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12 marzo 2016

Marc Chagall - Anni russi 1907-1924






Lo scorso novembre il Santa Giulia di Brescia ha inaugurato un ciclo di grandi mostre dedicate a figure di rilievo dell’arte del Novecento. L’inizio non poteva essere più coinvolgente con una rassegna dedicata agli esordi di Marc Chagall, prima del suo definitivo trasferimento in Europa, a Parigi. Trentatré opere suddivise in diciassette quadri e sedici disegni, con due taccuini di schizzi facenti parte dell’archivio dell’amico poeta Blaise Cendrars, i cui contenuti sono stati oggetto di divulgazione presso il largo pubblico solo a partire dal 2012 e in questa occasione esposti per la prima volta in Italia, oltre alla serie di inchiostri di china realizzati dall’artista per le due favole yiddish di Der Nister.
Non si esagera a definire l’evento un gioiello grazie all’impeccabile curatela che ha contribuito a un’atmosfera unica, assai vicina all’intimità sconvolta e sognante dello shtetl, il villaggio ebraico poverissimo e abbandonato a se stesso nella provincia imperiale, fosse quella asburgica descritta da Joseph Roth, per citare il più noto dei suoi narratori, o sovietica, come in questo caso, essendo Lyozno presso Vitebsk, patria bielorussa di Chagall, parte del dominio zarista. 
Una lodevole iniziativa, dunque, che ha affiancato istituzioni culturali russe e italiane – la direttrice del Museo russo di Stato, Evgenija Petrova, la Fondazione Brescia Musei insieme al Comune e all’editrice Giunti Arte – responsabili di un allestimento estremamente poetico. La sede bresciana si è inoltre configurata come validissima cornice all’estro pittorico di Chagall. Qualcosa nella Via dei Musei, dalle rovine del foro romano fino alla chiesa di Ermengarda e all’ingresso al polo espositivo, ne fa una passeggiata di rara bellezza, perfettamente preparatoria al clima fiabesco che attendeva il visitatore all’interno delle sale.  
La mostra ha inteso valorizzare la peculiarità creativa dell’artista che iniziò quasi da autodidatta, forse perfino senza troppa convinzione, in un ambiente che offriva ben poco, e miseria in abbondanza. Questo percorso, in cui l’avvicinamento alla pittura avviene in punta di piedi, è stato valorizzato e illuminato dalle considerazioni autografe di Marc Chagall, che raccolse i propri pensieri in uno scritto fondamentale, La mia vita (Moja žizn’), iniziato tra il 1915-16 e terminato durante il soggiorno berlinese del ’23, prima tappa all’indomani dell’uscita definitiva dalla Russia. Meta e stabile dimora per il resto della sua vita sarebbe divenuta Parigi, la metropoli dell’arte già ampiamente conosciuta in un lungo soggiorno di ventenne, tra il 1911 e il 1914, quando insieme ad altri colleghi, molti russi come lui, scelse di fare la fame in quella Babele-dormitorio che era La Ruche.              
I passi scelti in accompagnamento dei quadri, rendono in modo calzante il periodo di sospensione fra la ricerca del proprio linguaggio poetico e la fuga definitiva dalle strettezze del villaggio natale. Tuttavia Chagall, e questo dà la misura della sua personalità e serve a comprendere da dove traesse la forza creativa, non arrivò mai a disprezzare le proprie origini; nei familiari, anzi, nelle loro occupazioni quotidiane, nei riti chassidici, seppe sempre scorgere la radice di una rara poesia che andava preservata e narrata a chi ne ignorasse l’esistenza.              
«Mi erano congeniali il gergo di strada e le modeste parole del vocabolario corrente. Ma una parola così fantastica, letteraria, una parola venuta quasi da un altro mondo, la parola “artista” sì, forse l’avevo udita, ma nella mia città non è mai stata pronunciata. Era così lontana da noi! Da solo non avrei mai osato pronunciarla».
C’è lo struggimento dell’uomo che aspira a lasciarsi alle spalle gli angusti confini in cui è nato ma anche un amore senza condizioni per il “suolo” che ha nutrito il suo immaginario, un debito rafforzato dall’incontro con Bella Rosenfeld, sua musa ispiratrice e moglie. 
«Mattina e sera lei portava nel mio atelier i dolci pasticcini fatti in casa, del pesce ai ferri, del latte bollito, varie stoffe decorative, perfino delle tavole che mi servivano da cavalletto. Io aprivo soltanto la finestra della stanza e l’aria azzurra, l’amore e i fiori entravano con lei. Tutta vestita di bianco o tutta in nero lei vola da molto tempo attraverso le mie tele, guidando la mia arte. Non finisco quadro o incisione senza chiedere il suo “sì” o “no”».
Chagall sposò Bella nel 1915, e per questo dovette vincere le resistenze della famiglia di lei, molto più benestante e poco rassicurata dalla professione del giovane. La coppia si trasferì a San Pietroburgo, dove nello stesso anno il pittore espose con successo insieme ai nomi di spicco dell’avanguardia russa, Michail Larionov, Natalija Gončarova, Kazimir Malevič, Liubov’ Popova, che formavano l’eclettica compagine di La coda dell’asino (Oslinij chovst), uno dei tanti movimenti che si alternarono in Russia nel frastagliato arcipelago delle arti fiorite durante il primo decennio del ventesimo secolo. E qui la mente corre a un’altra mostra organizzata a Torino, per certi versi complementare a questa, che ho avuto la fortuna di visitare nel gennaio di un anno fa, dedicata alla collezione Costakis, il greco appassionato di arte russa contemporanea, i cui capolavori sono stati esposti per la prima volta in Italia nelle prestigiose sale di Palazzo Chiablese. 
Il rapporto tra Chagall e le avanguardie sia russe che europee è piuttosto complesso. Si può dire con certezza che ne sia stato influenzato, dai maestri europei in cui si imbatté nel corso del primo viaggio a Parigi soprattutto, ma mantenne sempre un suo sguardo indipendente, che rendono la sua mano inconfondibile agli occhi di quanti avvicinano le sue creazioni. E forse è anche questo il segreto di un’affinità indiscussa tra Chagall e il pubblico di ogni latitudine, che ovunque incontra con entusiasmo la sua opera, lasciandosi catturare dalla magia del suo primitivismo e da una narrazione per archetipi che trascende epoche e luoghi.
Un grande plauso va quindi a coloro che hanno lavorato con impegno alla rassegna bresciana, per realizzare questo sogno lucido.


(Di Claudia Ciardi)

Catalogo:

Chagall. Anni russi 1907-1924
Museo di Santa Giulia, Brescia, 20 novembre 2015 - 15 febbraio 2016
Giunti



Related links:

Avanguardia russa - La collezione Costakis per la prima volta in Italia a Palazzo Chiablese - Torino


Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani, Odoya edizioni
   
  
La scuola carrarese dell'Ermitage - in collaborazione con l'Ermitage di San Pietroburgo - Carrara, 2015


Poeti russi oggi - rassegna di poesia russa contemporanea a cura di Annelisa Alleva, Libri Scheiwiller




L'avveniristico soffitto della metropolitana di Brescia

20 febbraio 2016

Boris Nossik - Anna Achmatova e Amedeo Modigliani





Boris Nossik, giornalista nato nel 1931, celebre mediatore culturale nell’odierna Russia, ha iniziato la sua attività durante gli anni Cinquanta come autore di reportage dall’Inghilterra e dalla Francia per la madrepatria. La ricostruzione dell’amore fra la poetessa Anna Achmatova e il pittore Amedeo Modigliani è forse la sua opera meglio conosciuta, pubblicata per la prima volta nel ’97 e edita in Italia dalla casa editrice Odoya. Si tratta di un racconto piuttosto articolato dove si dà ampio spazio alle citazioni letterarie, non solo i versi dell’Achmatova ma anche le testimonianze dei suoi contemporanei, attestanti le numerose passioni suscitate da quella singolare personalità femminile, e ovviamente le lettere e i pensieri di Modigliani, che tra l’altro era pure poeta e neppure di poco talento. Nelle pagine di Nossik prende corpo un’estesa galleria di figure, cui in qualche caso si fa perfino fatica a tenere dietro, tanta è la sua vastità situata alla confluenza di due mondi, il russo e quello parigino del primo decennio del Novecento, alla cui ombra peraltro viveva buona parte dell’intellighenzia russa del tempo. Questa Parigi d’anteguerra, rifugio di talenti, molti dei quali all’epoca dell’incontro narrato dal nostro autore non ancora rivelati o consacrati – del resto le cose stavano così anche per lo stesso Modigliani – appare come trasfigurata e sospesa, cornice di una tela che non si decide a sviluppare il proprio soggetto. 
Sotto i nostri occhi acquista un’inquietante spessore La Ruche, ribattezzata “l’alveare”, casa maledetta dei bohemienne che approdavano nella metropoli in cerca di fortuna. Luogo che l’Achmatova rifuggiva, per quanto Modigliani tenesse a farglielo visitare. Troppe esistenze miserabili ma anche troppi russi che avrebbero potuto riportare qualcosa al marito, quel Nikolaj Gumilëv che mai si rassegnò all’amore non ricambiato della poetessa, cocente delusione coniugale sfociata nel divorzio del 1918. Della bizzarra dostoevskiana residenza di artisti, il suo noto inquilino Marc Chagall ebbe a scrivere: «Qui o si moriva di fame o si diventava famosi». Non pochi riuscirono nell’impresa pagando tuttavia un prezzo altissimo in termini di sacrificio personale. In qualche caso l’epilogo fu la morte. Sull’orlo del suo riconoscimento anche Modigliani fu ghermito dalla scura signora, minato nel fisico debole per natura da anni di privazioni e vita sregolata. 
Sebbene non ami troppo il genere delle biografie romanzate, devo riconoscere che Nossik ne esce piuttosto bene, rendendo la lettura scorrevole senza scadere nella caricatura di certi dettagli del rapporto tra i due artisti che, in mancanza di fonti, possono essere solo arguiti. La sua penna si muove con leggerezza e disinvoltura ed è in grado di renderci estremamente familiari ambienti tra loro assai diversi da Carskoe Selo, attraversato dal tumulto della storia e dalla fascinazione letteraria, al caffè della Rotonde, memorabile angolo di Montparnasse e rifugio per i russi nel corso di quasi tre decenni. Pare inoltre molto abile nel recupero della atmosfera liricamente disperata dello shtetl orientale europeo dal quale tanti creativi parigini erano fuggiti spesso in modo più che rocambolesco. Capita ad esempio che si avventuri con coinvolgente realismo nelle rugose contrade di Smiloviči, villaggio natale di Chaïm Soutine, incastonato in due pagine di grande bellezza, forse perché da lì provenivano anche gli stessi genitori di Nossik. Direi che Soutine riceve nel libro un’investitura da semi protagonista, se mi si concede l’espressione; amico di Modigliani, forse il più fedele nella giostra parigina, e vicino allo scrittore in virtù delle origini bielorusse, è al centro di un ritratto commovente, imponendosi alla memoria del lettore quasi più dell’amore giovanile scelto come fulcro della trama.  
In generale tutti i passi che ci riconducono alla primitiva intimità e integrità delle radici di coloro che formano questo sfaccettato affresco di inizio secolo, siano i villaggi degli esuli ebrei o l’infanzia della Achmatova nei mesi di villeggiatura sulle rive del Mar Nero o quella di Modì nella nativa Livorno, questi frammenti si insinuano nelle mani del lettore come vetri colorati e camminano simili a fiabe animate da vita propria. C’è qualcosa di perfettamente mistico nelle monellerie della Achmatova, bambina sulle spiagge di Crimea, in attesa del rientro dei pescatori, colori e giochi che ricordano un Babel’ adolescente, impegnato nel proprio autoritratto quando una ventina d’anni dopo stenderà i suoi Racconti di Odessa. Questa Achmatova che vede i sogni degli altri e ha indicibili presentimenti, quasi sempre veritieri, sonnambula sul tetto della casa di Carskoe Selo, nuotatrice provetta tra i laghetti della sonnacchiosa reggia, scaltra e sinuosa rusalka, non strizza affatto l'occhio al cliché della poetessa dotata di poteri fuori dal comune. Siamo invece davanti a un vestito perfettamente cucito addosso a un personaggio che fu davvero così e non poteva essere altrimenti, in Russia allora. Questa fu la Achmatova agli occhi delle amiche che la conobbero, come chi la descrive in chiesa a Kiev, il volto immerso nell’ombra, come una santa, questa fu per Gumilëv, il marito cantore eclissato all’indomani del suo esordio letterario, lei che era l’incarnazione di una forza assoluta del sentimento riversato in poesia: «nei suoi versi si rivelò subito ciò della cui mancanza rimproveravano allora (e tuttora rimproverano Gumilëv): la lirica autentica, il sentimento profondamente vissuto».
Lavorava ai suoi versi in segreto la giovane Anna Gorenko, aveva perfino pudore a leggerli in pubblico pur cosciente del proprio valore. Se ne stava così, bellissima e inaccessibile, alla “torre” di Vjačeslav Ivanov, il poeta e filosofo pietroburghese nel cui appartamento era solita incontrarsi l’élite letteraria. Non diceva una parola ma il suo enigma bastava a mettere ogni cosa in risonanza. 
Il 1910 e la primavera successiva sono gli anni dell’incontro e dell’amore con Modigliani. Sebbene non ne restino tracce evidenti – le donne sanno custodire molto bene e con intelligenza certi segreti, specie quando ciò che si prova è autentico – si sa che l’incontro in qualche modo ha tenuto a battesimo la fioritura artistica di entrambi. Per la Achmatova fu la pubblicazione della prima raccolta poetica e la gloria in patria; fin dall’esordio alcune sue liriche erano declamate addirittura nella lontana e selvaggia Bessarabia. Per Modigliani fu il più maturo compimento del suo lavoro, nonostante la sua cometa sia scomparsa dai cieli terreni molto più velocemente di quella dell’amica poetessa. E in effetti, essendo stato l’astro della Achmatova più durevole, diciamo che la cronaca di Nossik si apre con non minore partecipazione empatica, rispetto ai capitoli le precedono, alle innumerevoli traversie della poetessa in patria, lasciandola sul gradino del tardivo riconoscimento all’estero. Un racconto struggente che si sintetizza nel furto di quasi trent’anni di questa vita straordinaria, ostracizzata e poi riabilitata e infine di nuovo estromessa dalla cultura del proprio paese. Furto nel quale si inseriscono episodi drammatici che danno la misura della violenza delle campagne denigratorie in atto nella Russia staliniana. Spie appostate nel cortile di casa, agenti del servizio pedinamento sempre all’erta: la Achmatova era inavvicinabile dagli ospiti stranieri e dai suoi connazionali sospettati di avere rapporti con gli occidentali. E poi ancora, il fattaccio legato alla persona di Boris Ejchenbaum, suo antico ammiratore e autore del primo libro entusiasta sulla sua poesia. Professore universitario con diversi incarichi, un libro su Tolstoj da finire, una famiglia da salvare, non ebbe il coraggio di opporsi alla risoluzione dell’agosto ’46 ai danni dell’Achmatova. Il povero Boris non salvò niente, tradì l’amica, perse il posto, sua moglie morì l’anno successivo, e lui stesso fu incluso in un nuovo gruppo da colpire di lì a poco insieme ad altri letterati ebrei. Se avesse avuto il coraggio di levare la sua voce per Anna Achmatova le cose per lui sarebbero andate meglio? No, di certo. Ma come uomo sì, la sua sincerità di uomo non sarebbe stata intaccata, salvando l’amicizia avrebbe comunque salvato qualcosa. Avrebbe tentato di mettere al riparo l’anima di una rusalka dalla burrasca e forse la sorte gliene sarebbe stata riconoscente, chi può dirlo. Magari avrebbe guadagnato il rispetto del nemico, per quel che poteva valere.
Al di là dell’incontro amoroso tra due grandi, che in sé potrebbe anche deludere, è un libro che consiglio soprattutto per le atmosfere, l’incisività con cui epoche, ambienti e psicologia dei personaggi sono rese nella massima fedeltà storica ma anche con sincera devozione sentimentale da parte dell’autore.

(Di Claudia Ciardi)


Boris Nossik, Anna e Amedeo,
traduzione di Emanuela Guercetti,
Odoya, 2015 


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12 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (II)




Proseguiamo l’intervento sull’Ucraina, occupandoci della frontiera orientale dal punto di vista di uno dei suoi più profondi narratori, Joseph Roth. Originario di Brody, piccola città della Galizia, regione asburgica ora scomparsa, la più densamente popolata da ebrei all’interno dell’impero, ebreo lui stesso afflitto dalle chiusure della provincia ma anche consapevole dell’iniziazione poetica che quest’ambiente gli aveva regalato, Roth ha per l’arcipelago orientale una straordinaria predilezione, che riversa in pagine estremamente commosse. Si avverte, in questi quadri ovunque disseminati nella sua opera, tutto l’attaccamento a un mondo segnato da intrinseca fragilità e da un ineludibile destino di dissoluzione. Ucraina significa “regione di frontiera” e non è un caso che proprio in luoghi come questo gli eventi si concentrino in dorsali estremamente instabili. Anche un’analisi letteraria risulta quindi di assoluto interesse per comprendere il carattere di tali territori e il loro problematico inserimento negli assetti disegnati da vicini potenti e agguerriti.
Nei riferimenti rothiani alla terra di confine, in cui interviene certamente anche una dose di sublimazione, si colgono alcuni caratteri ricorrenti. Il primo è la natura che si impone con forza sugli uomini, i quali non riescono a opporgli resistenza – lo shtetl, il villaggio, è quasi un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda e non ha nulla a che vedere con la distaccata astrazione delle città. In tal senso si può parlare di una sorta di paganesimo rothiano che nel celebrare la natura attua un ritorno ai Lares della propria infanzia e, in generale, della propria cultura. Di esempi se ne possono fare tanti, ma uno dei vertici, se si escludono i passi di La Marcia di Radetzky – in cui mi vengono in mente le belle descrizioni della Moravia in estate o l’arcaica serenità della campagna slovena –  è senza dubbio l’immagine della Siberia, estrema propaggine dell’Oriente, in Fuga senza fine.
Ci sono poi gli abitanti della frontiera, la cui arretratezza non alimenta alcun disprezzo, semmai contribuisce a rappresentare quella dimensione epica che Roth rimpiange come ormai perduta alla vita e dunque alla scrittura. Se si analizza un testo incompiuto quale il Perlefter, o il lungo abbozzo (Fragole) che avrebbe dovuto fare da battistrada a un romanzo autobiografico sull’infanzia trascorsa in Galizia, vi troviamo condensati molti di questi motivi, puntualmente sviluppati e inseriti nell’opera per così dire maggiore. Figure di carrettieri, falegnami, osti, mercanti, girovaghi, piccoli bottegai, ebrei avvolti nei lunghi caffettani «come un campo di strane spighe nere al vento», un cosmo oscillante, i cui protagonisti fronteggiano ogni giorno le necessità dettate dalla sopravvivenza. Leggiamo insieme l’incipit del frammento autobiografico: «La città dove sono nato si trova nell’Europa orientale, in una grande pianura scarsamente popolata. Verso est questa pianura è infinita. A ovest è delimitata da una catena di colline blu, visibile soltanto in limpide giornate estive. Nella mia città natale vivevano all’incirca diecimila abitanti. Di questi, tremila erano matti anche se innocui. Una soave pazzia li avvolgeva come un nembo d’oro. Attendevano ai loro affari e guadagnavano soldi. Si sposavano e generavano figli. Leggevano libri e giornali. S’interessavano delle faccende del mondo. Conversavano in tutte le lingue parlate dalla popolazione assai composita della nostra regione».
Chi dalla cosiddetta civiltà approda alla frontiera, spesso ne viene sopraffatto. È questa una riflessione dominante gran parte di La Marcia di Radetzky, dopo il trasferimento di Carl Joseph, l’inetto rampollo della famiglia Trotta, nel reggimento dei Cacciatori, d’istanza al confine con la Russia. I soldati cadono vittime dell’alcol e del gioco, e non mostrano alcuna convinzione per i loro incarichi: «Nessuno era forte come la palude. Nessuno poteva reggere alla vita di frontiera. Verso quell’epoca i più alti capi a Vienna e Pietroburgo cominciavano già a preparare la grande guerra. Gli uomini della frontiera la sentivano arrivare prima degli altri; non solo perché erano avvezzi a presagire le cose, ma anche perché ogni giorno potevano vedere con i propri occhi gli indizi del disastro».
L’usuraio Kapturak, che compare anche nel Giobbe, nei panni di chi dietro un lauto compenso aiuta i soldati a disertare, è qui l’emissario di una corruzione che lentamente si infiltra nel mondo, nelle falle di una società che va esaurendo la sua forza: «Ai confini della monarchia austro-ungarica c’erano a quell’epoca molti uomini del genere di Kapturak. Essi cominciavano a volteggiare intorno al vecchio Impero come quei neri e vili uccelli che da infinita distanza adocchiano un moribondo. Con impazienti e foschi colpi d’ala aspettano la sua fine. Coi becchi ricurvi si avventano sulla preda. Non si sa da dove vengono, né dove volan via. Sono i pennuti fratelli della misteriosa morte, suoi nunzi, sua scorta e suo seguito».
Che siano i contadini di Sipolje, il villaggio sloveno dove i Trotta hanno origine, o quelli della frontiera ucraina, Roth ama trasmettere al lettore l’attaccamento alla terra, unico elemento certo e inamovibile, attorno al quale la vita si ripete con ciclica ritualità. In un passo piuttosto emblematico da questo punto di vista, nel romanzo Destra e sinistra, lo scrittore austriaco indica la sede della nostalgia nei piedi, ai quali il richiamo alla terra, al luogo di nascita è solito trasmettersi per primo: «È ai piedi che la nostalgia si è comunicata per primi, ai piedi, gli strumenti della peregrinazione».
Nei villaggi di campagna il tempo si modula sull’alternanza delle stagioni, arando una poesia che armonizza opere e giorni. La precarietà dell’esistenza avrebbe pertanto una compensazione nella maggiore autenticità che la sorregge.
Accanto alle effimere comparse di questi idilli, tuttavia, è il tempo storico che in La Marcia di Radetzky accentra e livella qualsiasi sviluppo della narrazione, correndo inarrestabile in quella “azione parallela” che è la guerra. Sebbene il conflitto sia ancora lungi dal deflagrare, il sentore della morte aleggia continuamente sui personaggi, che sia nell’aspetto sia nel comportamento ne portano addosso i segni. Si direbbe che Roth volutamente indugi sul carattere profetico della morte, sul suo lento insinuarsi nella vita, attraverso indizi all’apparenza di poco conto ma inequivocabili. Perfino nella parte finale del romanzo, quando ormai i giochi sono fatti, non abbandona questo espediente narrativo. I russi hanno già cominciato a muoversi lungo il confine e la loro presenza è annunciata dall’arrivo dei corvi: «I grossi uccelli neri erano immobili sui rami, frutti sinistri, piombati dallo spazio. Se ne stavano lì imperterriti, gli uccelli neri, gracchiavano e basta. Stepaniuk tirò dei sassi contro di loro. Ma i corvi si limitarono a sbattere due o tre volte le ali. Erano accoccolati sui rami come frutti nati dall’albero». Questa sinistra rivelazione che gli abitanti della frontiera, avvezzi a leggere nei cambiamenti della natura, colgono subito, era stata preceduta da un’altra non meno sconvolgente. La festa organizzata dal reggimento, oltre a essere l’occasione in cui affiorano al completo le ridicole manie di ufficiali e soldati – è la fotografia di un esercito in rotta prima ancora di approdare sul campo di battaglia – si trasforma in un evento più che surreale. Funestata da un temporale che costringe gli ospiti a riparare nel vicino castello, e che indispone l’animo degli organizzatori, la natura sembra voler a tutti i costi allearsi con la storia. E in effetti la notizia dell’assassinio dell’erede al trono non si fa attendere: irrompe in piena notte, mentre le orchestrine suonano morbidi valzer per accompagnare gli invitati verso l’ultima illusione.
Più volte Carl Joseph aveva preso e riposto l’uniforme nell’armadio, infine l’aveva sistemata nel proprio bagaglio dove «la personalità di soldato di Trotta giaceva, un cadavere ripiegato secondo il regolamento». Al destino non si scampa. Di lì a poche settimane inizia la mobilitazione, e anche nel momento della marcia dei soldati Roth non tralascia di elencarci quei dettagli che alludono alla disfatta: il fango che si richiude schioccando sugli stivali dei soldati, intralciandone il passo, è già di per sé un’immagine di sepoltura non solo dei singoli ma anche della storia cui appartengono.

(Di Claudia Ciardi)



In questo blog:

«Otto prose inedite in Italia. Otto “personaggi in cerca d’autore” che escono dalla penna di Joseph Roth come altrettante miniature fantastiche. Effimeri protagonisti di un’epica marginale e sofferta, comparse di un mondo sconvolto dalla guerra. Clowns e camerieri alle prese col carovita, fantasmi, maghi, fotografi come negromanti, un luogo di villeggiatura stregato dall’aria di ottobre, donne inghiottite dalle mode alle quali hanno irrimediabilmente svenduto la propria femminilità, viandanti stanchi del clamore e del vuoto incontrati in viaggio, che ora siedono malinconici e traditi a un angolo di strada».

«Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar».


Sfogliando il romanzo

29 gennaio 2013

Giorni della memoria - Tage der Erinnerung


«Nell'Uomo di Kiev (1960) dell'ebreo americano Bernard Malamud, Yakov Bok, il misero tuttofare in cerca di fortuna che lascia lo shtetl, trova nel mondo, a Kiev, la trappola esistenziale e i patimenti più atroci. Appena partito, Yakov si trova inghiottito nel nulla, perduto in un'invalicabile lontananza kafkiana e sommerso da nevicate immaginarie. "Se fossi rimasto nello shtetl...": nel carcere, nella fame, nelle torture ritorna come un fantasma il dubbioso interrogativo. "Se fossi rimasto nello shtetl non sarebbe mai successo... Una volta che te ne vai, sei fuori all'aperto: piove e nevica. Nevica storia. Tutti siamo nella storia, questo è sicuro, ma alcuni ci sono dentro di più degli altri. Gli ebrei, più della maggioranza. Se nevica, non tutti sono fuori a bagnarsi ... [...] Con meno storia in giro si potrebbe passar via, o attraversarla: sembra pioggia, ma c'è il sole"».
Claudio Magris, Lontano da dove

IL DUPLICE TRAMONTO
Lo sterminio degli ebrei e la pulizia etnica dei tedeschi dall’Europa centro-orientale

Il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e la Biblioteca Austriaca organizzano a Trento, mercoledì 30 gennaio, alle ore 17,30, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55), l’incontro-dibattito Il duplice tramonto. Lo sterminio degli ebrei e la pulizia etnica dei tedeschi dall’Europa centro-orientale. Interviene Fernando Orlandi. Introduce Massimo Libardi.


Con l’incontro-dibattito Il duplice tramonto. Lo sterminio degli ebrei e la pulizia etnica dei tedeschi dall’Europa centro-orientale prosegue il ciclo di incontri “Narrare la storia. Il Novecento nella letteratura tedesca”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale con la collaborazione della Biblioteca Austriaca.


Gli ebrei dell’est, gli Ostjuden, incarnavano il carattere transnazionale, la disorganicità e l’irrequietezza che definiva la Mitteleuropa rispetto agli stati nazionali. Erano inoltre gli unici a riconoscere in una lingua, lo yiddish, e non in un territorio, l’elemento fondamentale della loro identità. Proprio questo rapporto tra comunità e lingua riveste una notevole importanza nel definire la complessa identità dello spazio mitteleuropeo. Tra Otto e Novecento il tedesco si afferma come una sorta di lingua franca delle molteplici comunità, ben oltre i confini dello stesso impero asburgico e di quelli del Reich tedesco. Non si sostituisce alle lingue nazionali, ma convive accanto a lingue e culture diverse: Elias Canetti e Gregor von Rezzori hanno dato un mirabile quadro di questo intreccio. Il tedesco inoltre costituiva la lingua colta praticata in molte comunità ebraiche dalla Polonia alla Boemia, dalla Bulgaria alla Romania e per un tragico paradosso l’Olocausto inferse un colpo mortale a questa vitalità transnazionale del tedesco.


Per molti intellettuali ebrei era infatti proprio la lingua tedesca a rappresentare il Mutterland, neologismo coniato da Rose Ausländer come fusione di Muttersprache e Vaterland. Di sé Elias Canetti scrisse “io sono solo un ospite della lingua tedesca”, e nel primo volume della sua autobiografia narra come nella natale Rustschuk, cittadina bulgara sul Danubio oggi Ruse, si potessero ascoltare nel corso della giornata “sette o otto lingue” e di come lui abbia scelto il tedesco come lingua in cui abitare. Anche dopo il 1945 Canetti scriverà: “La lingua del mio spirito continuerà a essere il tedesco, e precisamente perché sono ebreo”. Sono queste, parole che se esprimono il profondo legame degli ebrei con la lingua e la cultura tedesca dall’altra parte indicano una lacerazione che non sarà più ricomposta, quella per cui la propria lingua madre è diventata la lingua degli assassini.


Lo sterminio degli ebrei cancellò questo mondo. L’ebraismo orientale, e più in generale gli ebrei, sono stati spesso accusati di passività per non avere fatto resistenza all’internamento nei ghetti. Ma episodi di resistenza si sono avuti, e la rivolta del Ghetto di Varsavia è uno dei momenti più alti di questa resistenza. Uno dei libri più inquietanti su questa rivolta e lo sterminio degli ebrei è Il canto del popolo ebraico massacrato di Yitzhak Katzenelson, davanti al quale, ha scritto Primo Levi, “ogni lettore non può che arrestarsi turbato e reverente”. Protetto e nascosto da alcuni amici, Katzenelson, assieme al figlio maggiore, grazie al passaporto straniero di cui era entrato in possesso, nel maggio 1943 viene trasferito da Varsavia alla residenza coatta di Vittel, in Francia. La moglie e gli altri due figli invece erano già stati deportati a Treblinka. In Francia Katzenelson tiene un diario, ma soprattutto scrive Il canto, monumento funebre agli ebrei d’Europa. Per precauzione, come peraltro faceva chi cercava di preservare la memoria degli avvenimenti, nasconde i manoscritti in contenitori di latta, poi sepolti.


Sulle deportazioni operate dai nazisti molto conosciamo, al punto che lo stesso termine deportazione è stato associato pressoché esclusivamente all’invio nei campi di concentramento e in quelli di sterminio del Terzo Reich. Ma mentre la Seconda guerra mondiale stava terminando e soprattutto dopo la sua cessazione, ad essere vittime furono le popolazioni germanofone dell’Europa centro-orientale. Non si trattava di nazisti, ma indiscriminatamente vennero colpiti tutti i Volksdeutsche, popolazioni germanofone che si erano insediate in quei territori da secoli, a partire dalla Ostsiedlung, la colonizzazione della parte orientale dell’Europa, attuata dai popoli germanici nel medioevo: una grande migrazione, nel corso della quale i tedeschi fondarono insediamenti nelle regioni meno popolate dell’Europa centro-orientale e orientale. Nel 1945 saranno vittime di una grande pulizia etnica, deportazioni accompagnate da ogni sorta di brutalità (rapine, stupri, omicidi), un esodo forzato nel corso del quale perirono milioni di persone.


Da Vittel, dove forse sarebbe riuscito a espatriare, Katzenelson viene deportato ad Auschwitz, e qui troverà la morte. Terminata la guerra, Miriam Novitch, che lo aveva aiutato a nascondere i suoi scritti, li disseppellisce e così Il canto viene subito pubblicato: “Ahimé, non c’è più nessuno... c’era un popolo, era non c’è più... c’era un popolo... e ora è scomparso!”. La fine della Seconda guerra mondiale segna così un duplice tramonto: quello delle culture degli Ostjuden e dei Volksdeutsche: “O sciocco goy, hai sparato all’ebreo ma la pallottola ha colpito anche te”.

(di Fernando Orlandi e Massimo Libardi)


 

Walter Benjamin Memorial

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