17 maggio 2022

Grubicy De Dragon – Sognatore d’arte e mecenate


Già il nome di questo grande e sensibilissimo mecenate delle arti è pura arte e poesia. Vittore Grubicy De Dragon (1851-1920) è una di quelle figure che sembrano uscite da un romanzo. Figlio di un nobile ungherese e di un’italiana nasce a Milano, culla di molte culture e di un’intellighenzia raffinata. La sua passione per la bellezza gli deriva sia dal contesto familiare d’origine sia dagli stimoli che la sua città certo non lesinava, polo di attrazione per artisti, base di mercanti e in conseguenza sede di prestigiose gallerie, fra cui quella di Pietro Nessi dove il giovane Vittore iniziò a lavorare prima di mettersi in proprio, fondando la Galleria Grubicy nel 1876.

La madre, figura dolce e protettiva, era a sua volta una pittrice dilettante – in mostra sono esposte due sue piccole prove e l’uso del colore, la mano commuovono davvero. Questa donna ebbe un ruolo essenziale nella formazione dei figli e nell’accrescere in loro la passione per le cose d’arte. Anche il fratello Alberto, infatti, affiancò Vittore nell’attività di mediazione, compravendita e promozione di giovani talenti. La cosa bella in questa storia familiare è che i due fratelli svilupparono una mentalità svincolata, aperta, molto distaccata dai cliché della loro classe sociale di appartenenza. Vittore fin dai suoi esordi come intellettuale e pittore si distinse per la visione antiaccademica, di rottura, incline al sostegno incondizionato di manifestazioni creative libere. Di ciò il frutto più emblematico è il rapporto con Giovanni Segantini che venne da lui avviato alla tecnica divisionista e che senza la presenza di questo mentore d’eccezione non avrebbe acquisito la piena consapevolezza del proprio talento. Fu Grubicy, letteralmente, a tirarlo fuori dal riformatorio, a destinarlo a una vita nell’arte. Non è esagerato dire che senza di lui, sarebbe rimasto con molta probabilità un teppistello di strada, perso a se stesso e orfano del proprio straordinario dono. Ma, ripeto, è solo uno dei meriti di questo grandissimo uomo, collezionista a tutto tondo dalle ceramiche rinascimentali alle incisioni giapponesi, infaticabile viaggiatore, irrefrenabile nella sua curiosità e allo stesso tempo carattere raccolto, in cerca di delicatezza e silenzi e profondità sentimentale. Ne sono testimonianza i suoi paesaggi di montagna, regno di leggerezze tonali e incanti nei quali la sua sfaccettata e tumultuosa personalità si ode come da molto lontano.

Sono innamorata di Grubicy da quando ho iniziato a leggere la sua corrispondenza con Segantini – un epistolario magnifico, un intreccio affascinante di progettualità, visioni, pittura in parole. Ma allora per me era soltanto il mercante, lo scopritore di un altro grande. Poi a Novara ho avuto modo di soffermarmi per la prima volta sulla caratura intellettuale di questa personalità. Uno degli assoluti meriti dell’allestimento novarese che la sua curatrice, Annie-Paule Quinsac, una delle massime se non la massima esperta mondiale di divisionismo italiano, ha peraltro difeso dalla pandemia, rinnovandolo e riaprendolo al pubblico per due anni di fila – anche questo credo un caso unico. Nella circostanza si era dunque accennato alla figura poliedrica e coltissima di Grubicy, con quadri suoi che restituivano a pieno l’immagine di pittore colto, iniziatore di un modo di dipingere del tutto personale all’incrocio fra scapigliatura e simbolismo. Una rivoluzione della luce, per l’appunto, come recitava il titolo della mostra.

L’evento in corso a Livorno visita ancora la traccia piemontese con un allestimento imponente, facendo perno sull’attività di Vittore Grubicy, calata in una panoramica piena di fascino che vede allestite anche opere di Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, fino agli adepti Benvenuti e Caputi, il primo anche erede del patrimonio artistico grubiciano e curatore della sua memoria. E qui sta proprio il legame con la città labronica e con le acquisizioni che nel tempo lì si sono fatte dei quadri del talentuoso milanese, essendo Benvenuto Benvenuti nativo di Livorno.

Al Museo civico – Bottini dell’Olio sono attualmente esposte centoquaranta opere. Un percorso ricco e suggestivo dove per la prima volta si mostrano al pubblico perfino gli arredi di casa Grubicy, con pezzi di ebanisteria davvero sontuosi, nonché la sua collezione orientale che conta anche stampe di Hiroshige e Utamaro. La mostra ha il merito di focalizzare l’attenzione su un personaggio che è stato un vero e proprio spartiacque nella storia dell’arte italiana fra Ottocento e Novecento. Uomo aperto al mondo, anzi ai mondi, che aveva in sé già a partire dalla sua nascita, e che ha continuato a cercare e perlustrare, con soggiorni esteri nelle grandi capitali della cultura, e prolungati soprattutto in Olanda. Un’intera sezione è infatti dedicata ai rapporti di amicizia e ai sodalizi con i coevi artisti incontrati in questo paese, che più di tutti, alla soglia dei suoi trent’anni, ha contributo alla sua svolta pittorica. Per la prima volta scopriamo a trecentosessanta gradi le passioni, i talenti, le sensibilità di un animatore incredibile della cultura italiana allo zenit di una stagione importante, direi prestigiosa. Ad esempio si spiega molto bene il suo ruolo di coltivatore dell’acquaforte, tecnica che amò praticare per sé e che sollecitò anche nei suoi sodali.

Un polo museale da scoprire, valorizzato anche dal personale di sala; ragazze che con professionalità vigilano e accolgono – fra l’altro, permettere agli operatori di togliere la mascherina sarebbe anche ora! È imbarazzante fermarsi a salutare e parlare con qualcuno che ancora è costretto a stare così.

In un luogo votato alla metafisica, una piazza alla de Chirico su cui svettano i fumaioli delle navi in transito nel vicino porto, cuore storico seicentesco della città – proprio in questi slarghi e canali fiorirono commerci di ogni tipo – nei pressi degli Scali delle Ancore dove fra l
altro si mangia anche molto bene, questa bella iniziativa è destinata a sorprendere il visitatore. 


(Di Claudia Ciardi)

 

Museo della città di Livorno – Piazza del Luogo Pio – fino al 10 luglio 2022


 


L'ultima battuta del giorno che muore, 1896

 

Sera nella valle, 1897


La bottiglia, 1889


Gli arredi di casa Grubicy



L'oriente secondo Grubicy


* L'incredibile modernità di Vittore Grubicy De Dragon in pittura, precursore di nuove sensibilità e linguaggi, si coglie pienamente nella battuta del giorno che muore - un rosso surreale, quasi un'eco espressionista - e nella bottiglia, minimalismo alla Morandi ante litteram.

* Fra gli itinerari di svago lungo la costa degli Etruschi avrei suggerito volentieri anche una tappa alla Fondazione Hermann Geiger di Cecina. Scopro adesso che ha chiuso definitivamente. Peccato, un altro bel luogo di cultura che soccombe alle difficoltà. Chi ha parlato di livellamento positivo, alludendo al fatto che prima della pandemia l’offerta fosse fin troppa a scapito della qualità, non voglio neppure commentarlo. Personaggi del genere, che si esprimono pubblicamente in questo modo – toni del tipo “è il mercato, bellezza” oppure “la guerra igiene dei popoli” – non dovrebbero ricoprire incarichi culturali.
È un fatto che i piccoli poli stiano scontando tantissimi problemi e abbiano bisogno di aiuto. Della Geiger ricordo che regalava pubblicazioni d’arte ai visitatori. Anni fa ci scambiammo i libri – le mie piccole 'farfalle' sulle vite dartista, i loro bei cataloghi su Kirchner.  Un vero peccato che anche questo faro si sia spento.

 
* Fotografie di Claudia Ciardi
©

5 maggio 2022

La veggenza dell'olmo

 

Gian Giacomo Gavo da Schio, Madonna dell'Olmo, aprile 1530 - dipinto su tavola dellomonimo santuario a Thiene (Vicenza)

Gli olmi (famiglia delle Ulmacee) crescono allo stato spontaneo solo nell’emisfero boreale. Reperti fossili rinvenuti in Asia hanno permesso di appurare la loro presenza sul nostro pianeta fin dal Miocene. L’Italia ospita sia la specie campestre che quella montana, diffuse nei boschi dell’intera penisola. Dagli esemplari spontanei hanno avuto origine varietà entrate nelle coltivazioni. L’olmo campestre, di legno rosso, è ricercato nei lavori di ebanisteria. Cresce ai margini dei boschi e si produce per dissemina anemofila (dal greco “amica del vento”, che bella parola!), ossia per mezzo dei semi alati dispersi dal vento. Può svilupparsi fino a oltre trenta metri di altezza ed è molto longevo, può arrivare a vivere anche cinquecento anni. Nell’antichità si riteneva che le foglie facessero scomparire il cattivo umore. E sempre secondo i nostri antenati, per affinità con tale virtù, l’olmo avrebbe la caratteristica di trasferire agli esseri umani il bisogno di mantenere una “mente incantata” che vada al di là dei ragionamenti ordinari. Dunque, un protettore dell’energia vitale e del potere immaginativo.

Nonché pianta amica e alleata della vite, sacra a Dioniso – e quale altro vasto e tumultuoso immaginario qui si spalanca! L’olmo ci insegna a fidarci delle nostre capacità sognanti, essendo il depositario dell’ancestrale, delle forze più profonde e primitive che ci abitano. Che l’albero che si erge ai bordi delle campagne, ai confini del vigneto, da lontano e dall’alto vegliandolo, sia dunque un seguace botanico di Dioniso non è poi un caso. Perché il frutto della vite racchiude in sé i medesimi caratteri, donando sfrenatezza e dolcezza insieme, qualità tutte dionisiache che in parte ispirano anche lolmo (si veda a questo proposito Jean-Pierre Vernant, Figure, idoli, maschere, passim).

Nella tarda primavera si usa (usava) portare i bambini nei campi a cercare i “Rubilli” (ovvero quello che i Romani chiamavano “Ervum” e i Greci “Orobos”; da Orobos, poi divenuto Robo, Robiglia – parola del tardo XVI secolo – quindi Rubilli). Ossia le “borse” dell’olmo, da cui si estrae un liquido acquoso, zuccherino e ceroso che funziona come medicamento. In particolare, nella Val d’Orcia, quest’ultime sono alla base di un preparato che viene detto “Olio di pilatro” (la gente dell’Orcia chiama “pilatro” l’iperico):

Le sommità di iperico (Hipericum perforatum) vengono raccolte e triturate. Quindi le galle o borse dell’olmo, anch’esse da triturare alla buona. Si immerge il composto in una quantità di olio d’oliva sufficiente a coprirlo. Si fa riscaldare l’olio a fuoco molto lento, e magari si aggiunge un po’ di acqua o vino bianco, in modo che non “soffrigga” troppo. Infine – il tempo della cottura cambia a seconda delle famiglie che lo preparano – si filtra e si conserva per l’uso. Una sorta di olio di iperico ma potenziato dai tannini dell’olmo, in grado di disinfettare e curare ferite e piaghe.

Ecco come Plinio il Vecchio, comandante navale ed enciclopedista, e Galeno, medico e amico personale dell’imperatore Marco Aurelio, celebrano nei loro scritti le virtù dell’olmo.

«Le foglie, la corteccia e i rami hanno la virtù d’ “ingrossare” [indurire, nel senso di cicatrizzare] e di serrare le ferite. La parte della corteccia interna guarisce la scabbia, e lo stesso fanno le foglie applicatevi con aceto. Assunta la corteccia al peso di un denario [che corrisponde più o meno ad una dracma ovvero circa 4-4gr e mezzo] in una “hemina” (270 ml) di acqua fresca, purga il corpo, cacciandone fuori specificamente la flemma [muco] e l’acquosità.
Il liquore che distilla dall’albero [probabilmente l’essudato spontaneo che cade dai tessuti linfatici spontaneamente lesi; il che succede con molti alberi], si mette sugli ascessi, sulle ferite, sulle ustioni, alle quali giova anche la lavanda o l’applicazione dei vapori del decotto. L’“humore” che nasce nelle vesciche [le borse] di questo albero, fa splendida e bella la pelle e fa la faccia molto più graziosa.
Le gemme delle prime foglie, cotte nel vino, applicate sanano le tumefazioni e i gonfiori, dissolvendoli insensibilmente attraverso i pori della pelle.
Le foglie triturate e impastate con acqua, si applicano come impiastro nei piedi gonfi ed edematosi. L’“humore” che geme dal midollo quando si taglia la cima o i rami, se applicato sulla testa fa ricrescere i capelli e conserva quelli che sono rimasti in modo che non cadano più».

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, Libro XXIV, 8.

E Galeno (medico ed amico personale di Marco Aurelio, rimase a corte fino a Settimio Severo, morendo ultraottuagenario) nel suo Virtù dei medicamenti semplici:

«Ho qualche volta sanato le ferite fresche con le sole foglie dell’olmo, confidando nella loro virtù costrettiva ma anche astersiva [che pulisce asciugando; tipica delle piante antipurulente] che posseggono.
La corteccia è più amara e più astringente e perciò sana, applicata con Aceto anche la scabbia. Oltre a ciò, legata fresca a modo si fascia sopra le ferite, le può agevolmente saldare. Stesse proprietà hanno le radici; perciò alcuni ne fanno lavande con la loro decozione per far presto il callo dove si saldano le fratture delle ossa». 

E nella letteratura è celebrata come pianta liminale, comunicante tra vivi e morti, guardiana dei sogni, di ciò che si pone oltre il reale, simbolo dellimmaginazione.

Proprio l’olmo è al centro del vestibolo dell’Ade nel VI dell’Eneide, non a caso il libro più ultraterreno e profetico di tutto il poema, dove Sibille, Eumenidi, Gorgoni, Arpie si danno convegno.

…tum consanguineus Leti Sopor et mala mentis

Gaudia, mortiferumque adverso in limine Bellum,

ferreique Eumenidum thalami et Discordia demens

vipereum crinem uittis innexa cruentis.

In medio ramos annosaque bracchia pandit

ulmus opaca, ingens, quam sedem Somnia vulgo

vana tenere ferunt, foliisque sub omnibus haerent.

Multaque praeterea variarum monstra ferarum,

Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes

et centumgeminus Briareus ac belva Lernae

horrendum stridens, flammisque armata Chimaera,

Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.

 

…poi il Sonno, parente della Morte, e le cattive passioni della mente

e la Guerra, portatrice di morte, davanti sulla soglia

e i ferrei letti delle Eumenidi, quindi la pazza Discordia,

che annoda la chioma con bende insanguinate.

Nel mezzo un olmo spande i rami e le annose braccia,

enorme, ombroso dove, dicono, i vani sogni

risiedono attaccati a tutte le foglie.

Inoltre molti mostri di strane forme bestiali,

i Centauri che hanno le loro stalle sulle porte,

le Scille biformi, il centimane Briareo, l’idra di Lerna,

che orrida stride, e la Chimera, armata di fiamme,

le Gorgoni, le Arpie e la creatura che unombra manda tricorpore.

(Eneide, VI, 278-289; traduzione di Claudia Ciardi)

E ancora una caratterizzazione rituale dell’olmo, albero custode del sacro e della memoria.

«Sotto al grande olmo, accanto alla chiesa di Custoza, mi trattenni un poco di tempo con il curato del villaggio. Bramavo vedere nel camposanto i resti disseppelliti di più di mille soldati, deposti colà aspettando la costruzione dell’ossario monumentale…».

Camillo Boito, architetto e scrittore italiano (1836 – 1914)


Infine il cromatismo peculiare di Georg Trakl, che pone l
immagine dellaureo olmo a chiasmo di una sorta di divinazione interiore, in un paesaggio rovinoso e decadente con campiture espressioniste, non solo in senso letterario ma ancor più pittorico.  


Wieder wandelnd im alten Park,

o! Stille gelb und roter Blumen.

ihr auch trauert, ihr sanften Götter,

und das herbstliche Gold der Ulme.

Reglos ragt am bläulichen Weiher

das Rohr, verstummt am Abend die Drossel.

O! dann neige auch du die Stirne

vor der Ahnen verfallenem Marmor.


Di nuovo vagando nell’antico parco,

oh, calma dei gialli e rossi fiori,

anche voi in lutto, voi dolci dèi,

e l’oro autunnale dell’olmo.

Immobile spicca nel ceruleo stagno

il canneto, a sera ammutolisce il tordo.

Oh! La fronte allora china anche tu

dinnanzi al marmo sbrecciato degli avi.

 
Im Park, Georg Trakl, poeta austriaco (1887 – 1914); traduzione di Claudia Ciardi

* Per la rubrica «Arboreto salvatico»


(Di Claudia Ciardi) 

22 aprile 2022

Canzone - Poesia medioevale e canzone popolare

 


Henry Holiday, Dante incontra Beatrice al Ponte Santa Trinita, 1883

Ecco una lezione appassionante per i ragazzi che unisce poesia e musica. Leggere dei versi ad alta voce non è infatti quasi cantare? Peraltro la lingua italiana addita inequivocabilmente la contiguità di questi due mondi. Canto è l’italiano letterario colto per indicare una composizione poetica. Così come canzone è sia l’antica forma metrica medioevale – peraltro originariamente musicata – sia la moderna scrittura alla base della canzone popolare italiana, imprescindibile dalla melodia che l’accompagna, in cui cioè il testo è comunicato agli ascoltatori come forma cantata.
La “canzone”, al pari del sonetto, è una delle pietre angolari fra le strutture metriche fisse della nostra tradizione poetica in quanto, pur nella molteplicità della sue forme ed espressioni, è una presenza fissa dalle origini fino alle rivoluzioni metriche che si insinuano tra Ottocento e Novecento (con i primi esperimenti in versi liberi). Una sorta di terreno di prova per ogni poeta che aspirasse ad essere riconosciuto come tale, almeno fino a Carducci e D’Annunzio. Alla longevità e importanza della canzone ha contribuito anche la sua natura estremamente prolifica, essendo capostipite di numerosi altri generi quali l’ode pindarica, la canzone-ode e l’ode-canzonetta, tutte risalenti al periodo cinquecentesco-rinascimentale, e la canzone libera, che in Italia seguirà l’esempio magistrale della lirica leopardiana. Giacomo Leopardi volle infatti consapevolmente farsi innovatore, essendo convinto che anche la poesia, al pari di qualsiasi altra manifestazione del sapere e dell’arte umana, avesse necessità di svilupparsi superando gli schemi tradizionali. La grandezza di Dante non sta forse, oltre che nel suo indubbio talento naturale e nella vastissima cultura da lui assimilata, nell’aver osato, nell’essersi spinto per primo al di là di ciò che i canoni del dire poetico avevano stabilito fino a quel punto? E poi, nel suo caso, il prodigio di aver avuto tra le mani – e nelle orecchie – una lingua in evoluzione, l’italiano volgare, un magma incredibile che riuniva latino tardo, greco, provenzale, catalano, persiano… Ma questo ancora non avrebbe significato nulla. Lui disse, ora io scrivo la mia grande opera e siccome dev’essere grande bisogna che rompa gli argini, voglio rompere con tutto. E quindi, non un poema latino né provenzale – le due grandi culle letterarie alle quali il suo tempo faceva riferimento – ma un’epica nuova, in una forma metrica d’invenzione e nella nostra lingua in divenire, di cui volle esser fabbro come fabbri erano stati i suoi maestri, ognuno nella propria epoca e per la propria cultura. In questa scelta, in questa fuga verso il mare aperto, nella volontà di tentare qualcosa di intentato sta il capolavoro nascente e la grande lezione che Dante ci ha consegnato.

Dunque, se ai nostri giorni, lo si diceva all’inizio, la parola ha esteso notevolmente la sua sfera semantica (unendo la forma poetica alla scrittura musicale), nell’ambito specifico della metrica italiana “canzone” è un componimento identificabile in maniera abbastanza chiara e precisa; si tratta infatti di una struttura poetica composta da un numero variabile di stanze (dalle cinque alle sette) di endecasillabi e settenari (anche quinari, nella poesia delle origini), cui si aggiunge un “congedo”, cioè una stanza più breve e dalla funzione conclusiva. Questo modello, detto “canzone antica” o “canzone petrarchesca”, è quello più noto ed autorevole, in quanto codificato dalla pratica di Dante Alighieri (che dedica all’argomento anche alcuni passi del suo De Vulgari Eloquentia) e quindi dai Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca, fondanti la tradizione – non solo per la poesia in italiano volgare – per almeno un paio di secoli.
La cosiddetta stanza di canzone, che potremmo assimilare a un gruppo strofico in cui si sviluppa il tema prescelto, declinato secondo diverse cadenze, si può dividere in due piedi (chiamati anche “fronte” e il cui numero varia da due a sei, salvo che l’ordinamento dei versi si ripeta costante) e una sirma, composta anch’essa da un numero variabile di versi e per lo più indivisibile (ma ci sono casi di “sirme” divise in due “volte” speculari) e con alcuni elementi caratteristici, come un distico finale a rima baciata. Chiude il congedo, che si modella sullo schema di versi (endecasillabi e settenari) degli ultimi tre versi della stanza che lo precede, e ha uno schema di rime a sé (come peraltro capita ad ogni stanza di canzone, che ha rime diverse da quella precedente).

La prima stanza di Donne ch’avete intelletto d’amore (canzone di soli endecasillabi) è il classico esempio di stanza con due piedi e una sirma indivisibile, con schema di rime ABBC ABBC CDDCEE:

    (I piede)

    Donne ch’avete intelletto d’amore,

    i’ vo’ con voi de la mia donna dire,

    non perch’io creda sua laude finire,

    ma ragionar per isfogar la mente.

 

    (II piede)

    Io dico che pensando il suo valore,

    amor sì dolce mi si fa sentire,

    che s’io allora non perdessi ardire,

    farei parlando innamorar la gente:

 

    (sirma)         

    E io non vo’ parlar sì altamente,

    ch’io divenisse per temenza vile;

    ma tratterò del suo stato gentile

    a respetto di lei leggeramente,

    donne e donzelle amorose, con vui,

    ché non è cosa da parlarne altrui.

 

E come non ricordare il musico Casella (pistoiese o fiorentino non è dato sapere con precisione) attivo nella seconda metà del Duecento, di cui lo stesso Dante ci parla nel Canto II del Purgatorio. Gli antichi commentatori del poema lo descrivono come un compositore molto apprezzato e grande amico del poeta fiorentino. Nel codice Vaticano 3214 si trova il suo nome in calce a un madrigale di Lemmo da Pistoia, altro poeta duecentesco, che recita: Casella sonum dedit (lo musicò Casella, il che risulterebbe coerente con la scena della Commedia). Qui infatti si trova fra le anime dei penitenti che scendono dalla barca dell’angelo nocchiero sulla spiaggia del Purgatorio (II, 76 ss.). Il musico spiega all’amico poeta, stupito di vederlo lì a tanto tempo dalla sua morte, che l’angelo raccoglie sulla sua barca chi sceglie lui secondo il volere divino, ma da tre mesi (dal Giubileo indetto nell’anno 1300) ha fatto salire tutti coloro che ne hanno fatto richiesta. Quindi Dante prega Casella di confortarlo dalle fatiche del viaggio e subito il musicista intona Amor che ne la mente mi ragiona, oggetto di commento nel III Trattato del Convivio. La dolcezza del canto rapisce tutti gli astanti, ma d’improvviso giunge Catone che li rimprovera aspramente, accusandoli di pigrizia ed esortandoli a correre al monte per iniziare a purificarsi.
Si tratta di un episodio emblematico sul rapporto tra musica e canzone che accompagna fin dalle origini questo genere letterario, nonché è innegabile il valore storico della testimonianza circa l’attività dei cosiddetti musici al fianco dei letterati in epoca medioevale.

E ora, in questo nostro breve excursus, vediamo cosa accade quando uno dei grandi cantautori italiani, affacciandosi nell’alveo delle tessiture e rotture cui abbiamo accennato poco fa a proposito delle dinamiche creative, prende una canzone e per la precisione una forma metrica derivata, mettiamo una canzonetta della scuola siciliana, la tradizione di riferimento per tutti i letterati italiani e dunque anche per la nascente scuola fiorentina, quest
ultima, lo si è detto, con capofila Dante e Petrarca. Mettiamo Meravigliosa-mente di Giacomo (o Jacopo) da Lentini, il notaro dellimperatore Federico II, e facciamo in modo che s’incontri con due “Casella” odierni, Lucio Dalla e Samuele Bersani.

Meravigliosa-mente

Meravigliosa-mente

       un amor mi distringe,

       e mi tene ad ogn’ora.

       Com’om, che pone mente

5        in altro exemplo pinge

       la simile pintura,

       così, bella, facc’eo,

       che ’nfra lo core meo

       porto la tua figura.

10        In cor par ch’eo vi porti,

       pinta come parete,

       e non pare difore.

       O Deo, co’ mi par forte

       non so se lo sapete,

15        con’ v’amo di bon core;

       ch’eo son sì vergognoso

       ca pur vi guardo ascoso,

       e non vi mostro amore.

       Avendo gran disio,

20        dipinsi una pintura,

       bella, voi simigliante,

       e quando voi non vio

       guardo ’n quella figura,

       e par ch’eo v’aggia davante;

25        come quello che crede

       salvarsi per sua fede,

       ancor non veggia inante.

       Al cor m’arde una doglia,

       com’ om che ten lo foco

30        a lo suo seno ascoso,

       e quanto più lo ’nvoglia,

       allora arde più loco,

       non pò star incluso:

       similemente eo ardo,

35        quando pass’e non guardo

       a voi, vis’ amoroso.

       S’eo guardo, quando passo,

       inver’ voi no mi giro,

       bella, per risguardare;

40        andando, ad ogni passo

       getto un gran sospiro

       ca facemi ancosciare;

       e certo bene ancoscio,

       c’a pena mi conoscio,

45        tanto bella mi pare.

       Assai v’aggio laudato,

       madonna, in tutte parti,

       di bellezze c’avete.

       Non so se v’è contato

50        ch’eo lo faccia per arti,

       che voi pur v’ascondete:

       sacciatelo per singa

       zo ch’eo no dico a linga,

       quando voi mi vedite.

55        Canzonetta novella,

       va’ canta nuova cosa;

       lèvati da maitino

       davanti a la più bella,

       fiore d’ogn’amorosa,

60        bionda più c’auro fino:

       “Lo vostro amor, ch’è caro,

       donatelo al Notaro

       ch’è nato da Lentino”.

 

Canzone


Non so aspettarti più di tanto

ogni minuto mi dà

l’istinto di cucire il tempo

e di portarti di qua

ho un materasso di parole

scritte apposta per te

e ti direi spegni la luce

che il cielo c’è


Non si vive

(Stare senza di lei)

Mi uccide

Testa dura testa di rapa

vorrei amarti anche qua

nel cesso di una discoteca

o sopra al tavolo di un bar

o stare nudi in mezzo a un campo

a sentirsi addosso il vento

io non chiedo più di tanto

anche se muoio son contento

Non si vive

(stare senza di lei)

mi uccide

Canzone cercala se puoi

dille che non mi perda mai

va’ per le strade e tra la gente

diglielo veramente

 
Io i miei occhi dai tuoi occhi

non li staccherei mai

e adesso anzi io me li mangio

tanto tu non lo sai (non lo sai, non lo sai)

occhi di mare senza scogli

il mare sbatte su di me

che ho sempre fatto solo sbagli

ma uno sbaglio poi cosè

Non si vive

(stare senza di lei)

mi uccide

 
Canzone cercala se puoi

dille che non mi lasci mai

va’ per le strade e tra la gente

diglielo dolcemente

 
E come lacrime la pioggia

mi ricorda la sua faccia

io la vedo in ogni goccia

che mi cade sulla giacca

Non si vive

(stare senza di lei)

mi uccide


Canzone trovala se puoi

dille che l’amo e se lo vuoi

va’ per le strade e tra la gente

diglielo veramente

non può restare indifferente

e se rimane indifferente

non è lei


Non si vive

(stare senza di lei)

mi uccide


Non si vive

(stare senza di lei)

mi uccide
 

Come dicevamo. Spesso la canzone si conclude con una stanza diversa dalle altre, detta congedo (o commiato), dove il poeta si rivolge alla sua stessa canzone, invitandola a diffondere il proprio messaggio fra gli ascoltatori e i lettori. Lucio Dalla (e i musici che lo hanno affiancato in questo esperimento) ha qui padroneggiato perfettamente tali meccanismi – già il titolo da lui scelto è più che programmatico – e ci ha fatto riaffiorare un pezzo coltissimo della nostra tradizione poetica in una forma sorprendentemente vicina, lieve, spontanea.
Quali magnifici fabbri del parlar materno! A noi non resta che onorarli leggendo e cantando. Magari aiuta anche a esorcizzare ciò che in questo momento scuote la vita e ci fa dimenticare di quanto sia preziosa e di quanto noi abbiamo il compito di celebrarla e adornarla sempre di leggerezza e bellezza.

 
(Di Claudia Ciardi)

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