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22 gennaio 2022

Se protesta anche Van Gogh

 


Saper cucire e conciliare posizioni diverse, avviare rapporti e collaborazioni, nelle differenze, questo fa essere all’altezza di progetti di ampio respiro e di aspettative elevate. Coloro che hanno un simile atteggiamento sono destinati ad aprire vie nuove. Sono questi i portatori di fuoco. E mai come in un simile momento se ne sente il bisogno.
Le righe che dedico qui alla singolare ed efficace protesta del Museo Van Gogh di Amsterdarm si possono leggere a integrazione del mio precedente intervento sul patrimonio culturale. La direttrice Emilie Gordenker è da abbracciare e ringraziare. Ha infatti portato all’attenzione del mondo le contraddizioni sul tema aperture-chiusure nei vari settori. Laddove la cultura è quella che ha pagato pegno più di altre attività. La Gordenker, in maniera ironica ma non frivola, ha sbeffeggiato i provvedimenti imposti dalla politica, ricordandoci la loro ambiguità. E qui sta anche la differenza tra eventi che mettono in ridicolo la cultura – si veda la sciagurata proiezione sui monumenti fiorentini di cui si è detto –  al confronto di iniziative, fuor di dubbio eterodosse, che però aiutano a focalizzare i problemi, per cercare delle soluzioni.
Appendice sul caso di Firenze, mentre si leggono ancora critiche a chi ha voluto dissentire, sostenendo che non c’era da scandalizzarsi perché la proiezione del contendere sarebbe passata velocemente sugli edifici. Senza colpo ferire insomma. Mi permetto un’altra battuta: il filmato passa, il fermo immagine resta. E siccome non si tratta del garage di casa, ma di luoghi simbolo conosciuti in tutto il mondo, non si possono ignorare le conseguenze. Al di là delle laudi agli sponsor filantropi, ci sarebbe piuttosto da chiedersi se alcune installazioni e iniziative siano davvero funzionali. Il tutto mentre le città si svuotano e urgono ben altre riflessioni. Ma nulla, soltanto beghe di guelfi e ghibellini.
Dunque, ricapitolando, si è avallato il green pass per scongiurare le chiusure totali, e poi finisce che i musei chiudono lo stesso oppure stanno aperti nel deserto di città svuotate. E si può ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che nei musei sarebbero stati sufficienti distanziamento e mascherina. Del resto, come siamo andati al museo nel 2020, dopo le riaperture estive? E per i mesi da maggio a luglio del 2021, con le riaperture senza green pass? Io mi sono sempre sentita perfettamente al sicuro.
Dopo qualche tempo, torno perciò ad alcune riflessioni già abbozzate quando ci si preparava a riaprire i luoghi della cultura, di cui ora si verificano, purtroppo, le ricadute. Il green pass doveva servire per i viaggi esteri, e solo in questo caso specifico per gestire l’immediato periodo post pandemia con un graduale e veloce ritorno a situazioni più agevoli, e ovviamente per eventi di aggregazione (concerti, sale da ballo, spettacoli) – questi ultimi invece del tutto scomparsi nonostante i proclami fatti all’inizio per raccogliere consensi intorno al cosiddetto lasciapassare. Abbiamo quindi sdoganato uno strumento divisivo al massimo grado, in una fase in cui il paese era già oltremodo diviso e stanco. Si è poi riscontrata una proliferazione di regole dubbie e restrizioni. Risultato: il lockdown di fatto cui stiamo assistendo (ci avviamo a più di due anni così!). Neppure a condizioni cambiate, con le dinamiche che abbiamo sotto gli occhi da settimane, si contemplano strategie differenti. Nelle cose politiche, e non solo, l’autocritica è un bene in estinzione.
Proprio in questi giorni il cosiddetto sistema dei colori viene messo in discussione, perché siamo comunque in un sostanziale lockdown, modificare di continuo le regole diviene un inutile pro forma che aggrava una situazione gestionale già complessa. E forse si è tanto caldeggiata la formula del pass anche per disimpegnarsi quanto più possibile dai ristori. Tutto ciò è davvero molto triste.
Inoltre si prospetta nell’immediato un periodo turbolento in cui la crisi occupazionale e quella energetica morderanno. Il tema degli approvvigionamenti è tutt’altro che secondario e a quanto pare il vertice UE dello scorso dicembre non si è dimostrato all’altezza dei problemi. Ecco un ottimo articolo a firma di Alessandra Di Bartolomeo, che spiega anche a quali scenari andiamo incontro. Infine, una considerazione di ordine psicologico. Fare le cose sull’onda della paura, difficilmente sortisce risultati efficaci. Qui mi riferisco alle scelte di ognuno di noi, perché i nostri comportamenti continuano a essere per una ragione o per un’altra dominati e stravolti da questo sentimento.
Conclusione. Le persone intelligenti, almeno quelle che ancora si conservano tali nel nostro presente, stanno già lavorando al dopo, smussando e allentando le tensioni. E ci sarà davvero molto, molto da lavorare, perché quando si semina l’esasperazione in una società tutto diventa assai più difficile.

(Di Claudia Ciardi)

25 agosto 2021

Se si danno solo i numeri




Charlie Chaplin aveva capito tutto. Nel 1936 il suo film Tempi moderni, capolavoro legato all’ultima apparizione del personaggio di Charlot, sbeffeggiava i ritmi della catena di montaggio, l’alienazione prodotta dalla fabbrica, il disagio sociale e psicologico in cui versavano i più sfruttati fra gli operai. Analisi della massa nel suo spaccato più problematico di diseredati e working poors in lotta per la sopravvivenza. Già in un’intervista del 1931 l’attore dichiarava: «I macchinari che consentono di risparmiare manodopera ed altre invenzioni moderne non sono stati fatti per ricavare profitto ma per assistere l’umanità nella ricerca della felicità. La speranza per il futuro dipende da cambiamenti radicali per far fronte a questa situazione. I benestanti non vogliono che la situazione presente cambi».
E dunque, nella nostra società ipertecnologica che finalmente potrebbe (e bisognerà lo faccia) guardare a forme di affrancamento da tipologie di lavoro ripetitive, usuranti, deprimenti, siamo piuttosto inclini a un uso coercitivo di tali conquiste, potenziando sistemi di controllo del lavoratore, obbligato, minacciato, tenuto in bilico tra nuovo caporalato, tracciamenti, tutele riviste al ribasso.
Agosto si chiude con l’immagine dei dipendenti Ikea sprovvisti di green pass fatti accomodare fuori dai locali mensa, seduti per terra a consumare il pranzo. Ciò che ho scritto una ventina di giorni fa, sul rischio di esiti discriminatori, sul fatto che questo strumento nato per dare regole di viaggio sicure e uniformi in UE si frammentasse in una miriade di utilizzi pretestuosi, generando sovrapposizioni, confusione e situazioni paradossali, eccolo sotto i nostri occhi – e alla fin fine proprio quello per cui era stato concepito ha incontrato semmai una blanda applicazione, tra chi è rientrato da paesi a rischio senza essere testato e automobilisti che sono riusciti a bucare i confini senza particolari problemi (come nel caso della frontiera Italia-Svizzera). Nel frattempo si ragiona sull’estensione del pass, cercando di arrivare almeno a fine anno. Evidenze scientifiche o necessità strategica? Come ricominciare a vaccinare il personale sanitario che ha il pass in scadenza a ottobre, presumibilmente alle soglie di un’altra stagione in emergenza? Numeri che cambiano ancora. Le cosiddette prove scientifiche solo a seguire. Forse.
La pervasività dei numeri ci accompagna ormai da due anni. Quasi che elencare delle cifre fosse sufficiente a conferire maggiore autorevolezza a quel che si dichiara. Sì, certo, i numeri sono importanti ma occorre analizzarli, definirli con precisione nel contesto cui si riferiscono, raffrontarli, cose che invece si continuano a fare piuttosto di rado. Ognuno porta le sue cifre e ne astrae le proprie evidenze, quando anche il più limitato ed elementare esercizio statistico richiederebbe invece tempi lunghi e campioni molto più compositi. Ma questi due anni, se da una parte son venuti a imporre battute d’arresto, cesure, divieti, sembrano aver esasperato non di poco la fretta del giudizio, che si concede appena un paio di mesi o solo una, due settimane per rivedere parametri, tendenze, discutere benefici, decidere interventi che produrranno conseguenze e che per questo andrebbero stabiliti con criteri inclusivi e possibilmente coerenti.
Se la società è un corpo armonico, che come tale occorre si sviluppi e consolidi in tutte le sue parti – così è già nella buona teoria politica degli antichi – produrre frammentazione non si direbbe per nulla un buon affare.
L’esercizio ragionieristico pare aver sostituito progetti di ampio respiro che prevedano un ruolo consolidato e di responsabile investimento da parte delle banche. A parte la cessione del quinto, l’indebitamento costante di stipendiati e pensionati, il ricorso al prestito indotto dal sistema in cui viviamo – e non pagare adeguatamente le persone ben rientra in questo disegno –  cos’è intervenuto di diverso dal 2019 ad oggi? È cambiata forse impostazione?
Eppure ci sono tanti economisti, studiosi di nuove teorie del mercato e ricercatori impegnati in diversi ambiti disciplinari, in quei settori dove si stanno producendo i veri cambiamenti – scientifici, tecnologici, umanistici – che spingono per una riconsiderazione drastica di una gestione che ormai appare avvitata su se stessa. Chi parla di redditi universali, della presa d’atto necessaria che ci sono masse escluse dai meccanismi produttivi destinate a crescere, della crisi dei meccanismi di domanda e offerta finora alla base del nostro sistema – pur già con tutte le contraddizioni e divari del caso, anche in tempi all’apparenza non sospetti – non è un pazzo. Lo si può paragonare a un Necker che ammoniva Luigi XVI sulle necessità di non procrastinare un intervento finanziario per redistribuire risorse nel paese, mediando con gli Stati Generali. Si sarebbe evitato il dissesto. In Germania la SPD sta parlando senza tabù di patrimoniale – da sempre bollata come strumento della sinistra, precisamente vetero comunista, per rimediare a malversazioni di vario tipo. Comunque la si pensi, favorevoli o contrari, nella situazione in cui siamo io credo che non sia rimandabile l’atto di redistribuire delle risorse. Qualora non sia la patrimoniale, occorre pensare a uno strumento valido, condiviso, rapido che ponga rimedio. Se proseguiamo con i falsi moralismi all
indirizzo dei fannulloni, vetero comunisti, anarchici, disadattati che non sanno trovarsi un lavoro… possiamo anche accomodarci, tanto sempre tutto andrà in quell’altra direzione. Oltre i Necker del momento. E in Francia peraltro andò in un certo modo.
Tra coloro che premono e raccomandano azioni decise si contano ormai soggetti che per appartenenze, percorsi formativi, convinzioni politiche rappresentano una nutrita ed eclettica trasversalità. Difficile quindi incasellare simili teorie in scia a un certa scuola di sinistra o di destra, qualora anche si abbiano pregiudizi in tal senso. L’unica scuola possibile in un quadro così preoccupante è quella che chiama alla responsabilità sociale.
Detto ciò, a leggere e ascoltare i cavilli su cui si disquisisce da quando ci siamo rinchiusi nel perimetro dell’emergenza pandemica totale, viene il capogiro.
Ma torniamo al cozzare delle cifre. I numeri a tamburo battente di contagiati, tamponi, rt, indici, contro indici, istituti che predicono una cosa, centri di ricerca che ne ipotizzano un’altra. Scenario in continua evoluzione, si sente dire, giustificando così l’accatastarsi quotidiano delle percentuali, paesi dove molto si è vaccinato in cui il contagio si ripresenta massivo, protocolli che vengono costantemente ritoccati, decreti che s’incalzano fra loro, categorie divise sul da farsi. Mancano tuttavia letture di più largo respiro, un modo più rassicurante e direi corretto di aggregare i dati, di metterli in condizione di essere davvero comprensibili, dando diverse risposte in più alle troppe domande che vengono lasciate in sospeso.
Nei giorni scorsi, entrato in vigore il pass nei musei, si sono inseguiti subito diversi articoli, alcuni trionfalisti altri invece che lasciavano largo a disdette nei parchi archeologici, perdite, cali. Per leggere il disappunto della direttrice del museo Archimede di Siracusa ho dovuto cercare con il lanternino. Insomma, è evidente che si teneva a snocciolare a caldo un po’ di cifre raccolte in biglietteria per confezionare velocemente qualche pezzo. A ferragosto nei musei civici di Firenze ci sono stati 1759 biglietti in più – e la stampa parlava di un boom da green pass. Al Colosseo invece si riportava un lieve calo nell
ordine di 3000 ingressi mancati. Allora, prendendo i numeri così, se è un boom avere 2000 biglietti in più per un polo museale articolato in diverse offerte, dovrebbe essere un sonoro flop perderne 3000 per un solo monumento. La mia è una provocazione per dire che senza analisi più rigorose delle diverse realtà museali – ognuna rappresentando un microcosmo a parte, con le sue caratteristiche distintive senza concedersi un po’ di tempo per osservare le tendenze, comparandole infine con le perdite dell’anno scorso, non si può parlare né di recuperi né tantomeno di exploit.
Appendice sulla situazione torinese che vivo e conosco da tempo. Anche qui articoli su un 30% in più di ingressi nei musei. Tutto questo focus affrettato e trionfale su Torino, cioè su una metropoli che da anni, anche ante covid, è scissa da polarizzazioni in cerca di nuove rappresentanze politiche, era assolutamente atteso. La città dove si sono viste le prime piazze di protesta sociale proprio in queste ultime settimane, con migliaia di adesioni, la città che cerca risposte a un divario tra periferia e centro, in cui da tempo si creano laboratori, progetti orientati al riutilizzo di spazi e beni comuni, dove il corpo civico diviso su tante questioni – la Tav, altro elemento di scontro in cui pure non sono mancate le occasioni per denigrare pubblicamente i contestatori – sta forse provando a tracciare vie diverse, alternative a un certo ordine economico che produce ricchezza solo per pochi e lascia per strada tutti gli altri. Ecco, qui si sono creati più che altrove elementi di frizione; perciò certe letture non sorprendono. Lo stesso tono petulante in cui questi articoli massimamente rosei e positivi si sono susseguiti nel giro di pochi giorni, solleva qualche dubbio. A fare da pendant i titoli altrettanto serrati sulle piazze sempre più vuote: ma sabato 14, week-end di ferragosto, erano scese in strada più di mille persone. Cosa assolutamente inedita per la compassata Torino. E si torna alle analisi, alla necessità di leggere con minore vizio pregiudiziale i contesti, qualora si voglia informare, cioè offrire un racconto che dica veramente qualcosa.
La polarità boom/calo nei musei è comparabile coi dati del turismo, trattandosi del resto di settori che si trainano fra loro. Anche qui una bella ridda, che si riassume nel siparietto che ha visto Federalberghi di Cremona smentire i dati diffusi dall’ufficio turismo del comune, scoprendo evidentemente un’ulteriore situazione di conflitto tra attori legati da interessi diversi. Se da una parte il comune cerca di limitare i danni diffondendo attraverso i suoi organi un’immagine di ottimistica ripresa, la portavoce degli albergatori ed esercenti nel settore ha descritto uno scenario desolante, in cui stentano perfino i pernottamenti per motivi di lavoro, dunque raccontando un tessuto urbano fermo, che non produce scambi né legati agli affari né allo svago: «Cremona ha una nuova attrazione turistica: l’infopoint del Comune. Ne prendiamo atto. Lo deduciamo dai toni trionfalistici del report sulla attività dell’ufficio di Piazza del Comune che annuncia numeri record per gli accessi.
Ci sono quasi più turisti lì che negli alberghi. I numeri testimoniano – nonostante le cifre siano dell’ordine delle centinaia, dunque un campione poco significativo – di un successo non solo in luglio, ma anche in questa prima settimana di agosto (in sette giorni sono stati registrati tanti utenti quanti ce ne erano stati nell’intero mese di luglio del 2020, ben quattrocento persone). Sarebbe più interessante e oggettivo avere dati sulle occupazioni alberghiere o sui biglietti venduti nei musei, solo per cercare qualche indicatore più attendibile o comunque complementare a questo dato.
Non è la prima volta che l’infopoint parla di turismo in forte crescita. Anzi, questi spot rassicuranti, sui media locali, sono ormai una regola a cui ci siamo abituati. Più plausibile l’analisi che ne fanno web e carta stampata: è un turismo di passaggio, un mordi e fuggi di qualche ora che porta poco o nulla alla città. In realtà la città è deserta e molti alberghi tra Cremona e il circondario sono chiusi (anche quelli che non lo avevano mai fatto in passato) perché, senza prenotazioni, si hanno solo i costi di gestione». (Alessandra Cattaruzzi, presidente Federalberghi Cremona, 11 agosto 2021).
Infine, guardando fuori dall’Italia e diciamo, dall’Europa, dato che la Brexit sembra ormai acquisita. Quest’estate abbiamo visto immagini di supermercati del Regno Unito con scaffali vuoti, dei quali si sono riportate le difficoltà di approvvigionamento. Ci sono persone che abitano in certi quartieri londinesi che parlano di negozi dove scarseggia la merce, mentre in altri la distribuzione risulta regolare. Nelle grandi catene di fast food – McDonald’s, Nando’s, Kfc – mancano diversi prodotti dal menù, come il pollo e i frullati. Anche in questo caso emerge tutta la fragilità sistemica cui si accennava all’inizio, laddove queste aziende prosperavano su margini di guadagno dovuti in larga parte alle basse remunerazioni dei camionisti est europei (che con Brexit hanno battuto in ritirata). Poi ci sono certamente i problemi logistici dati dall’infinito covid. E qualcos’altro che lascia ancor meno tranquilli, perché sembra vacillare l’intero edificio della libera circolazione delle merci, della domanda e dell’offerta – come si diceva all’inizio – insomma di quei fondamenti che abbiamo dato per acquisiti finora. In attesa che qualcosa di diverso prenda posto nei vuoti che si aprono, non si annunciano tempi facili. E il problema non è il panino ipercalorico che non trovi più al fast food, ma tutto ciò che serve davvero al vivere quotidiano.
In ultimo. Segnalo i 60 miliardi persi in borsa nella prima metà di agosto dai produttori di vaccini. Non un
inezia. Fa scalpore che in piena pubblicistica vaccino a tutti i costi”, un signore che non è proprio il primo venuto nellambiente delle analisi di mercato e dei rischi, Geoffrey Meachan, analista per Bofa-Merryll Lynch, si sia reso protagonista di un downgrade ai danni di Moderna e Biontech, definendo ridicole le quotazioni raggiunte dalle due società. Tentativo di ridimensionare una bolla finanziaria made in Big Pharma? Anche qui, speriamo se ne possa capire qualcosa in più, magari attraverso ulteriori report.
Concludendo, se si danno solo i numeri, la realtà non ci parla né con maggiore né con minore forza. Ci trasmette solo quel che vogliamo vedere. Cifre impugnate dagli uni per trionfare, dagli altri per controbattere. Poi abbassandosi il polverone rimane tutta l’incertezza che stiamo vivendo. Ci si aspetta piuttosto che queste cifre vengano restituite a un contesto dialogante con diverse altre istanze, raccontandole dandosi un po’ più di tempo e non sull’onda emotiva del momento. Magari provando con un po’ di obiettività a capirne qualcosa in più. Che poi dare i numeri, dipende come, vuol dire non starci neanche tanto con la testa.

 
(Di Claudia Ciardi)

6 agosto 2021

L'arte dei piccoli pass

 

Cappella Sansevero - Napoli


Quando alla conferenza stampa di fine luglio ho sentito la parola musei nell’elenco dei luoghi “interdetti”, a meno di avere in tasca il pass, ho pensato di aver capito male. Quindi sono andata a rileggermi il provvedimento e in effetti l’interdizione era confermata. Ma ho continuato a pensare di non aver capito. Io non ho capito.
Già veniamo da quasi due anni di serrate, con una caduta verticale degli introiti solo nel comparto mostre che si attesta fra un 70-80%. E, per quanto abbia provato a interrogarmi, non trovo ad oggi una spiegazione razionale su quelle chiusure totali vergognosamente protratte fino allo scorso aprile. Piuttosto le brevi riaperture estive del 2020 sembravano un buon viatico: distanziamento e dispositivi di protezione individuali avevano ben funzionato con un timido ritorno di pubblico, un po’ di ricadute positive nelle città d’arte, sprazzi di normalità.
Non voglio far polemica, perché già solo l’idea che le frequenti, rovinose contrapposizioni che da anni viviamo, di natura politica, sociale, economica, culturale per l’appunto, siano ora entrate a volto scoperto anche nei luoghi della condivisione, della bellezza, della libertà spirituale per eccellenza mi crea disagio. Le deleterie conseguenze di questa decisione si avvertono fin nei toni infuriati degli ammessi e degli esclusi, e questa rabbia è una sconfitta e ci fa male, ci fa male, ci fa male. Se avvicinarsi al patrimonio artistico è un atto d’amore, un modo per lasciar respirare l’anima, per rinnovare quel legame sacrosanto con le tracce, le testimonianze del passato, come possiamo adesso conservare questa condizione di serenità, di felice vicinanza, di innalzamento quando incontriamo l’arte, sapendo che tali divisioni ci avvelenano, ci abbattono e infine ci distolgono?
Sugli effetti concreti di norme così restrittive nella cultura rimando al circostanziato articolo di Isabella Ruggiero scritto per «Finestre sull’arte». Sui pericoli cui va incontro lo stato di diritto, cito invece la conclusione dell’articolo a firma di Francesco Simeone su «Exibart»: «
Chi può decidere quali individui possono fruire di un servizio, non le modalità ma la stessa ammissibilità? Nel caso specifico, di un servizio considerato unanimemente fondamentale per lo sviluppo dell’identità delle persone e dei popoli. A questo punto, anche il settore della cultura, ispirato ai principi universali della condivisione e dell’orizzontalità dei propri beni, si rende, in un senso o nell’altro, luogo di una “gerarchia”, tra gli ammessi e non ammessi. Solitamente considerato pacificatore – tranne che per certi aspetti comunque specifici nell’ambito della museografia e relativamente recenti, come nel caso del colonialismo o dell’egemonia di genere di certe collezioni – anche il museo diventa lo spazio di una contesa tra schieramenti opposti. Il museo è solo una delle espressioni territoriali dello Stato che, attraverso la sua burocrazia, si faceva garante della possibilità di accesso ai beni in egual misura per tutti. Assisteremo alla trasformazione in uno Stato “erogatore”, cioè in un ente che distribuisce o interdice l’accesso a quegli stessi beni? Ricondurre la questione a una necessità sanitaria e contingente non renderebbe giustizia alla portata enorme del momento che stiamo vivendo, che lascerà tracce profondissime tanto negli ordinamenti giuridici che nella percezione degli individui e nei comportamenti e nelle abitudini collettive, nelle categorie di giudizio delle persone verso le altre persone e della società di oggi e di domani».
Per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, che rischia di diventare il paravento di ogni forzatura – e questo non è certo avere a cuore la salute pubblica – mi limito a dire che qualche dubbio viene; sono considerazioni che in parte riprendono quanto puntualmente esposto nel citato articolo di Isabella e che hanno portato il direttore Fabrizio Masucci del museo Sansevero di Napoli a dimettersi.
Due cose su cui varrebbe la pena che la comunità scientifica fosse più chiara e in base alle quali, di conseguenza, bisognerebbe modulare il peso di certe decisioni. La prima riguarda la contagiosità anche fra chi è vaccinato – dunque non è esclusa la circolazione del virus tra persone vaccinate che si ritrovino all’interno di un luogo (e allora come possiamo dire che quest’arma sia l’unica disponibile se non ci garantisce dal fermare il contagio?). Lo ha detto con autorevolezza Antony Fauci pochi giorni fa. Ci è stato annunciato esplicitamente che non possono esistere spazi covid-free.
Secondo punto, tutt’altro che subordinato. Il report ISS n. 3 del 27 luglio 2021 ammette che vi sono ancora pochi studi che hanno valutato l’efficacia dei vaccini, ossia la capacità effettiva, capillare di far argine contro il presentarsi delle varianti: «proprio perché basato su vaccinazioni effettuate fino a metà giugno (e fino a metà maggio per valutare l’impatto su ricoveri, ricoveri in terapia intensiva e decessi) il rapporto non permette neanche di fare valutazioni di impatto sull’attuale diffusione della variante delta, caratterizzata da una maggiore trasmissibilità, e per la quale ancora ci sono pochi studi che hanno valutato l’efficacia dei vaccini». Naturalmente non è il mio ambito ma se si cerca di misurare le parole, di mettere le dichiarazioni sotto una giusta luce, esce molta incertezza la quale anziché trovare una sponda dialettica, un’integrazione di punti di vista, si manifesta invece in un assoluto rigore decisionale, non mitigato né disposto a includere punti di vista differenti, tutto teso ad andare in velocità, a seminare imposizioni anche contraddittorie se non controproducenti – perché gli esiti economici bisognerà vederli e le ottimistiche proiezioni (toni che si sono sempre ripetuti in questi micidiali anni di stagflazione) vanno osservate alla prova dei fatti. In economia puoi darti a tutti gli annunci che vuoi, poi a un certo punto fai i conti con la realtà.
L’arte dei piccoli pass, compiuti uno dietro l’altro in un’inesorabile frenesia autolesiva, seminando permessi che poi infine alimentano altre interdizioni e conflitti sociali e tensioni, mi lascia perplessa e preoccupata. In generale non è la mia visione politica, men che meno economica. Qui tutto è tristemente avulso dalla poesia né la filosofia dissente né l’arte acquista forza. Bastasse un lasciapassare per risolvere i problemi di cui soffre il nostro patrimonio culturale o la difficoltà dei nostri più giovani ad avere accesso a degni, solidi percorsi formativi o ancora a dare alle nostre aspettative di donne e uomini lo slancio atteso…
L’arte è la scintilla della libertà spirituale dell’uomo, ne è la massima espressione. Dunque è importante che resti libera e liberamente accessibile.
Dante ci ha mostrato che la via breve non esiste. Al tentativo di attraversare la selva si finisce per rinunciare. Il viaggio sarebbe in apparenza più agevole ma anche meno avventuroso. Il viaggio invece vuole impartire i suoi tempi, seminare i propri insegnamenti, comportando un accrescimento morale. Siccome le belve non si possono aggirare, occorre andare altrove, scendere per meritare l’ascesa. E in ciò superare le paure e acquisire conoscenza e, infine, solamente così imparare a pensare e a vivere.     


(Di Claudia Ciardi)

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