione vietnamita. Un lavoro monumentale, verrebbe da dire, incentrato sul valore della testimonianza, che lo scrittore cerca di riabilitare a pieno, denunciando la leggerezza con cui una buona parte dell’intellighenzia l’aveva liquidata nel corso della barbarie. Inevitabile perciò che la nostra mente corra ai lati pratici del narrare di Idling, in che modo è riuscito a portare in fondo la sua inchiesta, quali difficoltà ha incontrato e su quali aiuti ha invece potuto contare. A fronte di una vicenda tanto complessa e scottante come il potere dei khmer che si impose in Cambogia dal ’75 al ’79, non sono aspetti secondari, e insisto, non considerarli quanto dovremmo è indicativo di un tirare frettolosamente a diritto davanti alle necessità del mestiere letterario.
E proprio sulla letterarietà dell’opera, prima ancora di dedicarmi al fatto storico, desidero accennare qualcosa. Né romanzo né saggio tout court ma neanche completamente reportage. Il racconto procede secondo le movenze di un diario peraltro incompiuto. C’è un po’ del miglior Dagerman redattore delle cronache dalle macerie tedesche nel dopoguerra. Anche qui uno sguardo che si aggira nello spazio in cerca di tracce scomparse, impressioni, atmosfere che riempiano il vuoto incombente su una delle vicende più fosche del Novecento. Forse è il senso di devastazione senza i tratti apparenti della devastazione a fare della Cambogia l’incubo surreale che continua a perseguitarci come un rumore di fondo. Troppe lacune ne infittiscono il mistero, dilatano i dubbi, sviano l’osservatore. E in questo risiede il mio personale interesse verso un argomento altrimenti lontano da quanti di solito attirano le mie riflessioni.
Idling annoda la trama intorno a un nucleo essenziale, la spedizione compiuta nella Kampuchea Democratica da quattro connazionali nell’agosto del ’78, con lo scopo di descrivere in patria e al resto dell’occidente i benefici della rivoluzione. Dalla caduta della capitale Phnom Penh il 17 aprile del ’75 la Cambogia, ribattezzata Kampuchea secondo l’antica parola khmer, aveva infatti tagliato ogni comunicazione col mondo esterno. Vietate le visite straniere, chiuso l’aeroporto con l’unica eccezione di un volo da e per la Cina una volta ogni quindici giorni, niente giornali o bollettini radio. Un black out che non lasciava intendere nulla. Il sospetto non avrebbe osato spingersi tanto a fondo e sostenere lo sguardo della vera tragedia che si stava consumando. Poi uscirono i primi racconti di sopravvissuti cambogiani, in fuga dai carcerieri khmer. Diversi intellettuali di sinistra, solidali con la rivoluzione, minimizzarono la portata delle testimonianze, mettendo in guardia l’opinione pubblica circa la loro autenticità. Il dibattito si infiammò. A posteriori è interessante vedere come l’ideologia riuscì a travalicare il buon senso di troppi. Idling dedica non a caso molte pagine alla questione. Potrebbe sembrare semplicissimo, un moto riflesso, accordare fiducia a un profugo uscito da un paese lager, e invece nulla di più complicato. Tra i detrattori scopriamo anche Noam Chomsky, voce dissidente e impegnata, tuttora attivo sulla scena del dibattito interno americano. Ma pure dopo, quando emerse la brutale realtà del genocidio, ci fu chi volle discolparsi dagli errori di valutazione commessi. Sì, il dramma era ormai cosa nota, però sui numeri non si poteva fare affidamento, insomma la portata della vicenda era soggetta ancora a non poche oscillazioni. Come se ciò dovesse influire sul giudizio morale circa i risvolti della politica khmer.
Lo scrittore è molto abile nel salvare ogni sfumatura caratteriale dei suoi interlocutori e anche il particolare all’apparenza più contraddittorio diviene così elemento di rilievo per una ricognizione complessiva. La Cambogia è il frutto di un contesto, uno scenario storico che vede fortemente destabilizzata quella fetta del continente asiatico. La corruzione interna dilagante, i problemi economici e infine i bombardamenti decisi a tavolino da Nixon e Kissinger, scavalcando il Congresso, per uscire dalla palude vietnamita. L’ascesa dei khmer rossi va collocata entro un tale degrado, in una fase convulsa che portò alla guerra civile prima e alla presa del potere da parte dei comunisti di Pol Pot, alias Saloth Sar, subito dopo. Avviate le collettivizzazioni, sgombrate le città, simbolo del parassitismo e della corruttela dilagante nelle classi più agiate, dal paese non filtrò più nessuna notizia. Solo qualche rapporto ufficiale, proveniente da Phnom Penh, e null’altro. Materiale che affluiva, ad esempio, nella sede della rappresentanza diplomatica della Kampuchea a Berlino Est e che veniva puntualmente rimaneggiato dai suoi impiegati, per renderli più appetibili, più “all’occidentale”. Uno di questi uomini, Someth, sposato alla svedese Marita Wikander, alla chiusura della sede venne richiamato in Cambogia; da quel momento se ne persero le tracce. La Wikander prese poi parte alla spedizione svedese col segreto proposito di rimediare informazioni sul marito, senza riuscirvi. È probabile che quando avvenne il viaggio, fosse già morto, una delle tante vittime dell’S-21, la sede del braccio armato dell’Organizzazione, oggi museo della memoria, dove la polizia segreta seviziava e uccideva i prigionieri. Tra questi si contano anche due cittadini americani, due ragazzi che si erano avventurati sul Mekong in cerca di marijuana, anche loro inghiottiti nel nulla. In seguito si seppe che vennero arrestati e portati all’S-21 con l’accusa di spionaggio.
Dei quattro membri della delegazione svedese, uno è un nome di rilievo. Si tratta di Jan Myrdal, uomo allora sui cinquant’anni, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal. Giornalista, intellettuale di sinistra, il suo resoconto cadde come un macigno nell’opinione pubblica del suo paese. Tutto in Cambogia procedeva al meglio, i khmer avevano attuato un programma efficace per riparare i danni del colonialismo e svincolarsi in via definitiva dalle insidie imperialiste dei loro vicini. Su questo ragionamento poggia la domanda che scuote dall’inizio alla fine il libro di Idling: possibile che non si siano accorti di niente, che i quattro ospiti abbiano coperto più di un migliaio di chilometri attraverso le campagne cambogiane e che nulla del disastro sia trapelato? Malafede, ignoranza colossale o incredibile perizia dei funzionari comunisti? Myrdal aveva l’aggravante della maturità, rispetto ai suoi accompagnatori trentenni. Di sicuro poteva vantare una preparazione più solida e tuttavia nessuna incertezza ha scalfito le sue tesi.
Si coglie nella cosciente irresolutezza di tali interrogativi un andamento alla Rashmon, secondo cui più si corre dietro alla verità più questa si nega, mostrando mille volti, tanti quanti sono coloro che cercano di dare la loro versione dei fatti. Il fascino di una simile lettura è quasi tutto riconducibile al tentativo di esplorare le zone meno note della mente umana. Al di là del contenuto storico, ammetto di essermi avvicinata al libro principalmente per capire come e se sarebbero arrivate certe risposte. Diciamo pure che l’interesse psicologico ha di gran lunga sovrastato gli altri. L’esito, lo ribadisco, vale lo sforzo di addentrarsi in questo robusto volume. Il fatto che le soluzioni che aspettiamo sfuggano di continuo, mostra per contrasto la sconvolgente ossessione del meccanismo: quando ci si crede lucidi, si è invece spesso distanti dalla realtà. Nel caso cambogiano, inoltre, l’attuarsi della violenza assume un che di distaccato, è un qualcosa che accade certamente per programma politico ma allo stesso tempo si ha la sensazione che buona parte di quanto viene eseguito sia l’estremo effetto di un qualcosa che è fuori dal controllo e dalla volontà dei singoli. Un’agghiacciante computisteria di regime. Impossibile non riandare alla banalità del male della Arendt.
C’è anche un altro lato selvaggio nella ricerca di Idling, che a mio parere ci riguarda da vicino. E ruota intorno alla raccolta di informazioni sul conto di qualcuno. I khmer, questi strani esseri vestiti di nero – anche qui il parallelo con altri estremismi sembra naturale, il nazismo, l’Isis –  venuti dalla giungla, che pure da ragazzi avevano avuto il singolare privilegio di studiare a Parigi – in un paese dove appena duecentocinquanta cambogiani nell’arco di mezzo secolo avevano fruito di quella possibilità – misero in campo uno spionaggio capillare mischiato a forme di superstizione e altri aspetti irrazionali: se un badile si rompeva o l’acqua si scopriva contaminata, era opera della controrivoluzione e il presunto responsabile veniva giustiziato. Del resto, controllare qualcuno implica di per sé un atteggiamento ostile, e diciamolo tradisce un eccesso di difesa: ti controllo perché ho un sospetto o solo perché non mi piaci e voglio crearti dei problemi. Non è raro che un simile atteggiamento sconfini nella paranoia e che l’ingranaggio finisca presto o tardi per mettere in mezzo degli innocenti. Nei regimi succede con esasperata crudeltà. Ma attenzione, siamo noi al riparo da fenomeni di questo tipo? Magari dai più estremi. In ogni modo si percepisce tra le righe del libro un invito a riflettere. Accodarsi a qualcosa che somiglia a un indizio, solo perché esiste nella nostra testa, millantare, confondere, illudersi di ricavare un’idea valida da certi angoli sbrecciati delle vite altrui, perché non si riescono ad avere informazioni di prima mano, è chiaramente un modo di danneggiare e screditare gratuitamente qualcuno. Cose che finiscono per avere ripercussioni sulla società nel suo complesso. In Cambogia, e altrove, le vittime si sono contate a milioni. Nella Babele d’occidente, in preda a crisi d’ansia e rutilanti esternazioni pubblicate sui social network, il pericolo si mostra meno grave, ma non per questo va ignorato. 
Passiamo tre, quattro volte al giorno davanti a un barbone e non lasciamo un’elemosina ma la stessa foto di un poveraccio postata sui magici davanzali dei nostri profili può riscuotere migliaia di consensi. Quando il lavoro di Idling è uscito le cose non avevano ancora preso questa piega, eppure molti dei quesiti che ci poniamo adesso, nelle sue pagine sono affrontati con sorprendente lungimiranza. 

(Di Claudia Ciardi)


Peter Fröberg Idling,
traduzione di Laura Cangemi,
pp. 344
Iperborea, 2010

29 novembre 2015

Die goldene Adele



Foto di Maria Altmann - Sullo sfondo il ritratto della zia Adele Bloch-Bauer


“Adele in oro” è il titolo di uno dei più famosi ritratti eseguiti da Gustav Klimt, su incarico di Adele Bloch-Bauer, moglie di un noto industriale ebreo austriaco. L’opera fece molto parlare di sé nel 2006, quando dopo una lunga vertenza legale, la signora Maria Altmann, erede e nipote di Adele, riprese possesso del quadro. In quell’occasione la tela e altre opere klimtiane appartenute ai coniugi Bloch-Bauer passarono dalla galleria del Belvedere agli Stati Uniti, patria adottiva della Altmann dagli anni della seconda guerra mondiale. 
La vicenda è ora tornata alla ribalta grazie al toccante film girato da Simon Curtis, che per il ruolo della protagonista ha scelto la bravissima Helen Mirren. Al di là della trama e dei dettagli che riguardano la realizzazione della pellicola, quanto mi preme sottolineare in queste poche frasi, è l’idea di “spirituale”, anzi volendo essere precisi, quella di appropriazione spirituale nel senso mirabilmente attribuito da Thomas Mann a tale concetto, che esce fuori dal lavoro di Curtis. Dipanare il filo di una memoria è forse uno dei compiti più ardui dal punto di vista cinematografico. Se poi a questa memoria si pretende di dare spessore storico, di collocare ogni suo fotogramma all’intersezione tra individualità narrante e epoca cui si richiama, allora le difficoltà aumentano di molto. In effetti lo sfondo Jugendstil del quadro, diviene una quinta allargata della cosiddetta età dell’oro nella cultura viennese. Un mondo elitario, perfino sfarzoso, alla cui affermazione l’interessamento e il denaro dei raffinati committenti ebrei diede un significativo contributo e forse anche una sua fisiognomica. Tutto questo è reso in modo essenziale, senza sbavature né eccessi retorici. Non ci si sofferma sul pianto per la razzia nazista né narcisisticamente si indugia troppo sulla bellezza di quella stagione, pure indubbia per non dire abbagliante. Questo tempo spazzato via dalla furia della dittatura, e quindi della guerra, emerge in via frammentaria, discontinua, un flashback interrotto singhiozzante, che riflette la fatica della protagonista ad avvicinare il passato causa il nodo emotivo che vi incombe.
Se come dice Giorgio Agamben, riprendendo un celebre assunto benjaminiano, il dramma dell’oggi consiste nell’incomunicabilità dell’esperienza, la Altmann è più che mai anello di congiunzione riluttante, quando non del tutto avverso, tra l’ammutolimento provocato dalla guerra, con le sue irrisarcibili lacerazioni, e un dopo che ha preteso ogni energia perché la vita riprendesse a scorrere nel suo alveo. Due fasi alle quali non si riesce a guardare senza sentirsi braccati, estinti. E così non sorprende che questo volgersi all’indietro avvenga all’insegna di un libro per l’infanzia, la storia di un ragazzo rapito dal vento e trascinato verso una straordinaria avventura, che la Altmann leggeva insieme allo zio, la cui copia gualcita ma salva esce fuori tra gli oggetti della sorella appena deceduta. Una novella echeggiata in quelle stesse stanze della grande casa viennese, dove Adele, creatura fiabesca di malinconica femminilità, sedeva in posa davanti a Klimt, e dove le porte in modo assai simbolico, quasi in ogni ricordo, si aprono per poi richiudersi alle spalle dei protagonisti. Un dentro-fuori che è anche un prima-dopo. Spazio e tempo tendono l’uno all’altro ma non si toccano, non conservano quell’intimità dialogante che di solito appartiene alla memoria, piuttosto emergono a loro volta come quadri staccati, senza cornice, troppo rapidi perché lo sguardo riesca a soffermarsi.    
Non è un caso se il film si apre su Klimt, di cui noi vediamo solo le mani e sentiamo la voce, lenta, calda, in una sala poco illuminata. La sequenza è dominata da toni in seppia, una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto. Il pittore è già creatura spirituale, prima emanazione di una sfera quasi mistica, quella dell’arte, cui partecipa anche chi con lui entra in contatto. Perciò anche le altre scene in cui appare Adele sono dominate dai chiaroscuri, a voler definire una presenza che si intravede soltanto. Come se tutto, persino nel momento stesso in cui stava accadendo, non fosse completamente di questo mondo. Dunque non un semplice artificio per marcare la lontananza temporale di quell’incontro di anime ma precisa scelta espressiva per parlare di un qualcosa che travalica il sentire comune. Ed è proprio questo elemento, colto e ravvivato in un’orchestrazione perfetta, grazie anche al tema musicale composto da Hans Zimmer e Martin Phipps, a rendere convincente l’opera di Curtis. Un’appropriazione spirituale, si diceva, che libera la sua carica emotiva in un crescendo ad alta intensità, dall’addio ai genitori – ultima porta che si chiude definitivamente sugli anni spensierati della giovinezza  – fino al ritorno catartico nella vecchia casa dove i volti di familiari e amici si fanno di nuovo incontro alla protagonista, così come li aveva lasciati. Qui il cerchio si chiude, con quel che è andato perduto e quello che si è cercato di recuperare in un mutilo risarcimento postumo. Da alcuni punti di vista, il narrare di Curtis mi ha suggerito le atmosfere e la struggente pacatezza di Il posto delle fragole di Bergman, soprattutto nel commiato della protagonista dai genitori. Pur essendo scene concepite in modo assolutamente diverso, si può dire che una sensibilità di fondo le avvicini, almeno questa è stata la mia impressione. Tra l’altro solo pochi giorni prima, mi era capitato di vedere per la prima volta Kundun, il tributo di Martin Scorsese al Tibet. Devo dire che è stata una piccola fortuna, perché ne ho tratto tutto il fascino sprigionato da un sincretismo di opposti dove spirito e natura si congiungono in quell’unicum annunciato da Mann come piena affermazione dell’umano. E ancora una volta, in modo per l’appunto casuale, ciò mi ha evidenziato una singolare sintonia sentimentale con la storia della Altmann. Attimi di autentica strappati con sempre maggiore difficoltà all’incedere fragoroso del quotidiano e che facciamo fatica pure a riconoscere, qualora qualcuno riesca nell’impresa affatto scontata di raccontarceli. Non mi hanno quindi stupita alcuni commenti piuttosto freddi, che dimostrano l’aver ignorato del tutto lo scavo emotivo compiuto dal regista. Per me un’appropriazione spirituale è quando in autunno all’imbrunire mi capita di passeggiare rasentando il muro dell’orto botanico a Pisa, immersa in un silenzio e una luce irreali, oppure quando la domenica in campagna, a casa dei miei, sento entrare dalla finestra le note imprecise e ripetitive di un violino, e starei ore ad ascoltarlo, o ancora quando a Barcola, sul golfo di Trieste, mi ha sorpresa un temporale. Oppure… ma va bene, non c’entra granché o forse sì. Sono cose che non si possono insegnare; si sentono o non si sentono. Magari basterebbe a volte soffermarsi un po’ di più.

(Di Claudia Ciardi)



Maria Altmann Theme (soundtrack) 

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Klimt a Milano (La mostra di Palazzo Reale organizzata in collaborazione col Belvedere di Vienna)

Gustav Klimt - Secession

21 novembre 2015

L'università del dissenso



Qualche rigo per introdurre l’articolo citato nel mio precedente contributo. Come già detto, l’attualità delle riflessioni di questo pezzo basta a meritare la loro riproposta. La forma in cui è stato scritto, nove anni or sono, permette al tema di parlare ancora con chiarezza. Il fatto che si prenda spunto da un testo sessantottino ha un valore accidentale; il ragionamento degli studiosi chiamati in causa trova infatti una sua consistenza ben al di là delle fitte retoriche costruite intorno alla protesta. Resta innegabile che un generale ripensamento di certi apparati non sarebbe emerso senza quella sfaccettata sollevazione di coscienze, dove aspetti senz’altro puerili convivevano con una dissidenza più meditata. Ho avuto la fortuna di farmi spiegare il Sessantotto da chi lo aveva vissuto, anche se forse il racconto più sincero è venuto dal mio primo compagno, che da ragazzo organizzò i mercatini rossi nelle periferie della città e passò le nottate a ciclostilare volantini. Si prese qualche manganellata e non fece carriera politica. Quasi tre decenni dopo, quando io l’ho conosciuto, ne parlava all’ombra della sua sterminata biblioteca come un’avventura giovanile, rivendicandone tuttavia il fondamentale contribuito allo svecchiamento del sistema. Di fronte alla mia perplessità, mi ripeteva che qualcosa era stato smosso, qualcosa che oggi, insieme a molto altro, si tende a dare per scontato. 
Anche in queste stesse ore. Mentre ascoltiamo ovunque l’invito a custodire i “valori occidentali”, dimentichiamo che non si tratta di assiomi, ignorando peraltro la lunga e traumatica vicenda della loro conquista, ma anche l’altrettanto turbolenta fase della loro discussione interna ed esterna. Sulle scissioni del nostro tempo, troppo spesso descritto nei termini di una asintomatica variabile, indegna perfino di un manuale di fisica, riporto alcune frasi che Thomas Mann, attaccato in modo pretestuoso da alcuni giornalisti americani, dedicò alla polemica che lo coinvolse nel 1951. Mi sembrano emblematiche di come il confronto democratico, sviato ad arte da personaggi di dubbia caratura morale, ma evidentemente molto comodi quando ci si prepara a una “caccia alle streghe” in piena regola, corra il rischio di finire in un pantano di irrazionalità dove vengono gettati tutti, tranne quelli che soffiano sul fuoco.
   
«…Mi viene dato del bugiardo solo perché il signor Tillinger crede unicamente alle sue “streghe”. Ho replicato a lui e al «Freeman», e posso contare sul fatto che la stampa riporterà immediatamente la mia risposta. Certo, tutto ciò rimane un’infamia sintomatica, tanto quanto una truce sciocchezza. Rinnegati ex comunisti ed ex spioni sovietici, esperti traditori – senza alcuna eccezione! – si ergono e sono accettati quali paladini della democrazia. Gente incapace di distinguere il nero dal bianco e che, almeno presumibilmente, ritiene i trucchi più primitivi della propaganda comunista migliore moneta della parola di un uomo, d’integrità finora indiscussa; questa è la gente chiamata a difendere la decenza e la libertà. Non sono comunista e non lo sono mai stato. Nemmeno sono suo compagno di viaggio, né potrei mai esserlo, lì dove il viaggio finisce nel totalitarismo. In quest’occasione, però, voglia essere dichiarato che in questo paese, di cui diventare cittadino è stato per me un onore, l’odio per i comunisti – isterico, irrazionale e cieco – rappresenta un pericolo di gran lunga più terribile del comunismo all’interno; si appare in procinto di cadere e di abbandonarsi completamente alla follia persecutrice e al furore persecutorio; tutto questo non solo non potrà condurre a nulla di buono, bensì, se al più presto non si riflette, condurrà al peggio». (Thomas Mann, Io constato…)

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Molte delle argomentazioni qui evidenziate vengono da un vivace libro di storia politica, L’università del dissenso, Einaudi, a cura di Theodore Roszak, dato alle stampe nel clima di protesta del ’68. Distanziandosi dagli entusiasmi gratuiti che quel periodo suscitò e che sono alla base di una sua impolitica mitizzazione, questo volume si configura come un osservatorio attento allo stallo culturale della società statunitense nel decennio che va dai Sessanta ai Settanta, difficoltà ancora insuperata e che, anzi, rappresenta tutt’oggi un elemento di crisi profonda del mondo occidentale.

Vorrei cominciare questa mia riflessione con le parole di Louis Kampf, un professore americano controcorrente che, negli anni ’60-’70, insieme a pochi altri colleghi, mantenne uno sguardo lucido su quello che stava succedendo nel mondo accademico del suo paese, rilevando la pesante compromissione delle sfere più alte della cultura con la crescente aggressività dell’imperialismo statunitense.
«Al congresso dell’anno scorso [si tratta della Modern Language Association] mi sentii quasi sopraffatto dal pensiero del Vietnam. Vedevo, al posto dei miei colleghi accademici, fantasmi di contadini vietnamiti bruciati dal napalm. C’era qualcuno, in tutto il congresso, che se ne preoccupava? C’era qualcuno, fra coloro che in quel momento leggevano le loro comunicazioni, che metteva il suo lavoro in rapporto a questo problema? Qualcuno la cui umanità entrasse a far parte dell’abilità tecnica? A un certo punto mi trovai immerso nella seguente fantasia: se tutti questi 15 mila congressisti, infuriati per la carneficina che sta avvenendo nel Vietnam, decidessero di occupare la Casa Bianca…»
Il sistema americano, bisognoso di reclutare nel minor tempo possibile persone che mostrassero di abbracciare in maniera acritica le ideologie dominanti, aveva cominciato a costruire, con particolare incremento nel secondo dopoguerra, la propria strategia di mercenariato, volto all’accrescimento dei ranghi di un’élite che ratificasse senza sollevare problemi e polemiche di natura sociale e morale, le decisioni governative. L’allettamento principale, attraverso cui lo Stato si assicurava la collaborazione incondizionata dei soggetti reclutati, erano i soldi. Le continue promesse di carriere, premi, avanzamenti, vacanze, crearono una competizione esasperata tra chi faceva parte o si accingeva a frequentare le roccaforti della cultura americana.
Le aspirazioni carrieristiche dei singoli distolsero sempre più dai reali compiti critici della cultura e distrussero soprattutto i legami tra gli uomini che detenevano un sapere più alto rispetto alla media e che, fino a un certo momento, avevano quantomeno tentato di interpretare i loro rapporti alla luce se non di un attivismo sociale, almeno di un’idea di impegno morale nei confronti della collettività.
I legami all’interno dei componenti della classe dirigente e dei corpi accademici vennero destinati al mantenimento di vuoti formalismi e apparenze, ai quali i singoli mostravano di adempiere entusiasticamente, ancora una volta per trarre ulteriori vantaggi personali. In questo rincorrersi di egoistiche aspettative, l’impegno culturale militante andava a farsi benedire, le facoltà scientifiche conoscevano tempi d’oro grazie a lauti finanziamenti, perché da quelle ci si attendeva l’innovazione, soprattutto a livello di tecnologie belliche, che avrebbero guidato alla conquista del mondo e portato prosperità al paese, mentre gli umanisti alloggiavano in soffitta. Ci si doveva assicurare che non venissero fuori dei novelli philosophes che tanto avevano insistito sulla militanza delle lettere; era necessario che queste discipline fossero relegate in uno spazio estetizzante, poco visibile, ma ben lustro e accogliente, quanto bastava per tenere mansueti i suoi abitatori. 
Gli allettamenti monetari hanno funzionato davvero bene in questa prospettiva. Louis Kampf rilevava come l’evanescenza del mondo accademico, comprato dai vertici dello Stato, costituisse un’enorme problema politico, dal momento che la cultura rinunciava così ad una necessaria dimensione di indipendenza e al proprio compito di discussione critica dei problemi della società.
Theodore Roszak, nome importante della retroguardia accademica americana, si è soffermato sul fenomeno della ricerca, di come questa, ripiegata su se stessa e svuotata di molte finalità concrete, aveva prodotto splendidi risultati specialistici, destinati ad arricchire molte scaffalature di biblioteche. Ma sulla validità delle tante compilazioni c’era molto da dire. Quante servivano a tenere i singoli inchiodati alle sedie dei loro studi, impegnati in cose che irrimediabilmente li avrebbero distolti dalla realtà effettuale? 
Ora, è lecito avere opinioni diverse sulla ricerca, e io personalmente che sono onnivora di letture non ho difficoltà ad ammettere che a un certo punto un qualche studioso, per elaborare la propria teoria, avrà bisogno di ripescare precedenti lavori che si pensavano avviati a un definitivo anonimato. Ma la questione che pongono Kampf e Roszak riguarda l’urgenza morale di un risveglio dal torpore in cui abbiamo condannato le ricadute concrete del nostro sapere (e dunque saper fare!), visto che molte delle problematiche dell’università americana sollevate trenta, quarant’anni fa, restano ancora insolute.
Mi riferisco ad esempio allo scandalo che si consuma attorno alle lettere. A che serve lo studio della letteratura, se non si trae dai suoi testi un insegnamento morale e non lo si trasmette alla collettività? La funzione degli studi umanistici pare arrestarsi al compito di far apparire un po’ meno rozzi gli uomini di scienza, in generale riducendosi a corollario di qualcos’altro. Che le università siano diventate in molti casi l’incubatore di una vacuità culturale e, per conseguenza, professionale è un triste dato oggettivo. La crisi dell’occupazione viene in buona parte da una debolezza estrema, per così dire dialettica, del sistema scolastico. 
Si è senza dubbio registrata negli ultimi anni una preoccupante acutizzazione dei processi di svendita culturale, e si è incrementata la rinuncia a formare persone consapevoli e dotate di una coscienza critica. Mi pare quindi che gli appelli dei due intellettuali citati siano, a oggi, disattesi.
Quando si rinuncia alla cultura e all’insegnamento morale che racchiude, quando non ci si sofferma più ad analizzare i fenomeni e si perde contatto con gli strumenti che a ciò servono, si butta via la possibilità di criticare le nostre stesse azioni.
Ed è per questo, forse, che abbiamo una quantità elevatissima di studi sui danni della deforestazione, ma stiamo cancellando dalla faccia della terra le foreste primarie, come in Camerun e in Borneo. E gli studenti non bloccano le lezioni per parlare insieme ai professori delle stragi del Libano, della guerra in Iraq o per analizzare le cause del pericolo terrorista, ma pensano a quanti crediti stanno accumulando con i corsi e gli esami.
Si svegli chi può!

(Di Claudia Ciardi – agosto 2006)

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