10 gennaio 2022

Il violinista del Traunsee

Una delle prose giovanili di Hofmannsthal-Loris, che non ho inserito nella mia galleria di inediti in quanto già pubblicata in un’antologia a tema musicale. La propongo qui nella versione che avevo preparato durante quella fase di studio, completando idealmente l’excursus sui testi d’esordio del grande letterato viennese raccolti nei mirabili volumi di Cristina Campo, Leone Traverso e Gabriella Bemporad. Cui in punta di piedi si aggiunge anche il mio libretto uscito nel 2021, Il soldato Schwendar. Prose sparse inedite in Italia.

La poesia e la musica aleggiano nell’incanto montano del Traunsee, voci fuggevoli, misteriose presenze suscitate dal luogo e dalle meditazioni del narratore a comporre un vero e proprio quadro dove trovano campo tonalità contrastanti, attraversato da venature simboliste, scosso da quel senso d’irreale eppure così reale tanto caro alla fantasia di Hugo von Hofmannsthal.



Paula Modersohn-Becker, Tanzende Prinzessin mit Musikanten, um 1901


Il violinista del Traunsee

(Una visione nel giorno di Santa Maddalena)


Lunedì 22 luglio 1889


La brace densa e opprimente di un pomeriggio di luglio senza nuvole incombeva sulla montagna e sul lago. Nulla si muoveva sull’ampia superficie scintillante come metallo. Non un alito di vento sfiorava le chiome dell’imponente foresta che in uno scuro mantello strisciante si stendeva giù dalle spalle della montagna fino a rasentare la riva. Qui, sul limitare del bosco e della corrente, si offrivano piccole insenature favorevoli all’approdo delle barche, su cui l’ombroso fogliame gettava mobili incisioni, immagine palpitante di una pacifica quiete, un sentirsi al sicuro sollevati dalle preoccupazioni, doppiamente piacevole a fronte della temibile immagine della scarpata che con le sue ripide rocce scendeva a precipizio sulla parete frontale del massiccio di Traun. All’ombra di uno di questi approdi dove un ruscello cristallino attraverso un soffice tappeto di muschio si faceva largo sulla riva ghiaiosa, avevo finalmente trovato dopo una lunga ricerca quello che desideravo, un mucchietto di terra dimenticato dal mondo; l’animata frescura mi avvolgeva, mentre la mia barca sfiorava la bianca sabbia e avevo come l’impressione in quel preciso momento che tutto mi sfuggisse davanti all’ardente vampa là fuori, tutto ciò che nasce e fiorisce, e tutto ciò che è destinato a germogliare e crescere.
I piedi mi affondavano di un bel pezzo nel tappeto di muschio che spontaneamente aveva ricoperto lo sterile acciottolato della riva, cosicché nient’altro lo separava dall’acqua se non una sottile striscia di sabbia chiara. E quanto era morbido e spesso quel tappeto, così lo era anche il fogliame che si curvava in una volta accogliente, mentre a stento qua e là penetrava in una breccia un raggio di sole, un umido bagliore dorato sui tronchi.

Su una tavola di legno era scritto «Magda – pace – 1839». Chi poteva essere la Magda che, mezzo secolo prima di me, aveva scelto questo posticino idilliaco? Colei che qui sedeva nel costume delle nostre nonne, il collo sottile avvolto nella sciarpa di seta, il piedino esile fasciato in minuscole scarpe francesi? Era forse venuta qui con Clauren Mimili per ascoltare le commoventi campane del gregge che tornava a casa, un amore pallido e misterioso nel suo cuore, o che fosse fuggita qui per abbandonarsi a malinconiche licenze con Jean Paul, o per abbandonarsi alla seducente magia della romantica solitudine nella foresta? Forse è ancora viva, forse ogni giorno passo davanti a lei, vedova di un vecchio funzionario corpulento la quale, nei panni della rispettabile Maddalena davanti a una tazza di caffè, ricorda la Magda di un tempo con un sospiro e la chiacchiera accogliente. Mentre i miei pensieri vagavano così pigri, cercavo con avidità un’iscrizione sull’asse di legno, un piccolo verso con cui gli esseri umani più pieni di sentimento esprimono il loro entusiasmo alla vista di bellezze naturali.
Inutilmente mi sono affaticato a sollevare la tavola dal suo incavo umido, disturbando innumerevoli vermi. Ed ecco là sotto parole, versi, una scrittura incerta, femminile: a volte morbida e distesa, poi di nuovo ben fissata, piena e forte. Un lichene nascondeva le ultime righe, le scoprii cautamente usando il mio coltellino tascabile: «Nel giorno di Santa Maddalena 1839. Nik. Lenau».
Questo nome mi ha squarciato la memoria come la luce di un lampo. Sì, quelli erano i segni in cui mi ero immerso con malinconica beatitudine, ogni volta che il mio grembiule da lavoro mi aveva concesso la tregua di un paio di sguardi al ricco lascito manoscritto del cognato di Lenau. Il mio cuore batteva forte per l’eccitazione e per un momento rimasi accecato. Poi ho fatto il tentativo di decifrare il mio tesoro mettendomi d’impegno. Ma invano, a stento si poteva riconoscere la forma metrica, la lunghezza del componimento. Con poco sforzo si potevano integrare dei versi per completare il senso della frase, ma quanto a cogliere il significato della poesia ho dovuto rinunciare a ogni speranza. Proprio come me, così triste, tormentato, incapace, si sarebbe sentito il mendicante ai cui piedi un tesoro luccicante fosse sprofondato in qualche anfratto? Una lacrima calda di delusione e amara impotenza cadde sui tratti grigi. Era un sonetto; un tipo di poesia che Lenau non usava volentieri, in quanto amava lasciar fluire in sé quel che prendeva d’assalto il suo cuore e la sua mente come le maree sconfinate del suo violino e non limarlo e comprimerlo nell’augusto limite dei quattordici versi intrecciati ad arte. Ciò che si riusciva a leggere era lacerato e slegato:

Sei caduta, una donna, come mille sono annegate,
il Salvatore ha sentito il tuo cuore gemere
di pentimento, come il morire, sconfinato
il mio mare di piacere è un mondo di suoni
e simili a compagni di bevute sono i miei pensieri….
Eri una donna perbene, ti potresti compiangere
e ora tessono le tue lodi in leggende,
il tuo posto è accanto all’Immacolata.
Quando finirà il tormento, quando la persecuzione?

 
Un pilastro di un palazzo sepolto, un accordo strappato via, sospinto dal vento. Eppure un accordo che risuona ancora e ancora nel fragoroso tumulto delle battaglie come nel morbido sussulto delle canne; in ogni momento udire l’unica angosciosa domanda rivolta al destino, ora cresciuta in un grido disperato proveniente da un petto lacero, ora mitigata in una preghiera infantile, fiduciosa, umile. Quando finirà il tormento, quando la persecuzione? Tutte le corde della mia anima risuonarono, melodiosamente accompagnate dal fruscio delle foglie, dalle increspate onde ubriache di sonno. Due immagini sorsero davanti ai miei occhi, la bella penitente ornata dai capelli sciolti, nello sguardo il lampo vittorioso della prova superata, e l’uomo pallido, interdetto, con un’espressione un po’ triste e un po’ beffarda intorno alle labbra carnose, nell’atteggiamento di quando restava in vestaglia nel suo studio. Una falena galleggiava sulla mia fronte; soprappensiero ho ascoltato il calmo respiro della marea addormentata. Poi, mischiato al mormorio delle onde, uno strano suono, come il lontano accento di un violino. Era un suono leggero ma penetrante che sembrava risalire dalle profondità, come se le sirene strisciassero nei loro sinuosi cortei sotto gli archi e le sale della città sommersa. Ho chiuso gli occhi perché avevo paura di svegliarmi e mettere in fuga i dolci suoni. Ma si facevano sempre più vicini e la canzone suonava sempre più visivamente allettante. Alla fine mi parve che si alzassero da terra proprio davanti a me, aprii gli occhi, ed ecco che vidi lì in piedi un uomo serio e pallido, nell’abito piccolo borghese dei nostri avi, i suoi grandi occhi scuri concentrati in un’espressione interrogativa, un sorriso intorno alle sue labbra morbide e piene, metà triste, metà sarcastico.
Tra le sue braccia un violino scuro e poco appariscente, sul quale lui suonava senza sosta, procedendo lento e non badando a me né a dove camminava. Mille sensazioni mi assalirono, ma per quanto il mio petto tremasse e si agitasse per l’eccitazione, non una parola mi sfuggiva dalla gola, rimasi lì in silenzio, incapace di staccare gli occhi dal meraviglioso violinista. Senza interrompersi, era passato da una danza allettante a una silenziosa, sentita supplica. Era come se l’intera creazione trattenesse il suo respiro su di me, tutta intenta ad ascoltare quel vago irretimento. E dovunque andasse i bianchi fiori di aster mandavano un più intenso chiarore e un tremito beato percorreva gli alberi. E mentre le note supplicavano sempre più calde, più intime, l’inestricabile muro vegetale si apriva, i rami tra loro intrecciati si allentavano taciti e un verde sentiero nel bosco si stendeva davanti a noi. Poi risuonò come un sazio desiderio d’amore, gli accenti dorati si alzarono fino alle antiche cime degli alberi che in un fremito mormorarono all’unisono. Il soffio indescrivibilmente dolce che aleggia sulle fiabe della nostra infanzia tornò a fluttuare intorno a me, e lì in mezzo s’insinuò il canto che mia madre intonava per addormentarmi. Seguirono toni selvaggi e bellicosi che si infransero nella foresta in ascolto, le note si gonfiavano come le onde ribollenti del Giessbach, stridevano l’una sull’altra, la terra ruggiva percossa da quell’urto rabbioso; alla fine l’acuto grido di trionfo, il grido di disperazione, il gemito impotente scorrevano in un unico fragoroso coro senza freni e insondabile come il mare in tempesta. Echeggiava paurosamente su quelle pareti di vegetazione. Tutto ciò che dell’entusiasmo fiammeggiante era rimasto nel caldo anello della giovinezza divampò di nuovo.

Le vibrazioni di quella selvaggia, caotica torre sonora stavano ancora rimbalzando da un tronco all’altro, mentre nuove melodie si riversavano dolcemente dal violino, come se gli elfi fluttuassero nella brughiera e si tuffassero nel raggio argenteo della luna. Dolce segretezza, spensierata segretezza, le note sussurravano la malinconica sensualità dei fiori nel lungo inverno, quando la terra riposa, e parlavano del beato risveglio di primavera. Non so per quanto tempo abbiamo camminato attraverso l’alta selva oscura, giocando instancabilmente, mentre io stavo in ascolto di ogni fibra del mio cuore. Ma quando uscimmo dall’oscurità sulla nuda cresta, il sole era ormai basso a occidente. Pesanti nuvole grigio piombo si erano alzate, una forte raffica di vento soffiava giù per il pendio scosceso contro di noi, e il lago profondo ai nostri piedi mandava un azzurro intenso, quasi minaccioso, qua e là incoronato da bianchi riccioli di schiuma. Il nostro sentiero era stretto e vertiginoso e su entrambi i lati c’erano ripide cascate, interrotte da incredibili burroni e picchi frastagliati. A malapena ogni tanto la radice di un pino storto offriva al piede un punto d’appoggio sicuro. Il violinista camminava senza scivolare né interrompeva la sua esecuzione, la forza delle sue note sembrava sollevarlo e guidarlo. Quanto a me, a fatica, ansimando con le mani sanguinanti, sfruttando ogni sporgenza, ogni ramo lo seguii, come soggiogato dal potere della sua musica. Una volta a una curva potei vedere il suo viso, era pallido come un tempo, ma gli occhi brillavano e la bocca era spalancata. Il suo assolo risuonava sempre più insinuante. Mi sentii una dolorosa fitta al cuore, mentre le note supplicavano e lottavano, infuriavano e imploravano. Quando con un brivido ho guardato giù verso l’abisso su cui il vento me le portava era come se mi trovassi al cospetto del grande enigma che muove la mente umana. Poi il sole si oscurò, sibilando il vento girò intorno alla sporgenza successiva, le prime pesanti gocce di pioggia mi caddero sulla fronte ardente.
Tuttavia, la melodia del violino davanti a me frugava e scavava, cinguettando e gemendo, e sovrastava il mugghiare delle onde che si agitavano giù nelle profondità, in preda a una furia sfrenata che le sbatteva contro l’incrollabile parete rocciosa, fino a frantumarsi in candida schiuma, e l’impeto del vento le incalzava, mentre il lago era una tavola bianca e la selva urlante si alzava e s’immergeva. Rannicchiato con entrambe le mani contro le rocce, stavo in piedi aggrappato a una pietra, ma il mio sguardo era fisso su di lui, intento a salire sempre più in alto, senza barcollare, senza prendere fiato. Non lo sentivo più suonare, tanto il vento sibilava sulle cime, mentre giù nell’orrido senza fondo rintronavano le rocce. Solo a tratti il temporale mi lanciava qualche nota stridula insieme a uno scroscio di pioggia ghiacciata. Era già lontano, lontano da me, e mi sembrava che si guardasse intorno silenzioso, impotente, in una straziante disperazione.
Allora la tempesta squarciò una nuvola nera sui burroni; i pendii e le creste allungarono i loro tentacoli verso le nuvole infestate, facendole a brandelli, un velo umido e soffocante riempiva l’abisso ai miei piedi, le rocce a cui ero appeso vacillarono cozzando, mentre io continuavo ad aggrapparmi alle radici; una debole radice di abete nano. L’ho sentita cedere sotto il mio peso, le sue fibre allentarsi, io che cadevo.
Quando mi sono svegliato ero fradicio e gli alberi trasudavano intorno a me.

 
(Traduzione di Claudia Ciardi)

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