30 ottobre 2022

Antichi specchi per qualche incantesimo

 

 


Finisce quasi sempre che le cose più vicine a noi, quelle che avremmo dovuto vedere e conoscere da tempo, le trascuriamo. Mi è capitato di frequentare persone che avevano girato per le grandi metropoli americane o asiatiche senza che si fossero mai volutamente perse nel centro di Perugia. Quando le ascoltavo, mi dispiaceva per loro. Infatti non trasmettevano nulla o quasi; non erano veri racconti di viaggio quelli che offrivano. Direi piuttosto esperienze di una vita impegnata, molto sradicata e distratta. Benché udire certe voci dall’oltremondo, da spazi a me lontanissimi e preclusi, mi lasciasse un qualche retrogusto mitologico. Istintivamente, forse per mia natura, inserivo io quelle parti letterarie e sentimentali mancanti. Ero molto giovane e avevo visto ancora pochino, poco anche di quello a me più accessibile o che almeno avrebbe dovuto esserlo. Ora, a maggior ragione, non mi farebbe più alcun effetto sentire questi racconti dalla superficie, da lontananze non vissute e direi alla fin fine incomprese anche da chi ci si è avventurato. Non mi porterebbero più nemmeno quel poco di leggendario che la mia testolina di ragazza era incline a vederci. Un amico poeta mi ripeteva che «c
è chi salta con disinvoltura da un aereo all’altro e poi non fa neppure il giro del quartiere». E io pensavo, se mi riduco così, che il dono di sentire, attraversare e prendere su me stessa le cose mi sia tolto all’istante. Ora so che se anche mi capiterà di sradicarmi, diciamo un po’ di più, ho in me il necessario. Ora sono quello sono e so abbastanza di me stessa e se vado incontro al mondo non ne vengo più trascinata ma resto salda e porto qualcosa agli altri, se ho l’occasione di farlo; né mi tiro indietro, perché i miei tratti sono più definiti e anche chi ho intorno lo sente e se ne giova, sentendolo.
Già dalla mia adolescenza – sarà che sono sempre stata un’infaticabile camminatrice – pensavo che la mia presenza si sarebbe donata solo dove ci fosse stato un motivo, un legame da intessere, una storia da raccontare che per qualche strano caso mi veniva sollecitata. Finora posso dire di aver avuto un legame emotivo profondo con tutto, e quando a momenti si lacera, soffro, soffro di una sofferenza indicibile, demoniaca, che fa spavento. Così io sono stata, veramente sono stata, con i luoghi e con chi ho incontrato, e se agli occhi di altri sembra meno, molto meno di ciò che normalmente si fa in questa grande fiera senza poesia, non scambierei la bella e misteriosa fiaba che da bambina mi è salita sulle ginocchia, e che pure non saprei spiegare. Ma c’è, sta lì. Come il duende di Garcia Lorca. Perché quando ero piccola ma proprio piccola l’ho intravisto, come lui stesso racconta di averlo visto, e io a questo esserino uscito dalla penombra non posso proprio voltare le spalle.

Mi sono decisa ad andare a Casale Marittimo, e avrei fatto bene a visitarlo da tempo perché fa parte delle cosiddette terre pisane e dove si hanno i propri natali bisogna per lintera vita continuare a portare, quando si può, un saluto. Bisogna rendere omaggio a quel piccolo demone fatale che da bambini le case della nostra nascita hanno preparato per noi.
In questo vasto territorio – parliamo comunque di un raggio di almeno cento chilometri dal capoluogo – ci sono i primi contrafforti di Maremma, un esteso e mutevole paesaggio, sfuggente e mai uguale a se stesso ogni volta che si torna a percorrerlo. Una terra letteraria per certi versi, ma di una letterarietà rude, nulla a che vedere con i panni risciacquati in Arno da Manzoni affacciato sui lungarni fiorentini.
Di recente si è anche scoperto che la prima denominazione della peste come “mal di contagio” (proprio in riferimento alla peste seicentesca affrescata nei Promessi sposi) non viene dal lessico del Fabbri pubblicato a Firenze nel 1722, come si credeva, ma dagli archivi della Val di Cecina che danno conto dellinfuriare del morbo tra i borghi toscani del sud. Quindi, pionieri anche nella lingua. Peraltro l’idea di scendere lungo la costa ad Alessandro Manzoni era anche venuta e se avesse avuto l’ardire di stare per un po gomito a gomito col popolo maremmano chissà cosa ne avrebbe sortito. Erano contrade di malaria e di lupi – di lupi lo sono ancora. Può darsi, dopo aver preso un po’ d’informazioni, che si sia risolto a lasciar perdere. A Livorno, in Via Grande, c’è una targa che ricorda il suo passaggio. Ci visse circa un mese, ospite di una pensioncina, ma il tormento delle zanzare, il caldo e il trambusto dei portuali lo fecero scappare tra fosche lamentele. Niente riva degli Etruschi, dunque. Tuttavia, nella prima metà dell’Ottocento, questa landa, che in alcune delle sue pieghe conserva ancora gelosamente la propria epica fatta di stivali fangosi, doveva essere proprio intatta nella sua selvatichezza. Con gente che di punto in bianco ti parla così: «Alla Firdusa stanotte è mancato poco bruciasse casa. Le hanno bagnato i muri mentre intorno andava a fuoco tutto il bosco». E poi: «Al pastore non passa notte senza che il lupo gli mangi una pecora». E ancora: «Non ci si mette in cammino se la bocca non sa di vino». La Toscana è per molti una “regione da cartolina”. Dipende, dipende dove si va, cosa si vuol vedere e sentire, e come ci si vuole stare.   

Quanto a me ultimamente sono tornata a fare il derviscio o il fachiro in posti strani. Cento, duecento chilometri solo per raggiungere un punto alto in collina, un punto silenzioso tra gli alberi in un giardino arruffato o su una piazza paesana incastrata ai piedi di una rocca. E da lì riposare gli occhi sul fondovalle, lasciarli vagare fino a una strisciolina sottile di mare su cui avanzano un paio di barche. Due puntini quieti, quasi proiettati in un’altra dimensione, eppure quella stessa quiete ravvisarla uguale anche in me. E lì raccolta poter scrivere, perché in pianura ormai, a contatto con gli smarriti che mi trasmettono questo loro smarrimento, non mi riesce più tranne che in rari momenti.

Dunque sono salita a Casale Marittimo perché un ragazzo mi ha detto che era il borgo più bello tra quei borghi che segnano l’ingresso in Maremma. Ma ancor più perché con la consueta spontaneità della gente del posto, neanche mi conoscesse da un secolo, ha raccontato che tre mesi prima aveva perso la nonna novantottenne. Era malata di leucemia da più di vent’anni, data per morta decine di volte. Invece, il dottore che gliel’aveva diagnosticata se ne era andato assai prima di lei e lei aveva continuato tranquilla anno dopo anno, ogni giorno preparando la colazione al nipote. Così per un attimo vedo questa donna aggirarsi la mattina presto nella sua cucina, nel silenzio del paese, e fare tutto per restare viva. Alla fine lui mi ripete: «Novantotto anni. La vita di campagna fortifica».

Quindi ho voluto visitare Casale, perché mi sono sentita depositaria di una storia. Né i messaggi di Casale per me erano esauriti. 

Neanche le otto del mattino. La prima cosa insolita mi è capitata col capotreno. Biglietti… ho problemi con lo schermo del telefono. Scusi eh, fra l’altro tra poco è la mia, dovrei scendere; pensa mi voglia defilare. Mentre aspettiamo che il biglietto riaffiori, mi viene da dirgli “abracadabra”. Rimane di sasso. Due secondi dopo ci rifletto: «Ma perché ho avuto questa uscita?». E poi, man, hai proprio delle belle spalle, te le guardavo già sulla banchina mentre mi camminavi accanto, spalle da disegnare… ma queste cose non te le posso dire. In funzione di pubblico ufficiale… Però “abracadabra” sembra aver avuto effetto. Mi lascia andar via.

E vado in collina a scrivere e camminare. Mi piace questa lunga strada collinare che mi ci porta: si chiama California, sarà che è molto assolata e molto fuori dal mondo. Non passano neppure due ore dallallunaggio californiano che i miei stivaletti sono diventati terrosi, i pantaloni impolverati dal ginocchio in giù. Mi aggiro così per le vie del borgo. Ci sto bene, qui non fanno caso a come si va in giro. Lavorano nei campi, sudano, si sporcano, si levigano agli elementi naturali; di una donna con i capelli spettinati e i vestiti coperti di polvere pensano torni da un uliveto: è una cosa normale.

Mentre riposo un po’ sulla piazza e cerco di darmi una ripulita, altrimenti poi nella civiltà si inquietano di nuovo, mi viene incontro una biondina minuta più o meno sui quaranta come me. Si trascina una bicicletta sportiva avanti e indietro. Buongiorno. Che vocina, proprio fiabesca anche lei. Abracadabra. Oggi va così, tutta colpa della mia prima formula mattiniera, buttata lì distrattamente.

Mi hanno detto che qui a Casale ci sono gli specchi. Io cerco gli specchi. Sai dove li posso trovare?

Penso che non ci stia con la testa, io poi tendo a rispondere subito un po’ piccata, perfino con irruenza se una cosa mi sfugge di senso. E poi sono sudata, sporca, non lo vedi? Secondo te ho voglia di mettermi a parlare di specchi? Oddio, anche alla messaggera di Hermes non va meglio: è sudatina pure lei, mandiamo tutte e due un certo odorino pungente. Comunque questa storia di fantomatici specchi quassù mi incuriosisce. Va bene, ti aiuto a fare una ricerca. Io sono brava a cercare. Mi si illumina tutta, quasi le avessi già risolto l’enigma. Seppure del tutto sfiduciata e contrariata, anche perché non amo stare al cellulare durante i miei cammini, digito “Casale Marittimo specchi artistici”. Mi sembra un’altra formula propiziatoria. Ci sarà un perché se oggi va così. Voglio vederci chiaro, allora. Porca miseria, la creaturina dalla voce gentile ha ragione. Salta fuori una scheda nel catalogo generale dei beni culturali che recita: “Specchio, serie bottega toscana, XVIII secolo”. Hai ragione, signora. Gli specchi ci sono. Lei risponde che cerca quelli nei crocicchi, agli angoli delle strade. Io non lo so proprio se ci sono ancora. Ma ci sono stati, la prova è nel rigo che abbiamo letto insieme. Continua a sembrarmi un colloquio surreale eppure allimprovviso, con mio stesso stupore, lo assecondo volentieri.  

Poi la vaporosa creaturina inforca di nuovo la bicicletta e se ne torna sui suoi passi, guardando all’insù ad ogni angolo. Grazie, grazie. È tutta contenta. Io resto lì a meditare, la solita Gorgone scontrosa e in disaccordo con tutto; lo specchio, il crocicchio, l’enigma a sfondo artistico piovuto in mezzo a stradine tortuose, che mi danno l’impressione di mutare continuamente intorno a me man mano che le attraverso. Proprio come nelle fiabe o in sogno. Per me resta un’insolvibile stranezza.   

Ora che ci ripenso, dalla mattina mi sono ritrovata in mezzo a dei giovani in maschera. La mente mi è andata ad Halloween, ma no migravano tutti a Lucca per i fumetti. O magari era per entrambe le cose. Un tipo con una coda di volpe e un trucco vistoso mi era passato accanto sullo scalone della stazione di Cecina, alle otto, appena dopo il mio abracadabra al capotreno. Era serio serio, tutto preso dal suo personaggio. E anch’io ero parecchio seria, e mi sono quasi spaventata. Una coda di volpe così, il sabato, di prima mattina. Neanche Lucca fosse dietro l’angolo. È andato ad aspettare al binario bardato a quel modo, come se nulla fosse, compunto come per una missione. Più tardi in serata parecchi di questi figuranti sciamavano ancora ovunque. Mi ci sono mischiata, sembrandomi più che coerente con tutto il resto.

(Di Claudia Ciardi)

 

*Per la rubrica «Calligrammi»

 

28 ottobre 2022

Veneri moleste e zuppe al pomodoro

 

Non è bello quello che si è visto nelle ultime settimane. Qui nessuno si scandalizza ma almeno un certo disappunto non si può tacere. Un giorno su due abbiamo assistito a incollamenti e lanci di zuppe su quadri iconici del patrimonio mondiale; e ultima in serie, per ora, la prodezza delle Veneri nostrane. Leggendo i post delle ragazze in questione che tanto si sono inalberate difendendo nel loro gesto una presunta necessità di emancipazione, il tono è da bordello in giù (“fate una proposta, noi abbiamo pubblicizzato”…ecc… in riferimento allutilizzo delle immagini). E ripeto, nessuno si scandalizza; però si chiama esibizionismo, non emancipazione. Viene anche da chiedersi se non abbiamo sbagliato in qualcosa o in più di qualcosa, dal momento che certe persone si sentono allimprovviso avallate nell’agire così, violentemente direi, attraverso i propri corpi e il proprio linguaggio in rapporto a quel patrimonio culturale che con tanto sforzo, specie dopo i disagi della pandemia, ci stiamo impegnando a difendere, custodire, tramandare.
Pare esserci materiale in abbondanza per un ciclo di lezioni di antropologia e psicologia. Il che sarebbe anche utile per capire cosa ci stia succedendo. A parte un’infinita decadenza di cui non si scorge appunto il fondo, sembriamo degli ammorbati o invasati, come preferite. Dall’interdizione dei green pass ci siamo catapultati in una strana dimensione pubblicistica, forse per recuperare il terreno perduto, chi lo sa, e che al contrario sta rivelando tutti i suoi lati più ambigui. Lati oscuri e perfino isterici. Diceva bene qualcuno a commento delle tante scie luccicanti sull’ultimo red carpet, che certa gente sembra proprio “morta di fan”. 

Sul fenomeno social mi sono già pronunciata e sono sempre più convinta che queste scatoline siano sulla via del non ritorno. L’autoreferenzialità non paga in nessun ambito, e qui ormai è solo un continuo rimbalzo entro dei confini già tracciati, delle regoline statiche, una policy d’utilizzo altrettanto invecchiata e superata, legata a doppio filo a un’opacità circa l’archiviazione dei dati che permane nel tempo. Senza innovazione, senza la costruzione di un’interazione sana (ma è poi possibile?) poco o nulla rimane. Tranne il clamore, la pose scomposte, la volgarità; e ciò aiuta il comunicare o sottrae qualcosa? Direi più la seconda. Per non parlare delle milionate di seguaci che ogni volta si tirano in ballo quando monta una polemica. Ma dove, quando? Chi e cosa sono questi presunti milioni? Ma per piacere…
I declamatissimi spazi della novità sono dei fossili ripetitivi e scontati. Sembra che Elon Musk dopo molti tira e molla abbia finalizzato l’acquisto di twitter. A quel che si dice vorrebbe rimuovere la censura e dotarlo di elementi più dinamici (qualcosa di più simile a WeChat); in teoria ha ragione. Finora infatti si è solo involuto in un contenitore inservibile, anche molto infiltrato, e chiaramente controllato. Ma io resto dell’idea che siano sfide già perse in partenza. E poi, dibattere di queste cose nell’urgenza che stiamo vivendo? O non ci sembra ancora grave quello che abbiamo sotto gli occhi?
Si pensa forse che questi strumenti, in un imminente accrescersi dei conflitti nel mondo, possano offrire aiuto? Che la profilazione e la circolazione delle notizie sulle piattaforme aiuti a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra? Può darsi. Del resto la guerra tra Russia e Ucraina ha dimostrato come in larga parte si stia combattendo proprio sul terreno del focus mediatico.
E che incubo! In quale incubo ci stiamo cacciando! Presi dalle nostre Pomone scollacciate, dalle professoresse del “corsivoe” (anche qui topici momenti di popolarità televisiva) e dagli attivisti imbrattatori, mentre a occidente e oriente si lavora con alacrità a rinforzare gli arsenali nucleari. A che punto siamo!

Sempre in questi giorni mi capita sotto gli occhi un post di Silvia De Felice, produttrice di programmi d’arte per Rai 5. Parlava con cognizione e giusto scontento della sua pessima esperienza in visita al Louvre; la torma dei visitatori rendeva impossibile non la vista ma “l’avvistamento” delle opere. Cito una sua frase che fa riflettere: «Sono pienamente a favore dello sfruttamento economico dell’arte, perché la cultura sia auto sostenibile, ma credo anche che sia necessario definire un punto di equilibrio tra la commercializzazione e la corretta fruizione». Un intervento molto commentato dai lettori che non hanno risparmiato critiche a diversi dei cosiddetti musei più blasonati. Il punto di equilibrio tra necessità pubblicistica e sfruttamento commerciale da una parte, e dall
altra rispetto della dignitas del luogo che custodisce un patrimonio culturale e che è anche impegnato a continuare a produrre cultura, ecco questo è ciò che ci manca. E si ricollega ai problemi, alle “sindromi degenerative”, alle situazioni tragicomiche di cui si è detto sopra. Perché il rischio, non mi stanco di ripeterlo, è di offuscare il gran lavoro che, nonostante le non poche difficoltà, si prosegue dentro queste istituzioni. Gli scatti di Onlyfans non ci salveranno dagli affanni gestionali, dai budget assottigliati, dalla penuria di contenuti, dall’ignoranza dilagante, dal mancato ricambio del personale, dalla conflittualità ovunque crescente che genera disparità, rabbia sociale, che fa lievitare i costi e che distoglie, allontana, fiacca al punto che anche lo stare davanti a un quadro rischia di non sollevarci più, di non farci più stare bene. Anzi, ciò che sta accadendo intorno a noi e che noi lasciamo accada senza neppure una doverosa considerazione, accelera semmai questo allarmante processo di distacco. Se svendiamo definitivamente la capacità di produrre contenuti veri che aiutino i contenuti generosamente lasciati da chi ci ha preceduto, se calpestiamo questa possibilità, ci resterà solo la spazzatura e sarà difficile, molto difficile dopo, vedere qualcosa oltre limmondezzaio.

 

(Di Claudia Ciardi)











17 ottobre 2022

Dante nel racconto di Pupi Avati

 



Riprese iniziate nel 2021 dopo un’attesa di anni – ben diciotto – prima che il progetto vedesse finalmente la luce. Un copione in prima bozza a lungo tenuto in un cassetto. Pupi Avati nel frattempo si dedica a molto altro ma continua a sentire l’urgenza di quella scrittura. Un’incubazione protratta nel tempo e mai accantonata che non deve sorprendere, perché il cinema di Avati è fatto di delicata poesia, di tracce poetiche scomparse, violate o esiliate dai cambiamenti sociali, dal distacco che l’uomo contemporaneo sembra essersi imposto verso tutto ciò che è richiamo sentimentale, intimità, evocazione. Diceva lo scrittore Hermann Broch che c’era forse da temere che l’umanità fosse caduta in una fase di psicopatia – lui si riferiva all’ascesa dei totalitarismi e alla conseguente carneficina della seconda guerra mondiale. E in effetti la scomparsa – o quasi – dell’anima poetica, presa al laccio della comunicazione istantanea, delle pubblicità patinate che chiudono fuori dalla porta un mondo impoverito e belligerante, dei tam-tam mediatici, della svendita di valori, identità, radici, del prevalere dell’urlo, della polemica, della parola superficiale sulla pacatezza e la profondità del dire, innegabilmente s’intreccia con una decadenza della nostra epoca – in generale di ogni epoca umana che abbia deciso di non “cantare”. La poesia, si sa, ha bisogno di cuore e di tempo, è un rito con cui la smemorata frenesia dell’oggi mal si concilia – dunque di ancor più tempo ha forse bisogno la sua traslazione in immagini. Recitarla, o meglio recitare una vita in poesia com’è stata quella di Dante, significa saper tornare a raccogliersi, saper trovare accenti sommessi, recuperare la chiave di un racconto, anzi una sonorità, che adesso tende a sfuggirci. Del resto, il nostro sommo poeta fu vittima di odi sociali, di un ostracismo verso la poesia e i suoi rappresentanti, di quella psicopatia sterile e violenta di cui si è detto, che già secoli fa allignava nel collettivo. In sottotraccia questo parallelo tra lo smarrimento e l’ignoranza di ieri e di oggi che comporta la messa al bando dei poeti, è qualcosa che il regista ci addita come un monito, specchio di maniacalità e conflitti ovunque accesi in ogni tempo.
E forse proprio per la difficoltà a tornare a una purezza di sguardo che un film sulla poesia comporta, così da far risuonare la poesia prima di tutto in noi, sgombrando il campo dal rumore di fondo che lo invade, non sono molti i lavori cinematografici che la raccontano, sorprendentemente pochi i tributi del cinema italiano ai nostri letterati. Pensiamo al Leopardi di Martone. Solo nel 2014 abbiamo avuto un film sul nostro grande. Ma Pupi Avati ha nella propria narrazione la capacità di recuperare quell’animo perturbato e commosso che ci manca. C’è poesia nel cinema di Avati – quanto mi ha incantata la sua Festa di laurea, protagonista un intenso Carlo Delle Piane, ritratto di un’impoetica e svuotata borghesia contro la spontaneità sentimentale di chi ha poco o nulla, da un punto di vista materiale, ma può ancora contare su una straordinaria ricchezza emotiva.

L’opera su Dante è ambientata nel settembre 1350, alla soglia del trentesimo anniversario della sua morte, e mette in scena un serrato raffronto fra Boccaccio, narratore dotto e affezionatissimo a quello che considera un padre, e il poeta della Commedia. Il primo studioso del poema dantesco, celebre anche per aver inaugurato le letture pubbliche a Firenze in cui ne recitava e commentava i canti, riceve l
incarico dalla propria città di portare alla figlia, monaca a Ravenna, un compenso in denaro a titolo di risarcimento tardivo per le sofferenze inflitte al padre e alla sua famiglia. Ne scaturisce una sorta di dialogo a distanza fra i due letterati, mentre Boccaccio calca fisicamente le orme del maestro, ripercorrendo i luoghi dell’esilio, raccogliendo testimonianze durante il tragitto che si legano anche alla storia di Firenze, prima e dopo la presenza dell’Alighieri. Con un evento spartiacque: la peste nera del 1348 che contribuì a sedare le faide, perché i lutti in ogni famiglia furono così numerosi che l’odio antico venne assorbito da una tragedia immensamente più grande. La torre del “guardamorto”, dove erano esposti i cadaveri che non si erano potuti riconoscere, si staglia in questa ricostruzione come una sorta di girone infernale; una specie di luogo dell’azzeramento che mostra tutta la nullità dell’essere umano, spazzato via nella sua ridicola superbia da forze che non è neppure in grado di immaginare. Anche qui, linee parallele con quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo.
Ad Alessandro Sperduti che abbiamo già visto in diversi lavori a carattere storico dove ha messo in luce tutta la sua bravura – Torneranno i prati di Olmi e poi le serie sui Medici e Leonardo da Vinci è toccato il compito non semplice di interpretare gli anni giovanili di Dante. Sia lui che il veterano Castellitto, nei panni di Boccaccio e recentemente anche in quelli di D’Annunzio, ci regalano belle sequenze di recitazione. È un Dante carnale fuori dagli stereotipi, a dimostrazione che la verità poetica – come scrissi parlando di Ungaretti – sta nel sangue e nel fango della materia. La poesia è tanto più profonda quanto più affonda le unghie nella pelle e immerge lo sguardo nelle bassezze della vita. Per Ungaretti fu la trincea, per Dante fu ugualmente la guerra, e poi la lordura della politica, la violenza del rovesciamento delle sorti, la povertà, la paura della continua persecuzione. Ma ebbe sempre dentro il dio della poesia a sollevarlo, provava cose che lo innalzavano oltre tutto il dolore, e che nell’intensità di quel dono lo riscattavano. Se una tregua c’è stata in questa vita, è proprio nell’immensità della parola poetica. È un qualcosa che il regista fa affiorare nell’intera rappresentazione, testimonianza di un bene che travalica ogni cattiveria.

La stessa diafania di Beatrice – talento e bellezza di Carlotta Gamba – si sbilancia continuamente tra carnalità e ritratto gotico. È stilnovista e angelica solo perché bionda e con gli occhi azzurri. Ma per il resto un carattere fuori dai canoni – una sorta di baccante rassegnata al suo sacrificio, consapevole di tutto e della morte soprattutto. Le donne di Dante – anche quelle che ebbe durante l’esilio, prostitute comprese, a quel che se ne sa amava e molto il gentil sesso – sono qui tutt’altro che madonne indecifrabili. Condividono l’amore e il dolore del poeta, ne mordono il cuore.
Insomma Pupi Avati ha fatto piazza pulita di molti cliché che diversamente avrebbero allontanato e reso soporosa una lectura Dantis. Quindi non è condivisibile a mio parere chi vede nel film uno scivolamento didascalico. Mentre affermo che, proprio in osservanza della rottura degli stereotipi, per l’aspetto di Dante si poteva evitare quello del naso enorme e adunco; attenendosi piuttosto a quanto ci rivela l’affresco del Bargello, forse la sua più verosimile “fotografia”.

Questa breve riflessione sul meritorio e coraggioso impegno di Avati su Dante – perché portare adesso la poesia in sala e raccontare un poeta che ha letteralmente plasmato la nostra lingua richiede una certa dose di temerarietà – non può che concludersi con una dichiarazione rilasciata dal regista all’inizio delle riprese: «Attendi tanto. Diciotto anni prima che ti sia concesso di realizzare un film. Lo avevi nitido nel 2003 quando hai scritto la prima versione del soggetto. Nel frattempo hai fatto altro, molto altro, ma quell’impegno con Dante ti è rimasto dentro, tampellante, facendoti avvertire come una colpa il trascorrere del tempo. Poi, finalmente, incontri chi ti ascolta e non rimanda, chi apprezza l’idea e ti trovi “impreparato” a quell’assenso, a quell’accoglienza. Questo il mio stato d’animo di oggi, a poche ore dall’inizio delle riprese. Che si realizzi nell’Italia di oggi in cui le gerarchie di cosa e di chi conti sono dettate da ben altro, un film sulla vita di Dante Alighieri, ha dell’inverosimile. Non oso ancora crederci».»
E noi non possiamo che dire grazie.


(Di Claudia Ciardi)

 

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