26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia (sotto nella foto)

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



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