24 gennaio 2021

Fedeltà delle piante in poesia


Miracolo zen di una raccolta poetica nata nelle silenti rugosità della Sardegna. L’isola, il ventre immaginifico, la madre ancestrale eletta da Roberto Concu, nuorese classe 1965, a centro di gravità permanente della sua ricerca in versi.  Lode alla natura trasfusa in poesia, la paziente quotidiana osservazione delle cose semplici come strada maestra del vivere e base alla propria crescita sentimentale. Perché la via del tao e lo zen insegnano la sincronia, il lento fluire di sé nel mondo, la capacità di armonizzare corpo e respiro con tutto quello che ci sta intorno. «Nel mio percorso di vita ho incontrato prima la meditazione trascendentale poi lo zen. Non ho avuto bisogno di andare in Giappone per scoprire questa via di ricerca interiore perché il silenzio è talmente affine alla terra in cui vivo, alle mie esperienze e al mio modo di essere. Non dico del silenzio quale assenza di rumore, al contrario. La via dello zen riporta mani e piedi, mente e cuore dentro la realtà di ogni giorno per cercare di viverla pienamente per ciò che è. Non a caso in esergo a questa raccolta di poesie ho riportato i versi di Dogen Zenji, uno dei maestri zen più rilevanti anche per la cultura nipponica. Lo zen aiuta a togliere gli orpelli, ciò che aggiungiamo alla realtà per vedere le cose così come sono. Un ritorno all’essenzialità proprio come la poesia. Infatti, molti maestri zen hanno scelto la poesia come forma espressiva». Con queste parole il poeta si rivela al lettore, quasi a voler prendere su di sé l’eredità di un antico, un filosofo presocratico, l’autore di un Περί Φύσεως che affinando il proprio pensiero davanti ai fenomeni naturali cerca di abbracciare il sacro e la terra. 
L’opera a cui Rita Bompadre ci introduce ha come tema elettivo il ciclo vitale del gelso (nome botanico “morus”), pianta che dopo aver conosciuto secoli addietro momenti trionfali nella propria coltivazione in virtù dell’allevamento del baco da seta, pare oggi decaduta senza rimedio, relegata tra i cosiddetti “frutti minori.” Concu tende alle ombre e alle voci dei suoi rami, al moto delle foglie, all’irradiarsi della luce sulle nervature della corteccia, e attraverso il canto di queste presenze fuggevoli annoda le sue delicate trame georgiche.


(Di Claudia Ciardi)



 
Fedeltà del gelso di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

 
(Di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”)

* Testi scelti da Rita Bompadre


Mattino.
Nella sacralità del silenzio
odo il canto
della figlia del giardiniere
un’onda di mistero
mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

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Nuovo gennaio.
Spoglio il gelso –
monaco fedele al voto –
la verità oltre la parola
esige il medesimo linguaggio
spoglio

Foglie parole
ammucchiate
agli angoli del cortile

Come transita in fretta
la luce nell’ombra

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Parola è il volto
presenza che si auto-nega
sino a non mostrarsi più
e spingerci
laddove il dolore
è conoscenza
la voce un passo
tra possibile e impossibile

Mostrare il volto
le cose
il loro –
osceno

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L’inizio della pioggia
accorda il giorno
con la pelle tesa delle foglie
Rifuggono i merli e i
passeri venuti a beccare
le briciole sul balcone

Matura la luce
allo stesso ritmo secolare
della pioggia
tutto è pace e desiderio
prima che il mondo si risvegli

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Un nuovo alfabeto
oltre l’egoismo
l’oscuramento
la corruzione

Aleph e Ghimel

fedeltà e primavera

una nuova voce
con cui
manomettere
il nome d’ogni cosa
riconoscere
la sacralità del silenzio
davanti al muro del Mistero


Da Roberto Concu, Fedeltà del gelso, AnimaMundi Edizioni, 2020

14 gennaio 2021

Johann J. Bachofen – Il popolo licio

 


Erano in molti, anche tra gli amici più stretti, ad additarlo come l’orso di Basilea per il carattere scontroso e fiero che manifestava non a caso nella natura indipendente della sua ricerca. Critico con i più celebrati maestri dello storicismo da Niebhur a Mommsen e inviso ai filologi formati alla scuola di Wilamowitz, la sua posizione accademica fu sempre in bilico per non dire apertamente osteggiata. Johann Jakob Bachofen (1815-1887), magnifico esponente di un colto patriziato svizzero, uomo che usò la propria fortuna economica per una vita di studio e scrittura fuori dagli schemi, nonostante il carattere non facile e l’indipendenza perseguita e sempre rivendicata nel proprio metodo ha avvicinato la migliore intellighenzia tedesca che durante l’Ottocento lasciò un’impronta fondativa e indelebile nell’ambito della conoscenza del mondo antico. Può considerarsi uno dei primi ingegni chiamati ad accrescere l’albero della cosiddetta storia delle mentalità, sui diversi fronti dell’approfondimento storico, antropologico e letterario, che nel Novecento troverà coltivatori eccellenti, da Marc Bloch a Carlo Ginzburg, da Jules Isaac a Ernesto De Martino e Carlo Levi. Il tema all’apparenza astruso, inafferrabile, lontano della monografia sul popolo licio ne fa in realtà unopera estremamente toccante sul tentativo di restituire un volto, una sostanza spirituale a cose che ci sembrano inghiottite dal continuo avvicendarsi degli eventi, livellate per sempre dalla storia. Perché dunque leggere adesso un saggio che ci pare così specialistico, settoriale, incentrato su un luogo che fatichiamo a collocare nello spazio e nel tempo? Cos’ha da dirci oggi un simile libro, a noi che distrattamente posiamo lo sguardo sull’antico come su una città abbandonata, le cui vestigia che pure un tempo hanno vissuto ci appaiono solo come cose morte, immobili, avvolte nel silenzio dei millenni? E questo immobilismo, questo silenzio ci mette ancor più in disagio nella misura in cui la nostra esistenza si aggira frenetica, irrisolta, distaccata dalle autentiche fonti di un sentire che desolatamente ignoriamo. Bachofen, animo ottocentesco immerso nella temperie del romanticismo, sa che quei centri della liturgia e infine, della poesia umana, non possono essere trascurati e li investe del ruolo di oracolo ultimo e necessario alle sue ricognizioni. Nel caso dei Licii, come in altre ricerche, si tratta dunque «d’individuare un popolo nel movimento e nella verità della vita». Certo, man mano che si attinge ai substrati più distanti e perciò labili della nostra storia, diventa anche più arduo cogliere il soffio di questo spirito vitale. Eppure l’erudito di Basilea segna un cammino che per quanto non solo ai suoi tempi, ma forse ancor più adesso, abbia fatto storcere il naso a chi prova insofferenza per le forme comparative evidenziando limiti indubbi circa l’enfasi riservata a una polarità strutturale nella lettura dei fenomeni umani, si pone con un respiro proprio. In tale messa a fuoco vengono in sottotraccia apporti e attriti trasmessi dalla cerchia di studiosi con i quali fu in contatto. Dal giovane Nietzsche, incrociato per l’appunto nella nativa Basilea, a Savigny, il caro maestro propugnatore del Volksgeist (lo spirito del popolo), a Burckhardt, il geniale storico e mitologo, l’amico di una vita.
In questa monografia la Licia assurge a una sorta di patria perduta che psicologicamente in ciò che per convenzione definiamo progredire umano, ovvero il suo ingresso nella modernità, incarna il trauma della scomparsa delle madri. La madre è in senso lato la componente femminile, la carica ctonia, conservatrice, protettiva della vita, nume tutelare della società, del suo ordinamento, e quindi della durata dei suoi caratteri attraverso le epoche. Nel vaglio delle testimonianze – sepolture, monumenti, iscrizioni votive, miti – la Licia, secondo i nessi stabiliti da Bachofen, ha espresso una compagine resiliente e longeva nel quadro della culture antiche, in particolare rispetto alle limitrofe realtà dell’Asia Minore, nella misura in cui ha traghettato senza cesure l’essenza matriarcale, ginaicocratica entro gli stadi successivi della propria organizzazione. E dove poteva trarre questi elementi se non volgendosi alle pratiche religiose, alle ombre delle necropoli che lo studioso qui ci descrive con toccante partecipazione, nel tipico spirito dell’intellettuale romantico che si aggira ritualmente tra le rovine del passato, restando in ascolto?


Aperta una breve parentesi sulla fortuna geografica della Licia, terra di mare e di montagna, che per la maestà degli impervi paesaggi dell’interno e la radice schietta dei montanari sentiva affine alla sua Svizzera, Bachofen si concentra sulle testimonianze dell’arte funebre e quindi sui riflessi cultuali che questo popolo d’oriente indecifrabile solo a un’occhiata frettolosa avrebbe proiettato nei miti e nelle proprie scelte politiche e d’azione. Un modus operandi destinato a gettare un influsso duraturo, se Fernand Braudel inaugurerà il suo saggio monumentale sulle civiltà del Mediterraneo in un tono che tanto ci ricorda questo incipit: «Tutto concorre, attraverso lo spazio e il tempo, a far sorgere una storia al rallentatore, rivelatrice di valori permanenti. La geografia, in questo gioco, non è più un fine a sé e diventa un mezzo. Essa aiuta a ritrovare le realtà strutturali più lente, a organizzare una messa in prospettiva secondo la linea di fuga della più lunga durata» [Da Civiltà e imperi del Mediterraneo – Parte prima – L’ambiente; capitolo I, Le penisole: montagne, altipiani, pianure]. Dalla scelta di inquadrare un popolo in questo campo lungo, ossia a partire dalle condizioni ambientali, il nostro mirabile antichista procede quindi lungo il corso dei residui costumi, delle tradizioni ancora leggibili, degli spartiti rituali che nei secoli hanno scandito lesistenza dei Licii. Il deposito delle già dette mentalità, valga ancor più per gli antichi che il tempo ha trascinato così lungi da noi, non può pertanto che trovarsi in maggior nei superstiti lacerti della sfera devozionale. Il sacro con le sue stratificazioni e metamorfosi è quantomai rivelatore. Nel metodo di Bachofen ciò assurge a perno centrale delle sue trattazioni, si pensi per esempio ad opere ugualmente fondanti quali il Saggio sulla simbologia delle tombe antiche (1859), La dottrina dell’immortalità nella teologia orfica (1867) e larticolo sulle Lampade sepolcrali romane.
Così, con la presente opera, ci addentriamo negli strati più arcaici dell’orfismo d’origine tracia e nella sua penetrazione asiatica, particolarmente in terra licia, assistiamo allo sviluppo di una visione consolatrice e affatto lugubre dell’aldilà. I passi omerici del VI e XVI libro, peraltro fra i più alti dell’Iliade, riservati agli eroi della Licia, rispettivamente Glauco e Sarpedonte, incarnerebbero alla perfezione ideali, religiosità, spirito di questo popolo. In Glauco la melanconia espressa nella commovente similitudine del cadere delle foglie come le stirpi mortali, un rassegnato atto di fede privo di angoscia sulla finitezza umana e la caducità del vivere. In Sarpedonte un’immagine di morte violenta – il corpo scempiato nella battaglia – che tuttavia viene mitigata dalla visione salvifica di Apollo il quale, se non può opporsi alla legge del destino, risana le ferite mortali in preparazione di un’altra vita non terrena. È questa luce nella fatalità della fine, questa malinconica attesa che non si dispera a costituire il nucleo del carattere licio, la sua resilienza al passaggio del tempo. E secondo Bachofen ciò sarebbe da attribuire a un perdurare della componente femminile mai estromessa da quella maschile ma mediata, inclusa, lasciata germogliare come sostrato irrinunciabile del vivere, l’antica forma su cui gli usi si sarebbero originariamente plasmati per poi mutarsi nel segno di una coerente continguità. Per questo nella società licia la componente celeste uranica apollinea più tarda coesisterebbe senza traumi con i resti della matrice demetriaca. Ciò sarebbe secondo lo studioso svizzero alla base delle virtù di questo popolo, della conservazione nel tempo dei propri caratteri, insomma di una indiscussa devozione alla propria identità.
Infine, un breve appunto a chiusura. Questo saggio che vide la luce nel 1862, fu per la prima volta dato alle stampe in Italia nel 1944. Per questo articolo ho sfogliato l’edizione originale e leggere in quarta di copertina “Finito di stampare nelle Officine Grafiche Fratelli Stianti, Sancasciano Val di Pesa (Firenze), marzo 1944” mi ha sollecitato una riflessione ulteriore. Mentre ancora la guerra imperversava, qualcuno continuava a tradurre, a tenere accesa la lucerna della cultura. E non solo. Si scelse proprio in quell’anno di offrire in traduzione italiana uno scritto di Bachofen, autore sino a quel momento non leggibile nella nostra lingua. Ma non si scelse il monumentale Mutterrecht, bensì questo agile volumetto che poteva stare in una tasca e recare a chi avesse avuto la fortuna di procurarselo un messaggio di resistenza, pace, riscatto. L’austera e serena fierezza dei Licii attraverso le parole di un uomo che un secolo prima, poco meno, vi aveva visto un barlume di quello stesso spirito romantico che intorno a lui andava irrimediabilmente sgretolandosi, alcuni decenni dopo veniva in soccorso a chi si angosciava tra le macerie della guerra. La storia che c’è nella circolazione dei libri talvolta non è secondaria al loro contenuto. In alcune situazioni accende di luce nuova le ragioni che furono alla base della loro scrittura. Ebbene sì, è questa un’opera che rassicura e che cura. 


(Di Claudia Ciardi)

 

Edizione consultata:

Johann Jakob Bachofen, Il popolo licio, traduzione di Eugenio Giovannetti, collana “La Meridiana”, Sansoni, 1944




Si veda anche:

Germania e orientalismo

L'antropologia letteraria di Carlo Levi

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