25 marzo 2015

Intervista a Andrea Brancolini

Con Andrea Brancolini ho uno scambio che dura da diversi anni e che risale più o meno alla pubblicazione di alcuni miei articoli sul sito di «Lankelot» (*adesso «Lankenauta»), di cui è collaboratore di lungo corso. In questa sezione trovate tutti i contributi che ha firmato dal 2006 a oggi, tra i quali mi sono spesso addentrata con piacere perché mi fido del suo gusto letterario – Andrea è un lettore onnivoro, nel senso di chi legge in maniera non settoriale né pregiudiziale, con il raro pregio di attraversare i libri in profondità. I suoi pezzi trasmettono una passione sincera e scrupolosa per quel che gli gira tra le mani.
Ha partecipato a diversi progetti dedicati alla scrittura, tra i quali lo spazio di BombaSicilia, nato all'interno della mailing list di Bombacarta, associazione culturale romana, che a dispetto o in virtù del suo nome, vedete voi, ha rappresentato nel suo percorso una della compagini più vitali e stimolanti sul piano creativo. A me piace ricordare, peccando forse di un pizzico di autoreferenzialità, la bella recensione che ha dedicato al mio Georg Heym, uscita su WSF qualche anno fa.
Nei suoi confronti nutro da sempre una grande stima, tanto più che quando capita di discutere su una traduzione o un episodio legato all’attualità, la sua parola finisce per mettere in luce aspetti che non avevo notato affatto. Lo spunto per il nostro confronto qui viene dal romanzo di Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre (2013)*, sul quale Andrea mi segnalò mesi or sono un suo intervento. La stesura delle mie domande, con cui già da tempo avrei voluto coinvolgerlo, fu ulteriormente quanto inaspettatamente stimolata dai temi toccati in quel suo breve scritto. L’intervista che segue è dunque un tributo a Andrea come articolista, e ancor più come persona. Da queste poche riflessioni emerge infatti un’estrema pacatezza, mai però troppo lieve o rassegnata, nell’osservare e “leggere” la realtà attraverso le sue pieghe abitudinarie o insolite, pur comunque alienanti, dove anche il linguaggio rischia di divenire strumento alieno, scomodo, inservibile, subordinato all’isteresi, bandito dalla gioia narrante, destinato ai robivecchi. In attesa che qualcuno abbassi il volume, mettendosi a cercare in quella montagna di cose in disuso, magari ritrovandovi un senso o almeno un suono capace di farci recuperare una misura di umanità.

 *Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre, a cura di Giovanni Capecchi, Associazione Libreria dell’Orso edizioni, Pistoia, 2007 [Ristampato da Tarka, 2017 e in formato EPUB da Nilalienum]


Vorrei iniziare questo nostro confronto sui temi di patria e memoria ricorrendo a un passo di Arturo Stanghellini tratto dal suo romanzo di guerra, Introduzione alla vita mediocre, cui hai dedicato non molto tempo fa una bella recensione, anche se credo sia riduttivo definire così il tuo lungo articolo.
Stanghellini a un certo punto si sofferma "sull'ultimo morto di guerra", dando vita a una descrizione di grande realismo e crudezza, che aiuta a capire molto di ciò che era stata quella tragedia, giunta alla sua conclusione: «In val di Nos poco sotto la croce di Sant’Antonio ho visto l’ultimo morto di guerra. Era disteso supino sul margine della strada che strapiomba nella valle tortuosa ed aveva coperta la faccia e il petto da un telo da tenda insanguinato. Gli uscivano fuori le mani così piccole e così bianche che non potei trattenere il desiderio di scoprirgli il viso.
Pareva che la guerra avesse ucciso l’ultima giovinezza, avesse voluto congedarsi con il delitto più crudele, in quel bambinone biondo dai riversi occhi d’oliva ove due pezzetti di cielo s’erano spenti nella velata fissità della morte. Gli usciva dal petto una larga ferita rilevata di nero sangue aggrumato» (Finis Austriae, 1 novembre 1918).
C’è in questo brano la fotografia di una mattanza, di una sciagura che per cinque anni si è abbattuta e accanita sugli uomini, della quale le generazioni successive non sembrano aver colto fino in fondo il peso. Alla luce delle tante iniziative dedicate agli eventi della Grande Guerra, nell’anno del centenario, quali aspetti, secondo te, sono da stigmatizzare in questa rumorosa e forse fin troppo ingombrante architettura della memoria?

Non credo che questa “architettura della memoria” che si attiva in occasione di anniversari, com’è accaduto per il 2014, o in occasione di giornate – penso alla Giornata della Memoria, ma persino a manifestazioni meno imponenti come possono essere le varie Giornate della Poesia, la Festa della Donna, etc – per cui molte persone sembrano risvegliarsi da un torpore, diventare partecipi, sia da stigmatizzare nei suoi aspetti esteriori, per quanto possano sembrare rumorosi e ingombranti. Il tentativo di accensione dell’interesse delle persone riguardo qualcosa che ha colpito i nostri paesi, l’intera Europa, un secolo fa, e che molto spesso, confrontata alla seconda guerra mondiale, sembra avere un’importanza relativa, sembra quasi sia stata una guerra da poco, è meritorio, a mio avviso. Da questo punto di vista, ben venga un po’ di rumore che faccia scoprire quanto crudele sia stata la Grande Guerra, quanto abbia significato per il mondo, per le persone che l’hanno attraversata. A proposito di quel che dici sulle generazioni successive, che non hanno forse colto fino in fondo il peso, lo stesso Stanghellini ne parla in quel suo romanzo-diario. L’autore pistoiese racconta di come sia impossibile, per chi è tornato dal fronte, far comprendere la propria esperienza a chi non l’ha vissuta. L’intero suo libro combatte contro questo scoglio, lo scoglio dell’incomunicabilità di un’esperienza tanto pervasiva e crudele. Se ne rese conto, appena tornato, di quanto fosse incomprensibile a chi era rimasto a casa la vita dei soldati in trincea e racconta l’episodio di un commilitone: «Quando si desidera farsi conoscere si presenta la parte migliore di noi. La parte migliore gli sembrava il dovere compiuto davanti alla morte. Per parlare di felicità, per entrare nel regno della felicità ove tanti mediocri sono domiciliati fin dalla nascita senza accorgersene, gli pareva bello dire: io vengo dal dolore... Gli pareva. Un giorno la fidanzata lo interruppe: «Ma tu non sai parlare altro che di guerra!».» (pag. 176)
La guerra è stata la loro introduzione alla vita mediocre, la vita di tutti i giorni, dove la morte ci è vicina, sì, ma senza consapevolezza, e viviamo come non coscienti. Stanghellini ricorda, tra l’altro, come il suo libro arrivi ben in ritardo rispetto alla proliferazione di memorie di guerra che c’era stata subito dopo la fine del conflitto. Proprio, penso io, per il suo tentativo di rendere comunicabile ciò che sentiva come incomunicabile, sapendo che sarebbe stato comunque sconfitto. Se già allora chi era stato al fronte comprendeva bene quanto fosse difficile far capire persino ai propri cari ciò che aveva vissuto, penso che ancora più difficile sia farlo oggi. La domanda che mi pongo è se davvero si possa considerare “architettura della memoria” ciò che viene fatto. I due termini, architettura e memoria, presuppongono una durata nel tempo e una permanenza nell’individuo che, al contrario, le iniziative “memoriali” non hanno. Sono ripetute, magari ogni anno, ma non legate tra loro; sembrano essere pensate per esaurirsi in se stesse, per il breve termine e non per il lungo. Questo è l’aspetto che si può stigmatizzare, a mio avviso. Che si tirino su edifici temporanei e non si dia il la ad una vera e propria architettura della memoria, architettura che dovrebbe avere fondamenta ben più ampie rispetto a quelle che sembrano essere reputate sufficienti.

Riprendendo il ragionamento precedente, fissare una “data del ricordo”, relegare cioè in un giorno o entro un lasso di tempo comunque limitato dinamiche complesse e assai più estese che attengono al sedimentarsi del vissuto di una comunità o di un popolo intero, dal mio punto di vista rischia di mettere alla porta un autentico processo di comprensione e innesto di certe vicende nella memoria collettiva.
Nel caso della Grande Guerra il pregio di tutto il parlare che se n’è fatto nel corso del 2014, sta magari nell’aver riscoperto storie personali, altrimenti sconosciute, il che ha anche contribuito a nuovi studi e ricerche. Ma che buona parte di queste cose siano progredite a compartimenti stagni, e in maniera perfino un po’ dispersiva, resta in me un’impressione preponderante. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia opinione è che la prossima volta che se ne parlerà così diffusamente sarà forse nel 2114. Come accennavo prima, il fatto è che non si sta creando una architettura della memoria, ma un’accozzaglia di elementi distinti e per certi versi autoportanti che non comunicano tra loro, e per questo non creano fondamenta. È una questione molto ampia da trattare perché sembra essere in atto un movimento di delega da parte dell’umano nei confronti della tecnologia, per cui anche la memoria finisce con il poggiare su elementi tecnici che riescono a dare, sì, punti di appoggio, ma non a legarli insieme. Si tende, credo, a pensare di creare reti senza rendersi conto che, in realtà, osserviamo e basta i puntini delle figure nel gioco della Settimana enigmistica senza unirli. Quando cerchiamo di unirli, si lascia quasi che sia la tecnologia a tratteggiare i vari segmenti. Le varie “date del ricordo” sono questi puntini, ma non si danno alle persone gli strumenti per unirli insieme e per vederne la storia. Si danno le nozioni, ma non la chiave per interpretarle. Sappiamo tantissime cose, ma non le facciamo essere presenti nella nostra vita, rimangono staccate. Per cui possiamo essere a conoscenza del fatto che bruciare la plastica sia dannoso per noi e per l’ambiente e farlo comunque; possiamo sapere che costruire su terreni in cui sono presenti falde acquifere è pericoloso e al tempo stesso farlo; possiamo forare montagne e prosciugare sorgenti, in altre parole distruggere il territorio anche se sappiamo che questo porterà problemi gravi a tutta la popolazione... Nonostante la nostra supposta conoscenza ci comportiamo da ignoranti.

In un paragrafo su Curzio Malaparte, lo storico palermitano Roberto Giardina, autore di una monografia assai densa dal titolo L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, scrive:
«Tra il padre tedesco e la madre toscana, l’adolescente Kurt Suckert sceglie la mamma. In tedesco, patria è il neutro Vaterland, che incute timore, in italiano è femminile e materna. Ma ti spinge ugualmente alla guerra e alla morte».
La frase allude evidentemente all’ondata di patriottismo che attraversò l'Europa, spingendola all’avventura della guerra. Una cosa che a leggerne ora ci risulta quasi incomprensibile ma che in quel momento fu una calamita per tanti. Perfino il fronte socialista si incrinò, arretrando malamente davanti alla necessità di difendere gli interessi nazionali. Fu l’elemento di trazione per convincere gli uomini all’impossibile, cioè morire.
Accostando l’abbaglio di allora a certe retoriche odierne, attorno a cui si è costruito uno degli artifici a mio avviso più assurdi quale “la guerra umanitaria” per dirne uno, quali considerazioni ti sentiresti di fare?

Nell’ultimo periodo ho avuto occasione di leggere un libro di Stefan Zweig, Tempo e mondo (conferenze e saggi 1914-1940; traduzione di Emilio Picco), edito da Piano B edizioni, che raccoglie articoli, discorsi per conferenze dell’intellettuale austriaco risalenti agli anni tra le due guerre. Sono riflessioni su quei tempi che finiscono per essere più che valide anche oggi. A proposito dell’entrata in guerra, racconta di come fino a poco prima sembrasse impossibile che potesse accadere una cosa del genere, che niente in apparenza faceva prevedere ciò che sarebbe successo, e che quando venne dato l’ultimatum tutti avevano comunque continuato a pensare che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Parla anche, altrove nello stesso libro, di Bertha von Suttner, una delle prime pacifiste della storia, scrittrice di Giù le armi! e attivista per la pace morta poco prima dello scoppio della guerra. È un articolo molto interessante perché pone l’accento sull’importanza di una “organizzazione della pace”, idea che von Suttner, secondo Zweig, ha rubato proprio alla guerra. Come c’è una “organizzazione della guerra”, così ci doveva e ci deve essere una “organizzazione della pace”. Il Novecento come secolo della tecnica e della tecnologia, di guerra e di pace. Più della prima che della seconda, per questioni temo di semplicità. Distruggere all’essere umano sembra estremamente più facile e persino gradevole che, non dico costruire, ma almeno mantenere. Per questo abbiamo la “guerra umanitaria”, le “forze di pace”, e via discorrendo. La “guerra umanitaria” è forse il simbolo più forte degli anni che stiamo vivendo: una evidente contraddizione in termini per rendere accettabile alla società la guerra. Non esiste guerra che possa dirsi umanitaria, ma affianchiamo queste parole per ipocrisia, per giustificare il mezzo con un supposto buon fine. La società civile si dichiara contro la guerra, ma fa un compromesso in casi ritenuti eccezionali. C’è da dire che non è facile, di fronte a qualcuno che usa la forza, la violenza, per affermarsi ed è totalmente disinteressato ad ascoltare l’altro, parlare, comunicare in modo pacifico. Basta guardarsi intorno, mettere su un canale tv a caso o leggere un giornale, ascoltare conversazioni per strada e si nota subito che, in quest’era di comunicazione, in realtà non si comunica quasi mai, ma si cerca di sovrastare l’altro con il tono di voce. Figurarsi riuscire a discutere con chi ha in mano le armi. In un mondo che sta tornando al pre-verbale, in cui le parole acquistano significato solo grazie al volume con cui vengono espresse, trovo sia molto difficile dare spazio a qualcosa di tanto civile come la pace.

Vorrei continuare a riflettere sull’idea di patria, questa parola di discendenza paterna (in italiano è femminile ma sempre porta con sé il pater). Il tedesco, si diceva, ha Vaterland (e ancora vi incontriamo la figura del padre) ma anche Heimat, parola femminile composta dal neutro Heim (casa, dimora). E poi ancora un verbo interessante heimziehen (andarsene indistintamente, senza una meta).
Insomma, nella lingua tedesca da una parte abbiamo il luogo paterno (o paternalistico), quello del mito e della retorica, su cui lo stato poggia le sue fondamenta. Dall’altra una patria dal carattere più spirituale, centro degli affetti, spesso destinata a rimanere sfuggente perché non precisamente collocabile nelle coordinate di spazio e tempo, ma soprattutto perché incapace di generare alcun obbligo per i suoi abitanti, tranne un coinvolgimento sentimentale.
Forse, in questa distinzione il tedesco è più coerente. Quantomeno sembra ammettere l’inconciliabilità con una linea soltanto paterna. Che ne pensi?

Come dici anche tu, in italiano è femminile. Questo per me sta a significare che non è una linea solamente paterna. Il tedesco sarà forse più coerente, ma l’italiano allora diviene più europeo. Unendo il luogo paterno del mito e quello materno dello spirito si ottiene un posto che abbraccia lo stesso sguardo dell’essere umano, con la patria che coincide con l’orizzonte, rendendo inutili d’un botto la politica e i confini tratteggiati coi puntini o le linette. Come italiani ci siamo sentiti uniti, prima di esserlo politicamente, attraverso una lingua ideale (ancora Zweig, in un articolo che tratta dello scrittore austriaco, pone l’accento su come la lingua possa travalicare i confini, e uno scrittore austriaco sentirsi, come dire, tedesco in virtù della comunanza linguistica «Quando si interpolava una delimitazione tra il nostro operato e quello degli autori tedeschi, quando noi, che soltanto nella lingua tedesca abbiamo la nostra patria ideale, venivamo discriminati come qualcosa di estraneo, anche se affine, sulla base del certificato di nascita. Quando artificiosamente si voleva attribuirci una connotazione particolare e peculiare sulla scorta dell’appartenenza alla monarchia e in tal modo metterci a forza in contrasto con la grande arte tedesca. Certo: anche nelle nostre scuole abbiamo imparato che esiste un’arte austriaca. Scrittore austriaco – fosse tedesco o ceco o polacco – restava chi era nato entro i pali di confine gialloneri. Qualche piccolo incidente però mostrò ben presto quanto fosse inorganico e perciò privo di valore il tentativo di un simile assunto concettuale, perché il più grande prosatore italiano, Alessandro Manzoni, è, se si vuole, un autore austriaco, dato che Milano, all’epoca in cui è nato, apparteneva all’Austria...» pag. 6) . Abbiamo avuto una patria prima che questa fosse decisa sulle carte, carte che sono sempre provvisorie, dato che non impariamo niente dal passato e continuiamo ad ammazzarci. Purtroppo anche noi lo dimentichiamo, che le cartine contano relativamente, mentre la politica le utilizza a piacimento per i suoi scopi.

In relazione al suo film, e in generale parlando del ricordo dei caduti di guerra, Ermanno Olmi ha detto una delle poche cose sensate che ho ascoltato su questo tema: «Dovremmo essere degni di onorarli cambiando il nostro rapporto con la realtà e con gli altri».
Questi ragazzi, questi uomini sono stati mandati a disperdere le loro vite. Un mio parente è morto appena diciottenne. Non ha avuto il tempo di godere di nulla, non gli è stato dato. Non credo che ci sia un modo per risarcire un tale misfatto, però noi, ha ragione Olmi, dovremmo sentire di più il nostro impegno civile, essere una collettività investita di maggiore consapevolezza. Questa forse è una via, seppure insufficiente, per riscattarli.
Mi è capitato di rifletterci diverse volte. Vorrei sapere se anche per te è lo stesso e cosa ne pensi.

Mi chiedo cosa voglia dire impegno civile, essere una collettività, come scrivi tu. A volte credo dovremmo forse darci più da fare, dovremmo cercare più contatti con altre persone, altre invece penso che anche se ognuno di noi facesse solo quello in cui davvero crede basterebbe. Non so davvero. Per essere una collettività, credo si debba ascoltare e saper stare zitti, rispettare le parole e le azioni delle altre persone, che si condividano o meno. Quante volte si vede una cosa del genere? Quante volte invece si finisce con l’alzare la voce e cercare di prendere il sopravvento su chi ci sta di fronte? Quante volte invece di idee si sentono solo urla? Abbiamo la parola ma non la sappiamo usare. Parli di riscattare le persone che hanno subito un misfatto. Non so se sia possibile farlo collettivamente. Non so neppure se sia possibile farlo individualmente. Non subiamo poi forse anche noi dei misfatti? Pensiamo alle politiche dei governi cosiddetti civilizzati, pensiamo alle misure economiche, pensiamo a come sia slegato l’esercizio di chi decide cosa fare dalla realtà vissuta ogni giorno dalla stragrande maggioranza dell’umanità, non è forse un misfatto che noi stessi subiamo? Forse allora dovremmo riscattare noi stessi, per riscattare gli altri. Forse il misfatto più grande è far sentire necessario ciò che non lo è, che sia un’idea di patria (per me travisata) o uno smartphone, un tipo di economia o le visualizzazioni e i “like” per una propria foto, etc. Sembrerà di mescolare cose di varia gravità, ma è a piccoli passi, secondo me, che si spostano i limiti umani di accettazione di quello che viene proposto. Se lo smartphone è necessario, per esso posso compiere atti che, altrimenti, non avrebbero senso, come lo stare per ore e ore di notte davanti ad un negozio in attesa dell’apertura. Altro che file per il pane. Restiamo umani, diceva Arrigoni, ma forse dovremmo aggiornare quel verbo, cambiarlo e dire “diventiamo umani”, o forse meglio “torniamo umani” (se mai lo siamo stati pienamente) intendendo con umanità quella qualità che ci rende capaci di comprendere il mondo che ci circonda e gli altri esseri viventi, umani e non, e rispettarli. Diventiamo, torniamo umani, perché spesso oggi l’essere umano sembra più distante dall’umanità che non un albero, un insetto, un invertebrato.

(Intervista di Claudia Ciardi)


16 marzo 2015

Giacomo Trinci - Inter nos



Giacomo Trinci l’ho incontrato in un caldo pomeriggio di due anni fa nella libreria di Via dell’Ospizio, a Pistoia, dove era atteso per un reading. A tenere banco tra i partecipanti era l’ultima sua raccolta, un grande volume appena pubblicato da Nino Aragno, Inter nos. Sebbene partecipassero anche altri ospiti, tutti aspettavano “il poeta”. Quando l’ho visto affacciarsi sulla strada, con quel suo passo cadenzato e senza fretta, il libro in mano, dondolante lungo il fianco, quasi appendice ritmica della sua persona, mi è apparso subito l’incarnazione della semplicità. Impressione che ho avuto confermata nel nostro breve scambio di parole, di cui ricordo principalmente, oltre e più delle parole, la straordinaria capacità di Giacomo di registrare oscillazioni e vibrazioni del proprio interlocutore.
Allora avevo letto soltanto, divorandola, la silloge pubblicata da Via del Vento edizioni, La cadenza il canto, dove il prodigio sonoro del suo verso mi si era prepotentemente rivelato. Si è trattato infatti di una vera e propria irruzione musicale, che ha spazzato via, nel mio caso, i paludamenti di troppa prosa smerciata come poesia, inaridita alla fonte perché priva di studio metrico e linguistico, per giunta appesantita da una concettosità che alla fine non è né dotta né autentica. Giacomo Trinci ha costituito per me una sorta di azzeramento, una dinamo in grado di catalizzare i modelli (Dante, lo stilnovo, Leopardi, Eliot, Pound) e renderli al lettore come ‘voci sole’, lasciandoli implodere nella tessitura dei versi, creando continue intersezioni tonali, frizioni, collisioni come se stesse lavorando a un nuovo alfabeto poetico. In questo moto profondamente disincarnato e disincantato, la sua poesia tende a una dizione pura, ma non in quanto assoluto nettato dalla sporcizia del quotidiano, al contrario come scheggia che in quel fango vuole incagliarsi, perché solo lì potrà scavare il mondo in via regressiva, restituire la parola a se stessa, tornare a una spontaneità di voci e accenti.
Quelli che di primo acchito risultano al lettore accostamenti improbabili e spiazzanti, sono invece ritualmente funzionali a uno svelamento, che nell’intimo del poeta corrisponde a una sottilissima trama di salvezza. Così infatti leggiamo in uno dei suoi testi che io considero una specie di Ars poetica: «Benedetto il parlato,/ che volgare sia volgo, e mi rivolgo/ a tutta quella gente che verrà,/ verrà più tardi, ai giovinetti vecchi/ che sapranno, al popolo venturo,/ che non saprà più prosa ma poesia,/ che non sarà più mia ma nostra».
Parola rimasticata dalla gente, parola viva di gente e del loro esistente, parola originale, che è proverbio, filastrocca, motteggio, canzonetta, bestemmia. Verbo che si coniuga e si disfa, rumore di fondo della sua terra desolata «tutto ancora nel guanto della vita/ chiuso rinvolto aperto a mille forme –/ materia madre che mi ti disfai/ rifai continua la tua stessa via/ tutto è ancora le tempie il fiato il cuore», trapasso di corpi, dialetto dell’infanzia, ricordo opaco che sovverte il tempo. A questi incroci sta il poeta, apparentemente defilato ma vigile sulla barricata, pur stanco ma lucido, lascia che le sue dita scorrano in cerca di commessure, spiragli, di vuoti dove ceda la materia, in cui sappia insinuarsi «un elemento estraneo che, straniero,/ guarda in tralice e luce,/ splende sinistro e torvo di diadema».
Poesia di delicate affilate giunture, di insinuazioni e annunciazioni, di metamorfosi incompiute, repentinamente interrotte dagli umani scotimenti; in queste faglie ancor più si solleva l’agra falsità nella quale sbatte la nostra epoca, cui Trinci non risparmia vigorosi affondi.  
Inter nos è ciò che sta tra noi, che ci lega e per questo immancabilmente ci disgiunge. La preposizione latina indica lo stare in mezzo a qualcosa, la relazione, la reciprocità, la durata ma anche la misura di un intervallo di tempo, che delimita e separa due eventi. Dunque uno stare dentro le cose, partecipandovi, ma anche uno stare tra le cose, destinati alla sospensione e all’attesa.
Non sono sfumature di poco conto in un poeta che mostra una grande devozione per il latino, nella sua qualità di “pre-lingua” e dunque di strumento naturalmente predisposto al discorso evocativo.
E ciò ha a che fare ancora una volta col grado tellurico della scrittura di Trinci, che è irrimediabile discesa dell’atto creativo alla sua radice («ad arte rifiutare l’arte è già poesia»), fino allo schianto che annulla il senso, che esalta e fonde ogni astrazione, in un’afasia universale da cui rigenerarsi. Il termine di paragone è sempre l’infanzia, non tanto come dimensione individuale ma come momento di resa incondizionata al vero: «mi rincresce di crescere fra gli òmini,/ sfuggendo te che crepiti che dòmini/ bambina mia, che luci disperduta!»
È una raccolta complessa, stratificata, magmatica, dove l’attualità entra col suo sconvolgente armamentario di lessici borsistico-bancari, con le sue carambole di emarginazioni e povertà. Trinci denuncia gli sconvolgimenti della crisi occidentale, riversandovi tutto l’impegno civile che lo caratterizza, e che in un poeta fa un’enorme differenza. Ma si spinge anche ben al di là del contingente, vedendo nell’aberrazione e nel parossismo finanziario, il definitivo distacco dell’uomo dal suo orizzonte sentimentale, unico appiglio alla profondità del vivere.  

(Di Claudia Ciardi)


Giacomo Trinci, Inter nos
postfazione di Paolo Maccari,
Nino Aragno editore, 2013





è forse giunto il tempo di,
forse il punto si fa necessario, da mettere
quando,
si tira troppo la corda all’impiccato,
senza dire più niente,
forse è giunto il tempo di dire basta,
non si può che decidere di decidere,
di dire basta a questo sotterfugio di
tergiversare,
se tutto è già compiuto e basta,
non si può che tagliare il traguardo,
formulare il giudizio è già tanto, mi dico…

sulla cosa il nome, insomma,
apporre la firma sulla ciurma conciata,
fare basta con le versioni dei fatti,
per firmare contratti falsati sulle cose,
con le contorsioni dei veri nei falsi,
acrobati acuti dei circhi dei ciuchi dei cerchi
di fuoco,
e salti mortali nel vuoto,
è forse il momento venuto del vento,
di quel che divento domani, più vero,
che l’essere persuasi del mero morire
davvero,
o del rifiorire di tempo nel tempo,
poi punto sul vivo il momento che s’apre al
futuro,
sicuro di niente che sia di domani
l’annuncio,
siluro di mente che passa nel cielo e lo
segna…

******

Pensa tragico ma vive comico,
l’essere che più mi piace in assoluto,
il fratello che riconosco ed amo,
il mio più d’altri, il mio di tutti,
il più carnale dei fratelli,
somatico ridicolo, un po’ buffo
nel passo, zoppicante e incantato,
un poco idiota, vive clown
ma pensa serio, anzi no, proprio non serio,
pensa infante, pensa niente in mente,
è vuoto di ogni senso, è solo seno,
puppa, pulcinello pulcino,

pensa sciocco e vive serio,
anzi pensa pagliaccio e vive onesto,
pensoso con la cresta del gallo,
con la mesta ruga del senso sulla fronte
adulterino adulto, ben compreso,
ed è scemo, ma senza ingenuità,
col doppiopetto e qualche medaglietta
lì appuntata al posto giusto,
stagionato di stupido severo,
viene preso alla lettera, ruspante e rozzo,
è solo senso sobrio, è sua quaresima di sé,
senza mai festa.
porta la testa, inutile,
questo è quello che, di più, mi è estraneo,
che più mi aduggia infine…

******

- di cosa, questi, sono i segni, mi diceva nel
  sangue
calata nel fango la lotta dell’uomo
di rosa si macchia la luce che rossa si squama
questi sono i legni che incrociano l’uomo
alla sete alla rotta infinita, mare aperto,
fontana di macchia, foresta che spessa
  s’inoltra
la vita s’indovina fra spesse sue notti nel
  chiuso
conflitto del sangue, di cosa questi sono i 
  passi
che vanno svaniti nel vento che soffia, o
  verde…
verdissimo niente che vieni, ti prendo che,
  forse…


Related links:

Cenni biografici a cura di Francesco Cappellini,
Note al testo di Roberto Bartoli e Piero Buscioni.
Scelta delle poesie di Fabrizio Zollo,
Via del Vento edizioni, 2007

Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni 
Collana “Città firmate” a cura di Alba Andreini introduzione Roberto Carifi, edizioni ETS, Pisa, 2012 


Catherine Pozzi. Inno alla notte, a cura di Claudia Ciardi, su «Poesia», Crocetti Editore, pp. 36-46, febbraio 2015





5 marzo 2015

Turner





Regia: Mike Leigh
Con: Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley
Musiche: Gary Yershon
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Scenografia: Dan Taylor
Genere: Biografico
Durata: 149
Gran Bretagna, 2014


Il film di Mike Leigh sull’ultimo quarto di vita del grande pittore inglese William Turner (1775-1851), interpretato da un Timothy Spall perfetto, può dirsi un lavoro ben riuscito, in grado di mettere in risalto gioie – poche – e dolori di un personaggio alquanto antipatico e indisponente, in virtù del suo genio.  
Autore tra gli altri di Il segreto di Vera Drake, racconto a tinte forti sulle ipocrisie dell’Inghilterra anni Cinquanta, Leigh conferma la sua capacità di restare attaccato alla vita, anche alle sue pieghe più imbarazzanti e segrete, senza abbellimenti né spettacolarizzazioni. Forse questo è anche il motivo per cui questo ritratto non ha scaldato più di tanto il pubblico. Effettivamente potrebbe parere una narrazione un po’ in sordina, che lascia libero campo ad aspetti piuttosto impalpabili, quali sono quelli dove si aggira la ricerca pittorica. Dunque, alchimia di luce, colore, spasmodica necessità di vedere, di vivere i fenomeni in natura, di studiarli da dentro – per Turner fu quasi un meccanismo compulsivo. 
Leigh ha il merito di rappresentare tutto ciò in maniera più che credibile, il che secondo me basta a promuoverlo, essendo il terreno prescelto alquanto complesso. Non si presuppone qui infatti solo un approfondimento scrupoloso della biografia di Turner, com’è ovvio, ma anche una conoscenza vera del modo di lavorare di un artista, un microcosmo fatto di spazi la cui ‘giusta’ esposizione è fondamentale, di paziente allestimento dei materiali, dalla preparazione delle tele a quella dei colori. Sono aspetti che chi non ha alcuna familiarità con questo mondo può considerare scontati e perfino noiosi, mentre risultano essenziali per qualsiasi discorso si voglia fare sulla pittura. Così lo scambio di battute tra l’affettuosissimo padre di Turner e il venditore di colori, lungi dall’essere un dettaglio di cronaca familiare che testimonia la devozione dell’anziano genitore nelle vesti di factotum, ha il potere di schiuderci una realtà fantastica e avventurosa, dietro la quale si celano scomodi lunghi viaggi per far arrivare i pigmenti sulle mensole londinesi. Sacro fuoco dei colori che dalla tela sembra trasmettersi per osmosi a Turner stesso, viaggiatore infaticabile, animato da curiosità e soprattutto dal bisogno di osservare il divenire delle cose dal vivo, che si tratti di una tempesta o del nuovo treno a vapore. Un uomo che arrivò a farsi legare all’albero di una nave per osservare la caduta dei fulmini sul mare in burrasca, o che a soli ventisette anni, in occasione del suo primo viaggio sul continente, anziché sostare nella salottiera Parigi, preferì tirare dritto e gettarsi in Valle d’Aosta tra le asperità del paesaggio alpino, non può che suscitare interesse oltre che un certo sgomento. E Leigh è molto abile a restituirci il disagio altrui nei confronti di Turner, e di Turner chiuso nella sua fisiologica incapacità di sviluppare dei rapporti col suo prossimo. La cerchia dei suoi intimi, a quel che se ne sa, era più che ristretta. Un legame rimosso con la moglie e le due figlie, che la maggior parte ignorava. Una storia con la sua domestica, destinata unicamente a soddisfarne gli appetiti sessuali. Infine la relazione clandestina con Sophia Booth, gentile signora conosciuta durante i suoi soggiorni a Margate, alla quale non aveva neppure rivelato la propria identità. Questa dell’identità rinnegata è una costante nell’esistenza del pittore, e ha finito per riversarsi anche sulla sua opera. Di lui non si è mai risaliti con precisione al giorno e mese di nascita né è stato possibile datare con sicurezza la produzione, sulla quale è stato condotto un paziente lavoro postumo, dal momento che Turner abitualmente non apponeva ai dipinti né firma né data. Attraverso i cataloghi e altre fonti coeve è stato possibile classificare i quadri che presentò alle esposizioni annuali della Royal Academy of Arts, di cui fu nominato membro nel 1799. La datazione di tutte le altre opere è stata dedotta, accostandone motivi e stili a quelle esposte presso l’accademia. Ma l’epopea del lascito turneriano non si esaurisce in questo certosino lavoro di filologia. In seguito a un contenzioso con gli eredi, che impugnarono il testamento dove il pittore esprimeva la volontà di donare l’intera sua produzione allo Stato britannico, la corte di giustizia dispose che andasse alla nazione quanto si trovava nello studio dell’artista: circa trecento tele a olio e ventimila fogli contenenti schizzi e disegni. Si inaugurava così l’immane lavoro degli esperti. La National Gallery impiegò diversi anni prima di poter esporre al pubblico anche solo una piccola parte della donazione. Oltre ai problemi ‘anagrafici’ di cui abbiamo detto, si dovettero mettere in conto lungaggini burocratiche e anche problemi pratici di allestimento: spazio insufficiente e rischio che il “fondo Turner”, causa le sue dimensioni, oscurasse tutto il resto. Molti pezzi finirono così a coprirsi di polvere nei magazzini. Quando durante la seconda guerra mondiale si dispose lo sgombero dei materiali da quest’area per trasformarla in rifugio antiaereo, le tele del maestro ormai incrostate di sporcizia rischiarono di essere scambiate per scarti da gettare. Fu solo grazie all’intervento del direttore che volle vederci chiaro – alla lettera, visto che si mise a ripulirle con tanto di strofinaccio – se il misfatto non venne consumato. Insomma, per uno strano scherzo del destino l’anticipatore di impressionismo ed espressionismo ha dovuto attendere il XX secolo perché le sue opere trovassero una sistemazione definitiva.
Leigh sviluppa molto bene anche questo discorso dell’incomprensione tra i contemporanei della maniera di Turner, che nell’ultima parte della sua esistenza fu oggetto di sfottò e attacchi diretti alla propria persona; l’uso che faceva del colore era attribuibile, secondo i più, a qualche patologia mentale da cui sarebbe stato afflitto.
Apprezzamento va anche e soprattutto alla cura della fotografia, nelle quale si sono volute rendere le saturazioni oniriche e sanguigne dei tramonti, i riflessi stranianti del sole sulla superficie del mare – Turner aveva una particolare predilezione per lo studio dell’acqua – in altre parole ci si è cimentati al meglio per rendere sul piano cinematografico quella sua tavolozza brillante, costruita attorno agli effetti del sole sulla realtà, che aveva il proprio nucleo nell’utilizzo del bianco. C’è uno scavo profondo del personaggio proprio per quanto riguarda questa dialettica con la luce, alla quale Turner era interessato anche in rapporto alla sua composizione fisica, alle sue strutture organiche. Non è un caso che si citi l’amicizia con la scienziata Mary Sommerville che al pittore illustrò i suoi esperimenti sullo spettro luminoso; o ancora si dedichi un’intera scena alla visita di Turner in un atelier londinese dove si realizzavano i primi dagherrotipi. Dopo aver manifestato curiosità per il funzionamento della macchina, si abbandona a un’esternazione piuttosto stizzita «che il pittore sia preservato il più a lungo possibile».
Inutile dire che qualsiasi riproduzione dell’arte è destinata al fallimento. Anche il catalogo migliore di questo mondo non potrà rendere i colori dell’originale. In un simile raffronto si nota quanto pittura e fotografia non siano tra loro sostituibili. Nella pittura a olio il bianco soprattutto è una componente quasi impossibile da catturare. Ricordo di averne fatto esperienza diretta osservando i Fuochi fatui di Klimt. La fisicità di quelle scaglie di bianco sullo sfondo scuro e fluttuante della tela era quasi una frustata per l’occhio, qualcosa di assolutamente inesistente in una copia digitale del quadro. E di esempi ve ne sarebbero molti altri.
Perciò possiamo dire che Leigh abbia saputo condurre lo spettatore in un universo di per sé sfuggente riuscendo a mantenerne quasi intatte le suggestioni e le tante forze evocatrici che vi si agitano.

(Di Claudia Ciardi)



La valorosa Temeraire trainata all'ultimo ancoraggio per essere demolita 
Una delle scene più intense del film per quanto riguarda la resa del colore


Per approfondire:

Ian Warrell, Turner, «ArteDossier», Giunti, 2004

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«On Margate Sands.
I can connect
nothing with nothing.
The broken fingernails of dirty hands.
My people humble people who expect
nothing»

«Sulle Sabbie di Margate. 
Non posso connettere 
nulla con nulla. 
Le unghie rotte di mani sporche. 
La mia gente, gente modesta che non chiede 
nulla»

T. S. Eliot, The Waste Land

A sketch at Margate  

25 febbraio 2015

Intervista a Paolo Zignani


Paolo Zignani l’ho conosciuto nel 2013, girando in rete alla ricerca di siti e pagine affini con cui scambiare esperienze culturali. Il mio blog aveva aperto i battenti appena un anno prima ed era in una fase per così dire di assestamento della propria linea editoriale. Trovarmi davanti una persona di buon senso, pacata, animata da sincera passione per il proprio mestiere di giornalista, creò immediatamente le condizioni per riflettere sul mestiere di tradurre e l’idea di traduzione, prendendo le mosse da quel saggio immenso che è Die Aufgabe des Übersetzers (Il compito del traduttore) di Walter Benjamin. Gli sono molto grata per aver stimolato in me quella scrittura e averla poi ottimamente introdotta, ospitandola nel suo spazio. 
Paolo ha una conoscenza profonda del territorio in cui lavora e un occhio di riguardo a quanti sono stati messi in seria difficoltà dalla crisi economica, ma più in generale da quella che si potrebbe definire una pesante incuria sociale, frutto di molte dissennatezze, di cui l’economia è solo una delle tante parti in causa – certo rilevante ma non così centrale. Negli ultimi anni si è creata una pericolosa sponsorizzazione della crisi che ha secondo me esagerato i danni reali da essa derivanti. Laddove si sarebbero potute creare condizioni di maggior collaborazione, dove si sarebbero potute reperire forze e energie per limitare i danni e forse avviare nuove iniziative per il recupero di persone e luoghi, ci si è abbandonati invece a una rassegnazione, in molti casi cialtrona e furbesca. Troppo in fretta si è radicata l’abitudine di dire: «C’è crisi, non possiamo venire incontro alle vostre richieste». Questa dinamica è molto pericolosa, in quanto estremamente mistificatoria. Nel caso della generazione cosiddetta “entrante”, i più giovani per intendersi, ha prodotto e sta producendo dei danni colossali. Il patto generazionale, rotto per paura e biechi egoismi, con eccezioni troppo rade per invertire la tendenza, ci ha oltremodo indebolito. Se le competenze, in ogni ambito della società, non passano dai più anziani ai più giovani, se non vi è volontà vera di insegnare, di coinvolgere, di seguire, di creare una massa critica alla quale i singoli contribuiscano ognuno per le proprie capacità, l’impoverimento generalizzato sarà prima di tutto un fatto culturale, indipendente dalla crisi economica. E questo, nel sistema dello slogan, del chi si ferma è perduto, dell’essere duri e puri anche quando il tetto della casa ti frana addosso, sta già avvenendo.
In una delle numerose lettere che ci siamo scritti Zignani si esprimeva così: «Slogan, mistificazioni, falsità e depistaggi sono utilizzati in modo pesante e insopportabile. Non ho mai sentito tanto forte il bisogno di chiarezza, coerenza e informazione come in questi anni così difficili e sofferti da troppe persone. Per molti la vita quotidiana è drammatica, per fragilità economica e situazioni ambientali dolorose, solitudine, emarginazione, incertezza, precariato: manca però secondo me la consapevolezza di un disegno complessivo che metta le persone in condizione di sentirsi efficaci.».
Invito a visitare il suo blog «Quaderni corsari», titolo dal sapore pasoliniano che ben sintetizza le difficoltà e le contraddizioni vissute ogni giorno, nel confronto sempre più teso e complesso tra città e periferie, tra centro e margini, tra rappresentati e dimenticati, tra politiche fatte sul territorio e politiche di palazzo. Per questo le problematiche raccontate da Paolo Zignani escono dalla loro appartenenza geografica, divenendo una fotografia di tutto il paese, e in generale di una globalizzazione sempre più lontana dall’essere umano.




Non sono un’entusiasta dei paralleli storici perché credo portino con sé il rischio di forzature e banalizzazioni degli eventi oggetto di paragone. Nell’attuale crisi economica c’è chi ha voluto scorgere delle affinità con la grande crisi del ’29 e, nel caso specifico della Grecia, si ragiona sugli aspetti comuni con la situazione tedesca nel periodo di Weimar.
Inoltre con il 2014 sono entrate nel vivo le commemorazioni legate al centenario della prima guerra mondiale. Anche in questo caso i paralleli con i conflitti e i problemi che riempiono la nostra attualità sono fioccati da ogni parte, a costo di non poche esagerazioni. Volendo valutare le effettive similitudini dei tempi e certi eccessi fatalisti cosa ti sentiresti di dire?

Le forme di stato e di governo democratiche esistono perché la cultura faccia accettare le forme economiche come necessità indiscutibili. I mass media e i giornalisti esistono per questo: far capire che la guerra è vita e la miseria è disgrazia. In Grecia però ci sono cassiere di supermercato che non fanno pagare la spesa a chi non ha soldi e casellanti che non fanno pagare il ticket dell’autostrada. In Italia ci sono insegnanti in pensione che fanno lezione gratis ai figli degli immigrati o delle famiglie italiane in difficoltà. La prima guerra mondiale è stata una scelta autoindotta da poteri economici e governi, che poi hanno dovuto giustificarsi con i “quaderni colorati” per dire ai cittadini che ogni Stato è intervenuto per legittima difesa. Gli eserciti sono stati costretti a combattere, i popoli non volevano la guerra. Nella Repubblica di Weimar certa propaganda puntava sulle convinzioni di un popolo legato alla memoria dello Stato tedesco forte, imperiale e umiliato nella Grande Guerra. Oggi i cittadini possono autorganizzarsi per iniziative sociali o imprenditoriali senza bisogno di affidarsi a grandi leader. Per questo ho fiducia. Stato e forze economiche nulla possono senza lavoratori e cittadini che dispongono dell’infinita forza creativa della libertà.

Dalle più recenti analisi economiche emergerebbe una ripresa, seppur fragile, ma con dati di disoccupazione nell’Eurozona ancora allarmanti. Inevitabile pensare al fatto che in un contesto del genere il divario sociale interno non possa che crescere. In base alla tua esperienza sul territorio come la vedi?

Conosco giovani laureati italiani che per anni e anni guadagnano poche centinaia di euro al mese, un terzo delle pensioni da 1.400 euro dei loro genitori, e madri di famiglia immigrate costrette a orari di lavoro stressanti per 500 euro al mese, mentre non hanno soldi per pagare farmaci e alimenti ai loro figli malati d’asma. Faccio interviste in case popolari fatiscenti dove le bollette sono spropositate rispetto ai redditi. Lo stato sociale dipende dai bilanci pubblici, ma i prezzi di materie prime come il petrolio sono imposti dal venditore, come i Paesi dell’Opec, e quindi dalla politica energetica statunitense. La ripresina, in questo capitalismo assetato di crisi strutturali e riforme incessanti, sarà accompagnata dall’ennesimo rinnovamento delle aziende italiane che vogliono maggiore redditività e forza nei rapporti con la concorrenza europea: i “garantiti” saranno sempre meno. Un bilancio statale migliore dipenderà, visti gli orientamenti, da una spesa selettiva e classista per il welfare, la sanità e la scuola. Allora chi può, chi ha energia morale e carattere, tempo, passione, partecipi a iniziative come quelle delle brigate di solidarietà. Crediamo nello stato sociale? Facciamolo come possiamo tra di noi: le istituzioni oggi hanno scarso potere e non abbiamo grandi statisti. Non provo sfiducia nella politica italiana: la vedo debole. Chi può osare strategie controcorrente sono i cittadini.

A meno di tre ore di aereo dall’Italia sono in corso due conflitti devastanti: Siria e Ucraina. La barbarie dell’Isis si intensifica con una velocità spaventosa. L’Ucraina è spaccata in due e vittima dei troppi tentennamenti dell’Europa che in politica estera, come in altri casi, fatica così a trovare una linea unitaria e, dunque, a dare continuità al proprio agire. Come valuti il ruolo dell’UE in entrambe le situazioni?

L’Europa è influente solo sul lungo termine, non ha gli strumenti per imporsi. Bismarck quando non faceva guerre [le guerre bismarckiane furono tre, dal 1864 al 1871, con cui venne realizzata l’unificazione della Germania] siglava trattati, sempre in nome di uno Stato nazionale molto forte e a servizio della sua espansione economica. La politica estera tradizionalmente si è fatta avendo un esercito alle spalle, tuttavia si può cambiare.
Quel che possiamo fare è partecipare a iniziative come la proposta di legge per una difesa non violenta. Pare utopia, sì, però è pragmatico attivare azioni di pace in zone di tensione per prevenire guerre e conflitti. Non è più tempo di protestare e basta, si può entrare in azione ciascuno come può. Possiamo discettare sull’estremismo islamico e lo sfruttamento abnorme dell’Africa nei secoli. Meglio, nel frattempo, sostenere progetti culturali ed economici nei territori di crisi. La Russia poi non va demonizzata e isolata. Meglio fare affari e scambi culturali. Un po’ di pragmatismo smonterebbe decenni di contrapposizioni ormai inammissibili.

Prendo spunto da una riflessione di Roberto Cotroneo che in un suo recente contributo per il «Corriere della Sera» ragiona sulla percezione dell’immagine nella contemporaneità: «La nitidezza è un’invenzione culturale non un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà e il dettaglio come verità».
Mi pare un affondo interessante sulla mistificazione in cui ci dibattiamo. Vorrei un tuo parere.

La nitidezza dell’immagine non può sostituire la visione dell’essenza. Solitamente la conoscenza viene insidiata e minacciata da operazioni di conquista dell’ovvio. Contro l’oggettività della produzione tecnologica artificiosa, che seduce e sottomette, e contro la datità del banale che s’insinua passando inosservata, vale ancora l’alternativa dell’epoché [in greco antico: “sospensione”, in ambito filosofico “sospensione del giudizio”] fenomenologica. Mettiamolo tra parentesi questo mondo fatto di informazioni ossessive, propaganda martellante e nebulose di banalità. Lo sguardo che osserva, il soggetto che descrive con accuratezza, l’attenzione mirata alla conoscenza sono indispensabili: la fenomenologia presuppone una libertà che produce sapere partecipato, non intuizioni ermeneutiche individuali, geniali e isolate. Si coglie nelle parole di Cotroneo un riferimento alla poetica del Leopardi, il quale infatti era un genio della poesia che suggerisce, tratteggia ed evoca ma anche un razionalista demistificatore, un intellettuale che demoliva le illusioni costruite da borghesi e gazzettieri due secoli or sono, un pensatore duro, aspro, libero e aggressivo, non un venditore di prodotti commerciali: non lavorava su commissione per il mercato.

Mi collego alla domanda precedente per qualche considerazione finale sul potere dello slogan nella nostra cultura. In qualità di addetto all’informazione trovi condivisibile questo pensiero? E, in caso, come pensi si possa invertire tale tendenza?

Voglio dare una risposta ampia sull’uso di slogan nella politica in particolare, in quanto altri ambiti di conversazione e comunicazione, come l’intrattenimento, vi sono connessi e ne risentono, anche se drammatizzano, commentano o fanno umorismo su fatti di cronaca di cui la politica indirettamente si occupa perché legifera. La soggettività politica vuole autolegittimarsi tramite un consenso generato artificialmente dai mass media, usando tecniche di produzione di realtà fittizie: un vizio causato dalla cittadinanza debole e minimalista di questi tempi e dalla politica dotata di procedure fragili e priva della volontà di dare un indirizzo all’economia e ai comportamenti sociali, bensì protesa a rispettare normative e obiettivi di bilancio con scadenze stringenti. E dire che il primo mass media è la persona che parla e comunica quotidianamente con gli altri. Il corpo proprio, il comportamento, la parola sono strumenti di comunicazione, e in eventi come un corteo dimostrano la loro efficacia: il consenso diretto è però oggi quanto mai non solo mediato bensì tendenzialmente sostituito con tecniche mirate. Slogan, parole guida e immagini suggestive vengono usate a questo scopo, imposte dall’esterno del discorso che invece va sviluppato corrispettivamente alle esperienze vissute. Al giornalista viene così offerta una cornice di senso alla quale si chiede di adeguarsi introducendo varianti irrilevanti perché collabori a una produzione di consenso mai legittimata. Politici e amministratori, di governo o opposizione, costruiscono così un racconto fondato su un sapere comune, radicato negli insegnamenti degli educatori e nelle convinzioni più scontate e indiscusse (una Lebenswelt culturale ma spesso inconsapevolmente sedimentatasi) e inseriscono nel linguaggio regolato da convinzioni indiscusse alcune parole guida che instillano paura o speranza, cioè sentimenti così forti che, una volta evocati, possono rendere controllabile l’opinione pubblica. In questo modo sui mass media, grazie alla debolezza giuridica e contrattuale del giornalismo, passano per legittime strategie politiche mai approvate se non da uomini di vertice. La politica stessa è uno strumento di costruzione del consenso e della legittimità, ed è utilizzata palesemente dalle forze economiche prevalenti. Il mondo arabo e islamico di solito nemmeno arriva a essere conosciuto e compreso, sostituito e sequestrato da etichette inaccettabili e strumentalizzazioni sfacciate. Quindi non resta che raccontare le storie e esperienze degli immigrati quando i temi d’attualità lo rendono utile, connettendo vicende ed eventi inseriti in settori che pur restando distinti devono far parte di un disegno (welfare, economia, ambiente, politica, religione). I cittadini italiani, ogni giorno, d’altra parte hanno a che fare con islamici, persone non religiose di lingua araba, lavoratori africani: l’integrazione quando avviene è spontanea, non imposta; poi diventa storia.

(Intervista di Claudia Ciardi)


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