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11 giugno 2018

Luci del Nord



In chiusura il 17 giugno la mostra Luci del Nord, allestita a Forte di Bard (Aosta), con la collaborazione di Alain Tapié, responsabile dell’Association Peindre en Normandie, il Museo Belvedere di Vienna, il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Musée Eugène Boudin di Honfleur. L’esposizione, meritoria per i grandi nomi che ospita, da Delacroix a Monet e Renoir, da Géricault a Courbet e Corot, è uno stupefacente microcosmo su cui galleggiano i numerosi artefici di un paesaggismo effuso, impressionista ed espressionista insieme, vibrante, sperimentale, emotivo. Terra d’elezione attorno a cui ruota questo variegato immaginario pittorico, la Normandia. I suoi litorali dai toni metallici, gli spazi fluttuanti e sfuggenti in cui si distendono cielo e mare, i luoghi di ritrovo di una ritualità quotidiana effimera ma al contempo quasi sacra, ne fanno un banco di prova longevo quanto centrale nella produzione artistica che attraversa tutto l’Ottocento. Del resto la natura, pur ampiamente antropizzata nella prima metà del secolo, s’impone ancora come soggetto privilegiato che vale la pena scandagliare, in grado di concedere rivelazioni profonde, se non addirittura spiazzanti.
Tutto si raccoglie in un sommesso intimismo che guarda alle strade, ai ponti, ai sentieri, alle fontane, ai boschetti, ai fragili profili delle barche a vela. Un mondo fatto di gite sul fiume, chiacchiere in un capanno di pescatori, giochi sulla spiaggia, scogliere deserte, passeggiate domenicali in campagna. Non c’è traccia del fragore della storia, nessuna celebrazione mitica o enfasi in ciò che si narra. Queste scene divengono paradigmatiche proprio in virtù del loro passo silenzioso, dell’indole poetica e perciò universale che racchiudono, della loro apparente ripetitività che nulla ha di eroico tranne appunto l’eroismo del vivere. Se è vero che i colori sono idee primordiali, bambini di luce, la vera rivoluzione qui si appresta proprio attorno alla tavolozza che attinge alla realtà e allo stesso tempo giunge rapidamente alla metamorfosi, corteggiando attese oniriche, quasi inclini a fascinazioni surrealiste.
Con la fine delle ostilità tra Francia e Inghilterra e la pace di Amiens nel 1802, la Normandia diviene punto d’arrivo e partenza per viaggi pittoreschi. Impossibile eluderla per gli artisti d’Oltre Manica e per quelli che convergevano lì da Parigi: una landa che sembrava creata per spingere il paesaggismo ben al di là degli orizzonti vedutisti e per nutrire le passioni dell’illustratore di folklore e monumenti. Frontiera condivisa dagli acquarellisti inglesi e i primi impressionisti francesi, gli elementi di raccordo fra questi due mondi possono dirsi l’Architectural Antiquities of Normandy, pubblicato a Londra nel 1822 e i Voyages pittoresques et romantiques dans l’ancienne France del barone Taylor, iniziati nel 1820, cui contribuiranno per la Normandia, Boys, Isabey e Bonington, quest’ultimo esercitando un’influenza considerevole su Huet e Corot, pittore della trasparenza e dei valori definiti ‘di movimento’.
Una raffinata esplorazione, dunque, che vale la pena compiere in un polo museale d’eccellenza, quale Forte di Bard va sempre più configurandosi, grazie a un’offerta di qualità ben collocata in un panorama internazionale.

(Di Claudia Ciardi)   


Catalogo:

Luci del Nord. Impressionismo in Normandia (3 febbraio - 17 giugno 2018). 
Forte di Bard editore. Collana Grandi Mostre. 

*All’inizio dell’articolo è stata riprodotta l’opera di Maurice Louvrier, Il pilone bianco - effetto di nebbia (1940 circa).  




Ludovic Lepic - Marina - 1875 circa



Claude Monet - Etretat - 1864 circa



Claude Monet - Etretat - 1885 circa



Robert-Antoine Pinchon - La Senna presso Rouen al crepuscolo, 1905






* Fotografie di Claudia Ciardi ©

8 aprile 2018

Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino







Fino al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta. A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una fase di espansione e fermento culturale ulteriore.

De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate, spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte, qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli. Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi “ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine, il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma, Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.  


(Di Claudia Ciardi)

  
Link utili:




*Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



Natura morta con libri



Paravento delle tre stagioni



Natura morta con candela



Composizione (Pagliaccio)



Erbario



Miniature


5 marzo 2015

Turner





Regia: Mike Leigh
Con: Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley
Musiche: Gary Yershon
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Scenografia: Dan Taylor
Genere: Biografico
Durata: 149
Gran Bretagna, 2014


Il film di Mike Leigh sull’ultimo quarto di vita del grande pittore inglese William Turner (1775-1851), interpretato da un Timothy Spall perfetto, può dirsi un lavoro ben riuscito, in grado di mettere in risalto gioie – poche – e dolori di un personaggio alquanto antipatico e indisponente, in virtù del suo genio.  
Autore tra gli altri di Il segreto di Vera Drake, racconto a tinte forti sulle ipocrisie dell’Inghilterra anni Cinquanta, Leigh conferma la sua capacità di restare attaccato alla vita, anche alle sue pieghe più imbarazzanti e segrete, senza abbellimenti né spettacolarizzazioni. Forse questo è anche il motivo per cui questo ritratto non ha scaldato più di tanto il pubblico. Effettivamente potrebbe parere una narrazione un po’ in sordina, che lascia libero campo ad aspetti piuttosto impalpabili, quali sono quelli dove si aggira la ricerca pittorica. Dunque, alchimia di luce, colore, spasmodica necessità di vedere, di vivere i fenomeni in natura, di studiarli da dentro – per Turner fu quasi un meccanismo compulsivo. 
Leigh ha il merito di rappresentare tutto ciò in maniera più che credibile, il che secondo me basta a promuoverlo, essendo il terreno prescelto alquanto complesso. Non si presuppone qui infatti solo un approfondimento scrupoloso della biografia di Turner, com’è ovvio, ma anche una conoscenza vera del modo di lavorare di un artista, un microcosmo fatto di spazi la cui ‘giusta’ esposizione è fondamentale, di paziente allestimento dei materiali, dalla preparazione delle tele a quella dei colori. Sono aspetti che chi non ha alcuna familiarità con questo mondo può considerare scontati e perfino noiosi, mentre risultano essenziali per qualsiasi discorso si voglia fare sulla pittura. Così lo scambio di battute tra l’affettuosissimo padre di Turner e il venditore di colori, lungi dall’essere un dettaglio di cronaca familiare che testimonia la devozione dell’anziano genitore nelle vesti di factotum, ha il potere di schiuderci una realtà fantastica e avventurosa, dietro la quale si celano scomodi lunghi viaggi per far arrivare i pigmenti sulle mensole londinesi. Sacro fuoco dei colori che dalla tela sembra trasmettersi per osmosi a Turner stesso, viaggiatore infaticabile, animato da curiosità e soprattutto dal bisogno di osservare il divenire delle cose dal vivo, che si tratti di una tempesta o del nuovo treno a vapore. Un uomo che arrivò a farsi legare all’albero di una nave per osservare la caduta dei fulmini sul mare in burrasca, o che a soli ventisette anni, in occasione del suo primo viaggio sul continente, anziché sostare nella salottiera Parigi, preferì tirare dritto e gettarsi in Valle d’Aosta tra le asperità del paesaggio alpino, non può che suscitare interesse oltre che un certo sgomento. E Leigh è molto abile a restituirci il disagio altrui nei confronti di Turner, e di Turner chiuso nella sua fisiologica incapacità di sviluppare dei rapporti col suo prossimo. La cerchia dei suoi intimi, a quel che se ne sa, era più che ristretta. Un legame rimosso con la moglie e le due figlie, che la maggior parte ignorava. Una storia con la sua domestica, destinata unicamente a soddisfarne gli appetiti sessuali. Infine la relazione clandestina con Sophia Booth, gentile signora conosciuta durante i suoi soggiorni a Margate, alla quale non aveva neppure rivelato la propria identità. Questa dell’identità rinnegata è una costante nell’esistenza del pittore, e ha finito per riversarsi anche sulla sua opera. Di lui non si è mai risaliti con precisione al giorno e mese di nascita né è stato possibile datare con sicurezza la produzione, sulla quale è stato condotto un paziente lavoro postumo, dal momento che Turner abitualmente non apponeva ai dipinti né firma né data. Attraverso i cataloghi e altre fonti coeve è stato possibile classificare i quadri che presentò alle esposizioni annuali della Royal Academy of Arts, di cui fu nominato membro nel 1799. La datazione di tutte le altre opere è stata dedotta, accostandone motivi e stili a quelle esposte presso l’accademia. Ma l’epopea del lascito turneriano non si esaurisce in questo certosino lavoro di filologia. In seguito a un contenzioso con gli eredi, che impugnarono il testamento dove il pittore esprimeva la volontà di donare l’intera sua produzione allo Stato britannico, la corte di giustizia dispose che andasse alla nazione quanto si trovava nello studio dell’artista: circa trecento tele a olio e ventimila fogli contenenti schizzi e disegni. Si inaugurava così l’immane lavoro degli esperti. La National Gallery impiegò diversi anni prima di poter esporre al pubblico anche solo una piccola parte della donazione. Oltre ai problemi ‘anagrafici’ di cui abbiamo detto, si dovettero mettere in conto lungaggini burocratiche e anche problemi pratici di allestimento: spazio insufficiente e rischio che il “fondo Turner”, causa le sue dimensioni, oscurasse tutto il resto. Molti pezzi finirono così a coprirsi di polvere nei magazzini. Quando durante la seconda guerra mondiale si dispose lo sgombero dei materiali da quest’area per trasformarla in rifugio antiaereo, le tele del maestro ormai incrostate di sporcizia rischiarono di essere scambiate per scarti da gettare. Fu solo grazie all’intervento del direttore che volle vederci chiaro – alla lettera, visto che si mise a ripulirle con tanto di strofinaccio – se il misfatto non venne consumato. Insomma, per uno strano scherzo del destino l’anticipatore di impressionismo ed espressionismo ha dovuto attendere il XX secolo perché le sue opere trovassero una sistemazione definitiva.
Leigh sviluppa molto bene anche questo discorso dell’incomprensione tra i contemporanei della maniera di Turner, che nell’ultima parte della sua esistenza fu oggetto di sfottò e attacchi diretti alla propria persona; l’uso che faceva del colore era attribuibile, secondo i più, a qualche patologia mentale da cui sarebbe stato afflitto.
Apprezzamento va anche e soprattutto alla cura della fotografia, nelle quale si sono volute rendere le saturazioni oniriche e sanguigne dei tramonti, i riflessi stranianti del sole sulla superficie del mare – Turner aveva una particolare predilezione per lo studio dell’acqua – in altre parole ci si è cimentati al meglio per rendere sul piano cinematografico quella sua tavolozza brillante, costruita attorno agli effetti del sole sulla realtà, che aveva il proprio nucleo nell’utilizzo del bianco. C’è uno scavo profondo del personaggio proprio per quanto riguarda questa dialettica con la luce, alla quale Turner era interessato anche in rapporto alla sua composizione fisica, alle sue strutture organiche. Non è un caso che si citi l’amicizia con la scienziata Mary Sommerville che al pittore illustrò i suoi esperimenti sullo spettro luminoso; o ancora si dedichi un’intera scena alla visita di Turner in un atelier londinese dove si realizzavano i primi dagherrotipi. Dopo aver manifestato curiosità per il funzionamento della macchina, si abbandona a un’esternazione piuttosto stizzita «che il pittore sia preservato il più a lungo possibile».
Inutile dire che qualsiasi riproduzione dell’arte è destinata al fallimento. Anche il catalogo migliore di questo mondo non potrà rendere i colori dell’originale. In un simile raffronto si nota quanto pittura e fotografia non siano tra loro sostituibili. Nella pittura a olio il bianco soprattutto è una componente quasi impossibile da catturare. Ricordo di averne fatto esperienza diretta osservando i Fuochi fatui di Klimt. La fisicità di quelle scaglie di bianco sullo sfondo scuro e fluttuante della tela era quasi una frustata per l’occhio, qualcosa di assolutamente inesistente in una copia digitale del quadro. E di esempi ve ne sarebbero molti altri.
Perciò possiamo dire che Leigh abbia saputo condurre lo spettatore in un universo di per sé sfuggente riuscendo a mantenerne quasi intatte le suggestioni e le tante forze evocatrici che vi si agitano.

(Di Claudia Ciardi)



La valorosa Temeraire trainata all'ultimo ancoraggio per essere demolita 
Una delle scene più intense del film per quanto riguarda la resa del colore


Per approfondire:

Ian Warrell, Turner, «ArteDossier», Giunti, 2004

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«On Margate Sands.
I can connect
nothing with nothing.
The broken fingernails of dirty hands.
My people humble people who expect
nothing»

«Sulle Sabbie di Margate. 
Non posso connettere 
nulla con nulla. 
Le unghie rotte di mani sporche. 
La mia gente, gente modesta che non chiede 
nulla»

T. S. Eliot, The Waste Land

A sketch at Margate  

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