6 gennaio 2015

Jimmy's Hall




Titolo: Jimmy's Hall
Regia: Ken Loach
Attori: Barry Ward, Andrew Scott, Simone Kirby, Jim Norton, Brian F. O'Byrne, Aisling Franciosi
Montaggio: Jonathan Morris
Musiche: George Fenton
Produzione: Sixteen Films, Element Pictures, Why Not Productions
Distribuzione: BIM
Paese: Francia, Gran Bretagna, Irlanda
Anno: 2014
Durata: 106 Min


Ken Loach è un regista che fa dell’impegno civile il suo tratto distintivo. Ama raccontare le conseguenze del disagio sociale nella vita dei singoli e nel respiro corale di una nazione. Ma il suo credo non si limita al cinema. Chiamato due anni fa al Torino film festival per ritirare un premio, vi rinunciò schierandosi con i dipendenti del Museo nazionale cinematografico pagati appena cinque euro lordi l’ora. Così poco da fornire la sponda al regista per un acceso intervento su precariato e sfruttamento dei lavoratori. Un caso, quello torinese, già portato all’attenzione dei tribunali di Torino e Milano ma al quale la solidarietà pubblicamente espressa da Loach contribuì a dare una grossa risonanza mediatica. La polemica si gonfiò in un men che non di dica, con la ditta appaltatrice sul piede di guerra che minacciò di sporgere querela contro il regista britannico, e il solito parterre di opinionisti e politici formati nel disprezzo della classe operaia che gridò subito all’opportunismo e alla strumentalizzazione da parte del maestro. Inutile soffermarsi sul fatto che chiunque abbia presente almeno un po’ la produzione di Loach, tutto potrà dire tranne che siamo di fronte a atteggiamenti strumentali. Lui, figlio di operai, ha sempre posto l’emarginazione al centro dei suoi racconti e su questo lacerante problema d’occidente, e ora globale, ha sviluppato una delle riflessioni più coerenti e incisive del cinema contemporaneo. Certo, non può non far storcere il naso a chi, convinto ancora che quello in cui viviamo sia il migliore dei sistemi possibili, su certe cose preferisce glissare. Quando Loach parla dell’Irlanda sbattendo in faccia alla madrepatria tutte le dolenti note dei suoi trascorsi coloniali, compie una doppia demistificazione: ci mostra a che prezzo il capitalismo si è aperto la propria strada nel mondo, e ci dice che senza una memoria storica che tenga conto di tutti i fattori e di tutte le vittime, seguiteremo a scrivere e insegnare una non verità. E l’inganno è alla base delle gravi crisi che stiamo attualmente fronteggiando.   
Dopo la Palma d’oro ricevuta a Cannes nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba, è uscito in questi giorni nelle sale italiane un altro lavoro “irlandese”, stavolta costruito attorno alla biografia dell’attivista James Gralton, del quale peraltro ricorre il settantesimo anniversario dalla morte (29 dicembre 1945). Gralton, esiliato due volte, la seconda in via definitiva, non era né un sovversivo né bombarolo. Sorprende la persecuzione di cui è stato oggetto, conclusasi con un’accusa di clandestinità – Gralton era irlandese di nascita ma finì nell’elenco dei personaggi sgraditi al governo e alla chiesa cattolica del suo paese, colpito quindi da decreto di espulsione, senza possibilità di processo. Ma quali le ragioni di un simile accanimento? Parliamo infatti non di ciò che accade a Dublino o a Belfast ma di un piccolo distretto rurale, Leitrim, in apparenza fuori dai grandi giochi di potere. Si scopre però che la politica centrale rovescia le sue nevrosi anche in quest’angolo di campagna. I maggiorenti locali vessano i contadini, i problemi di spartizione della terra e gli sconfinamenti illegali sono all’ordine del giorno, in un contesto di disoccupazione galoppante, dove la chiesa cattolica anziché unire, schierandosi per strada con i più poveri, strizza l’occhio ai padroni. Dal genocidio di Cromwell, scientificamente pianificato ai fini della conquista territoriale e modello dei successivi stermini di massa, l’Irlanda non si è più ripresa. Prima colonia inglese, le è stato riservato un trattamento peggiore di tutte le altre: sfiancata dalla fame, ridotta in una desolante miseria, depredata della lingua – e su tale questione non mancherà di interrogarsi anche Joyce nel Ritratto dell’artista da giovane, che riconosce la sua incoerenza nel voler andare alle proprie radici culturali, usando tuttavia la lingua dei conquistatori, che ha scalzato via il gaelico – qui corre infatti una delle più profonde fratture identitarie del popolo irlandese. 
Loach si concentra sugli anni della guerra per l’indipendenza (1919-’21) finita col compromesso a favore del governo britannico, il che innescò un altro conflitto fratricida mai veramente sopito. Chi tra le file indipendentiste aveva sacrificato tutto, non poteva accettare di svendere se stesso e i compagni al trattato con gli inglesi. Questa guerra civile è stata violentissima, e i suoi strascichi durano tuttora. Ma facciamo un passo indietro. La trattativa con gli inglesi fu sul punto di essere approvata poco prima della guerra mondiale. Nel 1898 il giornalista Arthur Griffith aveva fondato il giornale «United Irishman» (successivamente «Sinn Féin», cioè «Noi stessi»); il gruppo tuttavia si scisse abbastanza precocemente dal momento che Griffith appoggiò l’unione col Regno Unito, mirando a strappare solo l’autogoverno (Home Rule). Nel gennaio del ’13 venne approvato il cosiddetto Home Rule Act, che decretava il processo di unione. Il trattato non poté tuttavia entrare in vigore a causa dello scoppio della Grande Guerra. Fu l’occasione per la Irish Republican Brotherhood, da sempre ostile all’unione con gli inglesi, di riorganizzare le proprie forze. L’insurrezione scoppiò nella Pasqua del 1916, a Dublino (è infatti definita “Insurrezione di Pasqua”). L’indomani circa sessanta volontari fecero irruzione negli uffici delle poste centrali, barricandosi all’interno. Venne proclamato il Governo Provvisorio della Repubblica Irlandese che resistette per cinque giorni all’assedio di ventimila soldati britannici. Ripreso il controllo della situazione, si istituirono nel mese di maggio corti marziali a raffica che decretarono la condanna a morte di quindici capi rivoluzionari. La gente comune, che sulle prime non aveva solidarizzato granché con gli insorti, cambiò radicalmente opinione dopo le condanne. Il poeta William Butler Yeats, da sempre impegnato nelle turbolente vicissitudini del proprio paese – tra parentesi questo fa la differenza tra uno che scrive i suoi versi, tanto per passare il tempo, e un grande – inviò subito un messaggio a Lady Gregory, sua mecenate e protettrice: «Cerco di scrivere un componimento sugli uomini giustiziati: una bellezza terribile è rinata». La poesia sulle esecuzioni di maggio è Easter 1916 e fa parte della raccolta The Wild Swans at Coole (I cigni selvatici a Coole), pubblicata nel ’17 e poi nel ’19. Alla fine della guerra «Sinn Féin» contava centomila membri e si impose alle elezioni politiche. Dette dunque vita a un’assemblea di delegati, il «Dáil Éireann», che proclamò il Governo Nazionale del Libero Stato Irlandese. Gli inglesi risposero con un massiccio stanziamento di forze di polizia regolare nell’Irlanda del Sud, reclutando un contingente speciale, il Black and Tans, tristemente noto per le atrocità commesse: pestaggi, torture, omicidi. La guerra per l’indipendentismo ebbe una battuta d’arresto nel ’21 con l’apertura dei negoziati che portarono alla conferenza di Londra dove l’Irish Free State venne riconosciuto come dominion del Commonwealth. Iniziò così la guerra tra favorevoli alla soluzione del conflitto, i cosiddetti Regulars dell’esercito governativo, e gli Irregulars, nucleo in cui confluirono i combattenti dell’Irish Republican Army (I.R.A). La posizione degli Irregulars si indebolì gradualmente fino al 23 agosto 1923 quando si dispose il cessate il fuoco. 
Tale è il contesto in cui si trovò ad agire anche Gralton che prese parte alla guerra contro gli inglesi, e fu coinvolto nella successiva guerra civile. La sua prima espulsione avvenne nel 1922. Il suo reato consisteva nell’aver costruito in paese una sala ricreativa, per tenere insieme la comunità nonostante lo sfaldamento che la minacciava nei giorni della ‘caccia alle streghe’, dove tutti sospettavano di tutti, e si andava avanti a colpi di spiate e arresti.  
Nella sua ricostruzione, Loach ci tiene a scendere nel dettaglio storico ma al contempo si sforza di farne una metafora fuori dal tempo, che richiami allo spettatore altre lotte. Il suo vuole essere un discorso ad ampio raggio, attraverso il quale il pubblico divenga cosciente del carattere vessatorio dei poteri, della loro indole corruttibile; il denaro, la salvaguardia cieca dei propri interessi, i metodi coercitivi e violenti sono alla radice di ogni ingiustizia sociale, a qualunque latitudine. Né tralascia di parlare di fascismo e nazismo, la cui ombra si allunga dietro e dentro la classe dominante occupata a difendere leggi scritte a propria immagine e somiglianza.
Anche in Jimmy’s Hall governatore, polizia e uomini di chiesa incarnano dunque quello spirito fascista nutrito di provocazioni e atti intimidatori che mira all’affermazione di un solo gruppo a scapito di tutti gli altri. James (Jimmy) Gralton di ritorno in Irlanda nel 1932, dopo dieci anni passati a vivere di espedienti a New York, pensa che il clima sia più disteso, invece realizza ben presto che a ogni angolo sono appostati i nemici di sempre. L’anziano parroco va casa per casa a registrare umori, dicerie, tessendo trame e attizzando antiche rivalità. È il personaggio che nel film raccoglie la maggior stigma. Solo perché non va in chiesa, taccia Gralton di militanza comunista. A denti stretti lo definisce un uomo onesto, un lavoratore senza invidie. Perciò ancor più pericoloso. In uno dei suoi discorsi pubblici, Jimmy dal canto suo dirà: «Ci fanno credere di essere un’unica nazione ma gli interessi dei proprietari sono diversi da quelli dei contadini, degli operai. Cosa volete che importi ai nostri governanti dei disoccupati, dei nostri lavoratori costretti a emigrare?»
Tutte le manovre del prete sono indirizzate alla chiusura della vecchia sala riaperta da Jimmy su richiesta dei ragazzi del paese. La gente lì si diverte e impara qualcosa. Si tengono circoli di lettura, si parla della poesia di Yeats, si fanno considerazioni sui testi – quante volte la scuola ci ha solo bacchettato, filze di voti in cui si è tradotta la distanza tra compagni, quante volte ha rinunciato a aiutarci? 
Dopo l’inutile ricerca di un accordo, più di uno dei sostenitori del progetto dichiara apertamente di essere stufo di attenersi al pragmatismo con la chiesa, perché «queste persone non vogliono partecipare, vogliono solo comandare». Dall’altra parte l’ostilità di parole non tarda a trasformarsi in conflitto vero e proprio. Una sera dei malintenzionati, coperti dal buio, cominciano a sparare mandando in frantumi i vetri della sala durante una festa. La tensione salirà ancora, culminando nell’attentato che ridurrà l’edificio a un mucchio di cenere. Viltà, la definisce il giovane sacerdote che prende le distanze dal suo superiore e dai politici di cui si circonda. Ormai non si può più tornare indietro. Quando Jimmy viene raggiunto dal mandato della polizia, non gli resta che tentare la sorte, dandosi alla macchia. Si aspetta che il caso susciti clamore nell’opinione pubblica, che i suoi riescano a dargli manforte, facendo proseliti. Ma è solo un sogno. Quando la madre, che da giovane portava i libri in giro per il paese e nelle scuole educando i ragazzi alla lettura, quando questa donna, autentica figura di matriarca irlandese dal cuore orgoglioso e fermo, legge in pubblico il suo discorso, chiede a chi la ascolta se sia un crimine aver insegnato al figlio a pensare. Questo infatti sconta Jimmy: essere un uomo in grado di valutare con giustezza gli altri uomini, mostrare senso critico, non temere di esprimere le proprie posizioni.    
La speranza nel film viene affidata ai giovani: il giovane prete, lo si è detto, che si fa portavoce di un cattolicesimo rinnovato, più tollerante meno compromesso col potere, e i figli, poveri o un po’ più fortunati, tutti pervasi da uno spirito solidale per provare a cambiare le cose. Questi giovani fanno molta tenerezza, perché nel film hanno la peggio.
Non salveranno la sala, non potranno impedire l’espulsione di Jimmy, dovranno sottostare alle leggi violente dei grandi. Però, alla fine, saranno loro a ereditare il mondo. Nelle loro mani le chiavi per aprire le porte sul futuro del paese.

(Di Claudia Ciardi)


Irruzione della polizia e pestaggio delle donne (una scena del film)

Related links:

La mia recensione di I cigni selvatici a Coole pubblicata su Lankelot.eu

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino su «Linkiesta» del 22 novembre 2012

La scheda di Jimmy's Hall su Bim distribuzione 



Ken Loach

2 gennaio 2015

Aesopica #1 - L'asino e l'ortolano


Animale condannato a faticare e servire, l’asino occupa un posto d’onore nelle narrazioni letterarie dall’antichità a oggi. Fonte di scherno e dileggio, perché docilmente prende le botte senza essere capace di ribellarsi, e per questa sua cieca sottomissione tacciato di stupidità, si presta a divenire l’ottimo referente dell’ignavia umana.
Riducendosi la storia, per sua gran parte, a un’epopea di sfruttatori e sfruttati, s’intuisce la longeva fortuna di tale allegoria. Assurto a emblema di ignoranza, in quanto incapace di pensare, non è tuttavia solo destinato al disprezzo ma, in qualche caso, ispira anche un senso di pietà per la rassegnata compostezza con cui affronta la sua disgrazia.
Difficile cogliere al completo la stratificazione culturale che la figura dell’asino trascina dietro di sé. Il mito ne fa la cavalcatura di Dioniso e Sileno, raccontando che il suo raglio avrebbe messo in fuga addirittura i giganti. Da Esopo ai favolisti moderni come Jean de La Fontaine che ironizza sull’incapacità dell’animale di decidere se cibarsi prima del fieno o dell’acqua, morendo così di fame, o i fratelli Grimm che tra “i musicanti di Brema”, favola raccolta e pubblicata nel 1812, menzionano un asino, possiamo comprendere la lunga durata di una tradizione nella quale il discorso morale si alterna ai lazzi caricaturali, creando una perfetta sovrapposizione tra bestia e uomo, fino a intrecciare riflessioni sui culti religiosi in una velata cornice di esoterismo. Apuleio scrive un capolavoro al centro del quale vi è proprio la metamorfosi del protagonista Lucio in asino. Prima di riacquistare le proprie sembianze, sopporterà vicissitudini e angherie che ne metteranno a rischio la vita. Sui tanti significati dell’opera apuleiana adesso non vogliamo soffermarci. Basti riflettere sul dato che Lucio diviene esperto della vita dopo averla osservata dal punto di vista scomodo e degradante dell’asino. Lo scrittore latino inoltre inaugura il proprio racconto dichiarandosi seguace del modo “milesio”, riconducendo cioè la sua parola a quell’enorme congerie novellistica tramandata sotto il nome di Fabulae Milesiae naufragate nella loro redazione originale: «Sermone isto milesio varias fabulas conseram» (Nei modi del parlar milesio intreccerò le più varie favole). È ipotizzabile che lacerti di una simile vasta produzione contenessero indizi e quadri simbolici di una qualche affinità con il casus metamorfico trattato da Apuleio. Chissà che non vi fosse un precedente sulle peregrinazioni di un uomo che si fa asino e viceversa.  
L’asino è pure responsabile della scoperta di un tradimento in una novella boccacciana (ed è probabile che il Decameron stesso sia debitore in qualcosa verso la ‘vulgata’ milesia): «Pietro di Vinciolo va a cenare altrove; la donna sua si fa venire un garzone; torna Pietro; ella il nasconde sotto una cesta da polli; Pietro dice essere stato trovato in casa d’Ercolano, con cui cenava, un giovane messovi dalla moglie; la donna biasima la moglie d’Ercolano; uno asino per isciagura pon piede in su le dita di colui che era sotto la cesta; egli grida; Pietro corre là, vedelo, cognosce lo ’nganno della moglie con la quale ultimamente rimane in concordia per la sua tristezza» (Giornata V, Novella X). Non dimentichiamo infine che Pinocchio raggiunge il paese dei balocchi dopo aver cavalcato per una notte in groppa a “un ciuchino parlante”. Per non dire della trasformazione cui vanno incontro i bambini di questa incredibile «utopica repubblica infantile», citando al riguardo Giorgio Agamben. 
Nella favola qui riportata Esopo è impietoso. L’asino cede a una lamentosità che si percepisce subito come nefasta. Schiavo è e schiavo resterà, a causa della sua indole remissiva, anzi la sua condizione va necessariamente incontro al peggio, cosa che di solito accade a chi non ha mai il coraggio di prendere partito su nulla né, dunque, di opporsi a quel che ha l’unico scopo di annientarlo.

(Di Claudia Ciardi)



Lettera miniata "A", tratta dalle Metamorfosi di Apuleio (XV secolo), Bodleian Library, Oxford


«Un asino che era al servizio di un ortolano, pregava Zeus per essere liberato dal suo padrone e venduto a un altro, dato che lì mangiava poco e faticava molto. Zeus l’ascoltò e fece sì che fosse venduto ad un vasaio: ma egli fu di nuovo malcontento, perché, a portare argilla e vasellame, faticava più di prima. Supplicò quindi di cambiare nuovamente, e fu venduto a un conciapelli. Caduto così in mano d’un padrone peggiore del precedente e vedendo il mestiere che egli esercitava, sospirava e diceva: «Ahimè disgraziato! Sarebbe stato meglio che rimanessi con i padroni di prima, perché questo, vedo bene, mi concerà anche la pelle».»


Related links:
sul sito di «Apicoltura Lombardi»

Asini e fiabe
sul blog «Fiabe in analisi»

21 dicembre 2014

Dino Campana - Il fauno dell'Appennino


È un anno di anniversari e commemorazioni. Ne ho parlato non troppo tempo fa, in occasione del centenario della nascita del grande poeta toscano Piero Bigongiari. Non poteva mancare, a chiusura di un periodo assai impegnativo in materia di ricorsi storici, concomitanze e cabale, un ricordo per il compleanno dei Canti Orfici.
Una mia vecchia conoscenza soleva parlare con disprezzo di “quelli che non finiscono le cose”, essendo ciò, a suo dire, il sintomo di un temperamento artistico, buono a nulla. Era un concetto che gli piaceva ripetere perfino con un certo orgoglio, quasi a marcare la differenza tra la sua indole metodica e ben organizzata, un’indole di successo, e quei poverini che non riescono a stare sull’attenti. Mi chiedo come abbia potuto prestargli ascolto anche solo una volta, tanto più che nel suo discorso vi era un dettaglio particolarmente insopportabile. La donna, secondo lui, mostrerebbe verso tale disagio una sfacciata propensione. E puntuale, ad ogni sillogismo, se la prendeva con una delle sue amanti. L’unica colpa della sventurata era aver destinato un sentimento a un carattere tanto arido e maldestro. Ma questo l’ho saputo solo dopo, quando ho imparato sulla mia pelle con quanto rispetto quest’uomo considerasse l’amore. Il metodico ne risultava addirittura spaventato. Perché l’amore porta fuori strada, mette tutto in discussione, ci mette sottosopra. 
I poeti erano per lui deprecabili e pericolosi. Vite disordinate, anime fosche di squattrinati, desolatamente inutili. Però la poesia la leggeva. Più per dovere scolastico, credo, un retaggio liceale simile all’autoritarismo paterno, da cui aveva sviluppato un complesso; gli avevano insegnato che bisognava conoscerla, e ogni tanto sbocconcellava qualcosa. Di non troppo eterodosso, è naturale. 
Non so perché ma quando sfoglio Dino Campana, capita che questa storia mi torni in mente. Di sicuro, il fauno di Marradi era uno che “non finiva le cose”. Di sicuro fu poeta nel modo più triste ed esaltato che si possa immaginare. La nevrosi e la delirante grazia dei versi gli sono cadute addosso come lampi in un cielo chiaro. E lui non ha potuto altro che tenersele come le stimmate. Attorno ai suoi quindici anni aleggiarono voci paesane insistenti e poco lusinghiere: Campana divenne “el mat”. La sentenza è stata inappellabile. Non gli restò che darsi alla macchia, scappare in mezzo ai boschi e alle pietraie dell’Appennino, perché «lì c’è il silenzio». I suoi vagabondaggi sono scatti d’immensa foga collerica. Nel tentativo di respirare si spinse sempre più lontano. Pare che a diciotto anni abbia raggiunto Odessa e sia stato adottato da una tribù di Bossiachi, di zingari, coi quali avrebbe vissuto a lungo. Al ritorno si sarebbe aggirato per Faenza come un vagabondo, dormendo sotto i portoni, infagottato in un improbabile cappotto da ufficiale. Anche in seguito, il suo modo di vivere e abbigliarsi – soleva indossare scarpe più grandi del suo numero legate con spaghi – ne favorirono l’accostamento a un barbone. Inizia così il mito del poeta dei Canti Orfici, si inaugura «l’inquietante progetto d’esser Dino Campana». Man mano che la sua poesia prende forza lo lascia spossato sul ciglio di qualche strada, a scontare la propria solitudine, a maledire quei compaesani dal cuore duro e maligno che avrebbero voluto vederlo rinchiuso, sorvegliato, incatenato da qualche parte, pur di non averlo più tra i piedi. Dal 1907 al 1909 avrebbe vissuto come un disperato in Argentina: pianista di bordelli, fabbro, portiere, pompiere, operaio nella costruzione di ferrovie. La leggenda contamina sempre più la realtà, chi prova a seguire le sue tracce ne viene a capo con fatica e senza certezze. Accumula quell’esperienza che gli farà dire di essersi sufficientemente macerato nella vita allorché si troverà a perorare la causa della pubblicazione del suo testamento in poesia. Questo infatti sono i Canti, omaggio a Leopardi fin dal titolo, l’altro grande ingegno lirico irrisolto e incompreso, di cui Campana si professa l’erede. 
La prima parziale versione, intitolata Il più lungo giorno, affidata a Giovanni Papini e Ardengo Soffici venne smarrita da quest’ultimo. Un altro risvolto destinato ad alimentare rancori e veleni tra Campana e l’ambiente letterario, oltre a produrre tra gli studiosi una spropositata messe di elucubrazioni dopo la sua morte. Nella stesura definitiva, concepita durante forsennate marce sull’Appennino tosco-romagnolo, l’opera vide la luce il 7 giugno 1914 sotto il nuovo titolo di Canti Orfici, presso il tipografo Bruno Ravagli. Fu un caso di autopubblicazione, come si direbbe oggi. Al Ravagli andò un acconto di 110 lire, proveniente da una colletta sottoscritta da alcuni marradesi.
L’Europa era già in guerra, quando a settembre Campana si presentò a Firenze, raggiunta a piedi come suo solito, con i libri sottobraccio. Fu alle Giubbe Rosse e da Paszkowski per vendere le sue copie e farsi conoscere tra la gente, arrivò perfino a strapparne le pagine e a sventolarle sotto gli occhi dei clienti, sperando di smuoverli dalla loro indifferenza.
A Santa Maria Novella, mentre si sta davanti al tabellone delle partenze, capita ancora d’incontrare qualche poeta improvvisato alla ricerca di lettori. Vanno su e giù con i loro foglietti svolazzanti, fotocopiati, ve li mettono in mano dicendo “offerta libera” e aspettano che si ringrazi con una moneta. Sono poveri diavoli, sfrattati dal mondo. Ma se sarete generosi, di sicuro veglieranno sul vostro viaggio.

(Di Claudia Ciardi)




«Caffè, ora eterna – Pisa»

XXXI. Cartolina postale, inviata da Pisa a Sibilla Aleramo presso Villa Alba, a Marina di Pisa

(Campana a Aleramo) Marina di Pisa, 13 ottobre 1916

«Egregia Sibilla,
siete ammalata: me ne dispiace! Quanto a me ho perso l’abitudine di lamentarmi. La padrona voleva che vi scrivessi non so che cosa. Ho rifiutato. Poi le ho fatto dire: perché mi ricorda sempre la signora? So che vorreste avere la forza di seguire il vostro destino e di …papini [è Giovanni Papini direttore della rivista «Lacerba», il cui cognome viene scritto minuscolo in segno spregiativo] (tanto mi odiate?)»

«Fabbricare, fabbricare, fabbricare
preferisco il rumore del mare
che dice fabbricare fare e disfare
fare e disfare è tutto un lavorare
ecco quello che so fare. Scrivete. Addio»

XXXVIII. Cartolina postale diretta a Firenze

(Aleramo a Campana) Casciana, 26 ottobre 1916

«Ero abituata al silenzio: ma questo che s’è fatto dacché sei partito è così grande! Stamane (dopo dodici ore di sonno al veronal), ti ho telegrafato sperando nella risposta – che non è ancor venuta. M’han detto che ieri dovesti prender una carrozza e che forse perdesti il treno delle quattro. Dove e come avrai dormito? E tutte le imaginazioni per seguirti oggi son state vane. Firenzuola? Alla Casetta, ora che sta per tramontare questo sole pallido? Avrà tirato un vento furioso anche sulla tua strada? Io mi son levata alle undici, e alle tre son andata al bagno, poi tornata subito qui. M’han fatta sloggiare dalla saletta da pranzo, m’han messo un tavolino qui tra la finestra e il tuo letto. Così c’è un mutamento anche per me, e la mia stanza somiglia di più alla tua… Dino, Dino! Dove sei? Voglio esser forte come mi hai chiesto, non voglio piangere ma ho il cuore così gonfio! Quell’ultima ora, ieri, hai sentito come eravamo consacrati. Dino, vinceremo. Amor mio. Coraggio. Non so dire neanche per me altre parole oggi. Sono ancora così stanca, attonita. E tu, e tu? Quando saprò? Ho tanta paura che tu stia male? La Casetta ora dev’essere una tana. Dimmi, ti supplico. Dino, ma ho tanta fede, com’è che ho tanta fede come il primo giorno? Che cosa vuole da noi il nostro amore? M’hai detto  che mi tieni, vero? Felicità. Ti bacio. Scrivimi. Se lavorerò, te lo dirò. È arrivato il meta, [metadone, medicina] lo spedirò domani con la biancheria. Fatti dare delle uova, quattro al giorno, e manda a prendere la medicina a Firenzuola. È vero che vuoi che ci ritroviamo belli?»

tua Rinetta
(è la prima volta che mi firmo così)

XLVI. Lettera di un foglio, su quattro facciate, senza busta, scritta in inchiostro turchese.

(Campana a Aleramo) Marradi, 27-30 ottobre 1916

«Mia cara amica
sono troppo stanco e troppo ammalato per cercare di comprendere. Prendo il partito dei deboli, il mio solito partito: parto.
Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l’attesa e le tue lettere. Ricevo ora il telegramma. Parto domattina per la Casetta. Là c’è il silenzio.
Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa.
Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla – e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia.
Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per sé solo il tuo colore.
L’ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora»

XLIX. Lettera di un foglio, su quattro facciate, senza busta, senza data. Luogo e data sono stati attribuiti a seguito di alcuni raffronti col resto della corrispondenza ma non v’è certezza su quanto ricostruito.

Da: 
Sibilla Aleramo e Dino Campana, Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-’18, Feltrinelli, 2000  


Related links: 


«Sensibilità profonda e raffinato ingegno, interprete acuto di uomini e culture, conoscitore di cinque lingue, lettore di Eschilo, fustigatore di caratteri ostili alla generosità e agli slanci, coscienza abbarbicata all’Appennino tosco-romagnolo, di cui conservava in sé il rude aspetto e l’antica saggezza. Dino Campana è stato un cantore in lotta col suo tempo, schivato e irriso proprio da quell’aureo mondo delle riviste letterarie in cui il poeta aveva stanato un provincialismo gretto e avverso a ogni ipotesi di una nuova concezione dell’arte e, dunque, della scrittura. E proprio in lui, il “mat Campèna”, non manca una chiara e netta adesione alla cultura e al retaggio storico d’Europa, molto più dei suoi sornioni colleghi, impegnati nei tristi agoni della carta stampata, tra accademismo e autocompiacimento». Recensione di Dino Campana, Io poeta notturno. Lettere, a cura di Pasquale Di Palmo, Via del Vento, 2007.
Su Sololibri.net il testo integrale della recensione.  

I Canti Orfici di Dino Campana. A cento anni la ristampa anastatica  
di Elisabetta Vagaggini

Il più lungo giorno di Dino Campana
di Paolo Pianigiani su «Transfinito»

Monti Orfici di Giovanni Cenacchi
Sui sentieri di Dino Campana

14 dicembre 2014

Intervista al Gruppo 183


Il Gruppo 183 prosegue la riflessione sul dissesto idrogeologico lanciata da questo blog lo scorso 30 novembre, che ha visto il coinvolgimento del professor Paolo Arduini dell’Università di Pisa. Gruppo 183 è un’associazione senza fini di lucro con sede a Roma, costituita nel 1995 dall’iniziativa di ambientalisti, parlamentari e rappresentanti di Regioni, governi locali, dirigenti sindacali e d'impresa, che hanno messo a disposizione le proprie competenze per sviluppare proposte e interventi sulla gestione delle acque e del suolo, e in materia di rischio alluvioni. Prende il nome dalla legge di riforma ambientale e istituzionale per la difesa del suolo e la tutela delle acque (L. 183/1989, poi abrogata dal D.Lgs. 152/2006) e fa parte delle 17 istituzioni italiane segnalate dall'United Nations Convention to Combat Desertification per l’impegno nella lotta alla desertificazione. Per ulteriori notizie esorto a visitare il sito dell’associazione, Gruppo183.org, dove troverete schede dettagliate sui principali progetti realizzati o in corso d’opera. Tra le ultime iniziative segnaliamo l’adesione alla Coalizione per la prevenzione del rischio idrogeologico, nata a seguito della recente tragedia che ha colpito Genova (ottobre 2014). 
Desidero ringraziare il coordinatore nazionale Michele Zazzi, che con disponibilità e competenza ha reso possibile la stesura di questo contributo, valendosi dell’ottima collaborazione degli attivisti che da anni lo affiancano. Affinché la lettura risulti più agevole, essendo le risposte alquanto articolate, evito di trascrivere le domande, le stesse che sono state rivolte a Arduini nella precedente intervista, sintetizzandone il contenuto in calce alle diverse sezioni del testo.




[Considerazioni sulla tutela dell’ambiente per ridurre il dissesto]
La manutenzione e la cura del territorio assumono oggi un ruolo strategico, soprattutto se tradotte in presidio territoriale svolto dalle comunità locali, responsabili e garanti di un'azione utile per una politica di prevenzione dal rischio idrogeologico del territorio antropizzato. È indispensabile favorire interventi di manutenzione per garantire la funzionalità degli ecosistemi, attraverso azioni periodiche e diffuse perché a seguito dei cambiamenti climatici la manutenzione assumerà sempre più il ruolo d'intervento strutturale. 
Una valutazione obiettiva sul livello di coscienza dei cittadini sulla questione ambientale, e in particolare sulla tutela del territorio, non può essere univoca ma differenziata a seconda che la si guardi quando si esprima positivamente nelle sue varie e articolate manifestazioni pubbliche o negativamente nei suoi comportamenti individuali. 
Inoltre, le drammatiche perdite umane e materiali provocate negli ultimi anni nel Paese hanno fatto sì che la difesa del territorio dalle alluvioni e dalle frane diventasse forzatamente una delle emergenze principali nell'opinione pubblica. 
Nel secondo caso bisogna confessare che se solo si andasse a guardare il consumo di suolo per impermeabilizzazioni registrato in Italia, allora il giudizio necessariamente deve cambiare. Prova ne è il trend del consumo di suolo che vede una costante progressione negli anni. L'ISPRA certifica che la percentuale di suolo impermeabile (urbanizzato) sulla superficie nazionale passa dal 2,9% negli anni Cinquanta, al 5,4% nel 1989, al 7,3% nel 2012. Il 30% del consumo è dovuto alla costruzione di edifici e capannoni ed è noto quanto questa proliferazione di nuove costruzioni non si sia fermata in moltissimi comuni neppure di fronte a rigidi vincoli urbanistici o idrogeologici. 
Nelle condizioni date, per favorire la diffusione di valori ambientali e dell’attenzione alla difesa del territorio nell'opinione pubblica, bisognerà valorizzare esperienze preesistenti e sfruttare le nuove disposizioni introdotte in materia dalle norme europee. 
Tra le esperienze significative occorre citare tra le prime le azioni e le opere condotte dai consorzi di bonifica. Una larga parte del territorio italiano esposto a rischio idrogeologico (sostanzialmente le pianure interessate dai fenomeni di esondazione dei corsi d'acqua, di ristagno idrico e di alluvione) è tutelata da opere di difesa idraulica, consistenti prevalentemente in canali di drenaggio, idrovore, vasche di laminazione e di intercettazione del trasporto solido. La loro manutenzione è affidata, sulla base di una normativa che risale al 1904, ai consorzi di bonifica partecipati da tutti i proprietari di immobili che ricevono beneficio dalle suddette opere di difesa idraulica. Questa manutenzione, almeno in linea di principio, è a costo zero per i bilanci pubblici, dal momento che viene sostenuta dalla contribuzione dei proprietari consorziati. Ciò non toglie che nei confronti dei consorzi si debba operare una grande azione di trasformazione e riordino per recuperare grandi margini di inadempienze e renderli sempre più 
efficienti. 
La partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia di acque è prevista e incentivata a livello comunitario dalla Direttiva 2000/60/CE (art. 14) e a livello nazionale dal Decreto legislativo 152/06. Questa norma, come d'altronde molte altre della Direttiva, è stata ignorata dalle nostre autorità. Per la sua implementazione necessiterebbe di strategie di governance. A tal proposito strumenti efficaci di programmazione negoziata con gli stakeholders potrebbero essere i "contratti di fiume", già diffusi in molte nazioni europee, che stanno trovando anche in Italia un crescente interesse. Attraverso i contratti di fiume a livello di bacino o sottobacino è possibile supportare la pianificazione e programmazione all'interno dei distretti idrografici e integrare i piani e le norme sulla gestione e tutela delle acque con quelli per la difesa del suolo. Tali strumenti sono stati riconosciuti nel Collegato ambientale; ora vanno supportati a livello nazionale, oltre che distrettuale e regionale integrandoli e sostenendoli attraverso misure legislative e finanziarie che ne supportino le fasi di avvio, ne controllino e uniformino a livello nazionale la qualità dei processi. 
Una azione efficace di difesa del suolo da inondazioni e frane richiede ed esige una azione puntuale e capillare di manutenzione ordinaria dei versanti e del sistema idrografico affidata alla popolazione locale di collina e di montagna. In questa prospettiva non si può prescindere dall'attività degli agricoltori. Nelle politiche di Sviluppo Rurale alcuni dei presupposti di base per poter ottenere positivi risultati nella gestione del territorio e nella mitigazione del rischio idrogeologico sono: la definizione di pratiche agricole che diano effettivi benefici e sulle quali concentrare le misure dei programmi di sviluppo rurale; la formazione ed informazione degli agricoltori; l'affidamento da parte delle amministrazioni locali di piccoli lavori di ingegneria naturalistica. 

[A proposito della maggiore frequenza degli eventi alluvionali]
In merito al «continuo susseguirsi delle alluvioni»  (*citazione dal secondo quesito) che abbiamo vissuto nelle scorse settimane, va preliminarmente considerato che, in realtà, anche nei decenni trascorsi si sono frequentemente verificate tragiche sequenze di eventi alluvionali in località differenti, anche con drammatiche repliche, nei medesimi corpi idrici, in montagna, nei territori in pianura, o lungo le  coste.
È il caso, ad esempio, del Triveneto dove, proprio in conseguenza del ripetersi di alluvioni, che per diversi anni avevano colpito quel Distretto idrografico, nel 1907 una legge parlamentare costituì il Magistrato alle Acque per le province venete e di Mantova, dipendente dal Ministero dei Lavori Pubblici, con sede a Venezia, con il compito del buon governo delle acque pubbliche e del regime dei porti. La natura dell’Istituto era soprattutto tecnica, strutturata gerarchicamente, e si avvaleva di una rete distribuita di uffici statali del Genio Civile, generali e speciali, del Servizio idrografico e delle Opere marittime.  
Per oltre un secolo quell’istituto dimostrò una particolare efficienza e prestigio tecnico, tanto da essere di esempio per analoghe strutture speciali successivamente istituite in altri ambiti particolari del Paese (il Magistrato per il Po, nel 1953, l’Ufficio speciale per il Tevere e l’Agro Romano, l’Ufficio speciale del Reno, ecc.). La Commissione de Marchi, nel 1970, propose di estendere a tutto il Paese la costituzione di una decina di Magistrati alle Acque. Ma la proposta non ebbe seguito, soprattutto per il sopravvenuto decentramento di molte funzioni dalla Stato alle Regioni, tra cui quella della difesa del suolo, avvenuto a partire da quegli anni. 
Trascorso un ventennio di dibattiti e ripensamenti, finalmente nel 1989 il nostro Paese si dotò di un’importantissima riforma legislativa – la legge n.183 sulla difesa del suolo – che ha introdotto il concetto cardine del piano di bacino idrografico, ponendo così le basi per un nuovo percorso per le politiche dell’assetto idrogeologico ed il governo delle acque.
Con il trascorrere degli anni però, la legge si dimostrò via via inefficace e i suoi ambizioni obiettivi in generale non erano raggiunti. L’elenco degli eventi alluvionali accaduti stanno purtroppo a dimostrarlo.   
I piani di bacino si sono dimostrati strumenti troppo lunghi e articolati, con tempi di approvazione dell’ordine del decennio, e comunque strumenti di scarsa utilità ai fini della mitigazione del rischio idrogeologico e del governo delle acque. Le azioni indicate dai piani, faticosamente approvati, in genere non sono state attuate, non solo e non tanto per mancanza di finanziamenti, ma soprattutto per l’insorgere di altre complesse cause, quali l’opposizione delle popolazioni interessate dagli interventi strutturali previsti (casse di espansione, dighe, …), le sentenze conseguenti ad alcuni ricorsi amministrativi, la rimessa in discussione delle soluzioni indicate dai piani stessi, ecc. Non ultima la mancata approvazione, da parte della Conferenza delle Regioni, dei previsti programmi triennali degli interventi, fondamentali strumenti attuativi dei piani, da inviarsi al Ministero del Tesoro per il successivo inserimento nelle leggi finanziarie.
Un punto nodale dell’inefficacia dei piani di bacino ha riguardato la loro separazione dalla pianificazione urbanistica. Le prescrizioni dei piani troppo debolmente hanno inciso sulla pianificazione territoriale, di diretta competenza delle Regioni.
Più recentemente sono state numerose le norme che hanno modificato la legge 183, nel vano sforzo di un suo miglioramento. In particolare, a partire dal 2006, le “riforme” legislative (tra cui il Testo Unico dell’Ambiente D.Lgs. 152/2006) hanno avuto l’ambizione, spesso mal riposta, di confermare gli aspetti positivi della legge “madre” integrandoli con il recepimento delle Direttive comunitarie sulle acque e sulle alluvioni (Direttive 2000/60/CE e 2007/60/CE). Nei fatti le nuove norme, con l’istituzione del Distretti Idrografici, a tutt’oggi non ancora costituiti, hanno complicato notevolmente il quadro della governance, rendendo ancora più difficile la difesa del suolo nel nostro Paese. Il “successo” dei piani di bacino è andato via via ulteriormente riducendosi, sempre più dimenticati dalla politica, dai media, e dalla cittadinanza, che ne ha criticato soprattutto le scelte poco partecipate, mentre sono proliferate le politiche idriche e di difesa idrogeologica “fuori campo”.
Nel frattempo, negli ultimi decenni, il territorio è profondamente cambiato, a cominciare dai versanti montani, scendendo in pianura, fino ai litorali marini. Il “consumo” di suolo, l’abbandono della montagna, la cementificazione delle reti idrauliche e la mancanza della loro manutenzione, le incontrollate escavazioni di ghiaia dagli alvei, il sovra sfruttamento delle falde acquifere e la subsidenza, sono solo alcuni degli aspetti, ormai largamente conosciuti, di quanto è accaduto, cui si deve aggiungere il contestuale cambiamento climatico, che ha portato una diversa piovosità, l’innalzamento del livello marino, l’intrusione salina nelle falde acquifere, ecc. L’insieme di questi fattori ha aumentato inesorabilmente il rischio idrogeologico ed il rischio dello stato ecologico di tutti i corpi idrici del nostro Paese, sia in termini di probabilità di accadimento degli eventi, sia per quanto riguarda gli effetti che questi provocano per la vita e la salute umana, l’ambiente, il patrimonio culturale, l’attività economica e le infrastrutture. 
Di fronte all’incapacità di mettere “in piedi” un sistema valido di difesa del suolo, si è consolidata la capacità del “navigare a vista”, privilegiando il sistema della Protezione civile, svincolato dalle autorità di bacino e facente capo soprattutto alle amministrazioni regionali e decentrate, fondato sulle attività della previsione, della prevenzione e degli interventi urgenti per il ritorno alla normalità dopo il verificarsi di eventi emergenziali (alluvioni, siccità, ecc.). E purtroppo la logica dell’emergenza è diventata sistema, non si è cioè limitata alle sole situazioni calamitose.
Infatti, da alcuni anni, i diversi governi del Paese si sono dimenticati dei percorsi previsti dal quadro normativo ordinario della difesa del suolo (fondato sui piani di bacino) ed hanno invece adottato altri schemi gestionali, fondati sulla nomina di commissari governativi straordinari (i presidenti delle regioni) e degli Accordi di programma Ministero-regioni, finalizzati all’attuazione di interventi urgenti e prioritari individuati e quantificati dalle stesse regioni. 
A tale riguardo recentemente il Governo ha istituito la Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico che ha confermato tale percorso anomalo, e proprio in questi giorni ha proposto un piano straordinario per il periodo 2014-2020 per interventi per la sicurezza nelle città e aree metropolitane per oltre un miliardo di euro. Tutto ciò senza spiegarne la compatibilità con i piani di gestione del rischio di alluvioni, previsti dalla Direttiva 2007/60/CE, per il periodo 2015-2021 che le autorità di bacino presenteranno entro quest’anno.
Nemmeno il Parlamento finora è riuscito ad imporre una svolta a questi singolari percorsi anomali, pervenendo ad una riforma legislativa da troppi anni attesa

[Considerazioni a margine della cultura del cemento]
Per fronteggiare subito la cementificazione, bisognerebbe almeno approvare il disegno di legge n. 948 proposto dall'ex Ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, che, quantomeno, si prefiggeva l'obiettivo di contenere il consumo di suolo e incoraggiava la ricerca di soluzioni innovative capaci di guardare positivamente alle sfide future. Dovremmo quindi avviare una grande stagione di rigenerazione urbana, cioè un cambiamento del ciclo edilizio e una riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente. Gli strumenti di governance, le intelligenze e le tecnologie per un New Deal dell'ambiente, del paesaggio e dei beni culturali in Italia sarebbero allora possibili. Centri di ricerche e università, associazioni, movimenti e singole intelligenze e, non per ultime, le parti più avanzate della pubblica amministrazione potrebbero diventare i protagonisti di questo riscatto. Sembra, però, mancare – e questa è l'aspetto negativo – una forte volontà politica. 
Secondo l'Ispra, negli ultimi tre anni abbiamo coperto di cemento 720 chilometri quadrati di suolo. Nemmeno la crisi economica quindi ha fermato questa cementificazione, che devasta l'Italia senza neanche risolvere l'"emergenza casa" che riguarda ben 650 mila famiglie che per reddito e condizioni avrebbero diritto ad un alloggio di edilizia popolare. 
A rendere più complesso il discorso occorre ricordare che in queste materie si incrociano competenze di Stato e regioni, alcune esclusive, alcune concorrenti e altre invece trasferite alle regioni, come quelle in materia di urbanistica. Ma sommariamente anche gli enti locali non sono esenti da colpe, anzi i comuni e le regioni hanno spesso adottato "piani casa regionali" e piani regolatori generali discutibili che hanno favorito la cementificazione dell'ex Bel paese. 
Come abbiamo visto in questi giorni l'incrocio tra consumo di suolo, dissesto idrogeologico e cambiamenti del clima è un mix esplosivo, che richiede interventi di messa in sicurezza urgenti ma anche, e soprattutto, un'idea di programmazione e coordinamento delle funzioni e delle competenze che sembra scomparsa dall'orizzonte ideale delle attività dello Stato centrale. 
Sembra però che con la conversione in legge del Decreto "Sblocca Italia" le scelte del governo Renzi siano state altre. I sostenitori dello "Sblocca Italia" usano spesso parole come modernità e progresso ma il modello è quello vecchissimo del boom edilizio degli anni '60. A questo proposito Salvatore Settis parla di una "modernità invecchiata", quasi un ossimoro per descrivere una forma di arretratezza culturale non percepita dalle classi dirigenti che si ostinano a proporre soluzioni non percorribili dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Agricoltura, città, biodiversità, bacini idrici dovrebbero stare insieme in un disegno che garantisca gli interessi della collettività e non divenire terreno di rapina per vecchi e nuovi speculatori. 
Volendo entrare nel merito, si può affermare che diverse previsioni del Decreto Sblocca-Italia potrebbero diminuire la capacità di controllo delle amministrazioni nel governo dell’interesse collettivo. Con il capo IV, “Misure per la semplificazione burocratica”, rafforza l’influenza del sistema finanziario sulle grandi opere e sulle città. Nel Capo V, l’articolo 17 prevede un “permesso di costruire convenzionato”, in cui occorrerà prestare attenzione ai modi secondo i quali avverrà il negoziato tra costruttore e amministrazioni. Inoltre, le opere di urbanizzazione, diventano eseguibili per “stralci”, con tutte le difficoltà relative a un processo amministrativo che diventa più complicato e probabilmente sfilacciato nel tempo. L’articolo 25 “semplifica” (cioè di fatto rimuove, dice Settis) ogni autorizzazione per “interventi minori privi di rilevanza paesaggistica”, governati ormai dal silenzio-assenso, sicuramente facilitando le prassi di trasformazione del territorio.
L’articolo 26 stabilisce che i comuni possano presentare un proprio progetto per cambiare destinazione agli immobili non utilizzati appartenenti al demanio dello Stato. Questa variante urbanistica consente all’Agenzia del Demanio di vendere, dare in concessione o cedere il diritto di superficie di quell’immobile o complesso immobiliare. I Comuni potrebbero, quindi, essere incentivati a svendere il patrimonio pubblico. Con l’articolo 31, infine, si permette ai proprietari di alberghi, di ottenere il cambio di destinazione urbanistica automatico anche per le strutture ricadenti in zona agricola. Anche in questo caso con un grave rischio per le delicate strutture territoriali nelle quali saranno inserite funzioni non necessariamente compatibili con il contesto.
Concludiamo la risposta con una domanda provocatoria. Come è possibile contrastare il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici se neppure il Governo sembra sostenere con convinzione politiche di forte contrasto ai processi di nuova cementificazione e consente, con eccessiva disinvoltura, l'estrazione dei combustibili fossili sul nostro territorio? 

[Sui danni economici prodotti dal dissesto, che superano largamente il costo della messa in sicurezza del territorio, e sulle controversie legate alle  grandi opere
La risposta a quesiti di questo genere non è semplice. Ci pare di poter distinguere due aspetti prevalenti.  Il primo attiene alla difficoltà di portare a compimento interventi di natura preventiva rispetto a probabili eventi calamitosi di cui si conoscono con certezza le cause. Il dibattito che si è attivato in queste settimane in conseguenza dell'ennesimo disastro provocato dalle esondazioni nella città di Genova testimonia in maniera abbastanza chiara la situazione in essere. Complicazioni inerenti all'assegnazione dell'appalto delle opere pubbliche, difficoltà nella messa in atto dei lavori, aleatorietà dei tempi e delle responsabilità nella conduzione del processo attuativo, costituiscono fatti tristemente noti per i quali non si è finora riusciti a trovare una soluzione radicale in tempi sufficientemente brevi. La recente istituzione e attivazione della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche presso la Presidenza del  Consiglio, nelle mille indeterminazioni, ha almeno il merito del tentativo di razionalizzazione a livello centrale della miriade di iniziative in corso sul territorio nazionale, perlomeno sul piano della gestione della spesa e degli investimenti approvati, in molte occasioni, da lungo tempo. Corollario a questa situazione è un aspetto ancor più problematico da risolvere e che attiene ai modi secondo i quali selezionare i nuovi interventi per la messa in sicurezza del territorio alla luce delle segnalazioni "storiche" dei piani per l'assetto idrogeologico, elaborati e approvati nello scorso decennio, e alle nuove domande che nascono nell'attualità. Gli interventi previsti nei piani assommavano a circa quaranta miliardi di euro a cui occorre aggiungerne con ogni probabilità altri venti. Si tratta evidentemente di cifre imponenti, che potranno essere rese disponibili secondo un impegno temporale, nella migliore delle ipotesi, non inferiore ai vent'anni. Diventa, quindi, fondamentale la selezione delle priorità secondo una prospettiva nazionale o almeno dei distretti idrografici istituiti ai sensi delle direttive europee. Questa attività di selezione è compito specifico della pianificazione di bacino idrografico e, nello specifico, dei piani di gestione del rischio alluvioni dei distretti che le autorità di bacino nazionali, in collaborazione con le regioni interessate, stanno provvedendo a elaborare. La sfida sembra prospettarsi in questi termini: quanto riusciranno ad essere autorevoli e convincenti tali piani e come riusciranno a raccogliere il più ampio consenso ai fini della selezione delle priorità di intervento negli anni a venire? Come reagiranno le comunità locali di fronte al lungo periodo transitorio necessario per vedere finalmente i risultati tangibili degli interventi prospettati? Quanto le amministrazioni di vario ordine e grado saranno in grado di accompagnare gli interventi di messa in sicurezza del territorio con parallele e importantissime attività, cosiddette non strutturali, di limitazione preventiva delle condizioni di rischio nonché di allertamento ed educazione alla convivenza con il rischio stesso? 
Il secondo punto riguarda la programmazione dei grandi investimenti infrastrutturali del nostro Paese e per certi versi è tema un poco distante dagli interessi specifici del Gruppo 183. È fuor di dubbio che le grandi opere solletichino le aspettative dei decisori politici, dei grandi investitori e anche delle comunità locali interessate, oltre a rivestire un valore simbolico per un'intera comunità nazionale sovente mortificata dall'incapacità storica di portare avanti grandi programmi pubblici di natura strategica. Spesso derivano da accordi internazionali non semplici da risolvere. Altrettanto di frequente hanno già visto ingenti finanziamenti della fase progettuale se non di attività già espletate. Proprio per la loro natura e gli interessi coinvolti hanno dato luogo a dibattiti assai controversi, nei quali i saperi esperti non sono risultati dirimenti. 
La questione può allora essere affrontata da un altro punto di vista. Come mai non si è riusciti ad affiancare alla proposta dei grandi progetti e delle grandi opere una altrettanto "grande" e molto più meritoria opera di manutenzione generalizzata del nostro territorio. Perché ci si è dimenticati così in fretta della necessità di un presidio territoriale dell'attività antropica sul territorio montano e rurale? È fuor di dubbio che, tradizionalmente, azioni amministrative in tal senso non abbiano costituito lo scenario preferito dai decisori, proprio per la difficoltà intrinseca delle scelte da farsi e per la mancanza di un sicuro "ritorno" di natura politica delle posizioni assunte. 
Più difficile da comprendere è la sostanziale incapacità di risposta della società civile nel suo complesso, fatti salvi i soliti noti nel mondo delle associazioni, della ricerca e delle amministrazioni settoriali che istituzionalmente si occupano di questi temi. Senza voler sconfinare in questioni antropologiche probabilmente improprie, si possono ricordare un certo fatalismo nei confronti degli eventi naturali, la difficoltà nel trovare una rappresentanza politica adeguata rispetto a questi temi, addirittura una certa complicità derivante dal vantaggio economico di alcune, pur scellerate, scelte di localizzazione di insediamenti e attività. 
Sembra comunque che la rilevanza e la quantità dei problemi messi in gioco dal dissesto di natura idrogeologica non siano mai riuscite a raggiungere quella "massa critica" necessaria per coinvolgere in maniera diffusa i decisori e le comunità insediate, nonostante, il terribile stillicidio della perdita di vite umane. Addebitando le cause dei fenomeni, in maniera a volte davvero vergognosa, alle mutate condizioni di natura, come se l'insipienza nella gestione pubblica del territorio e la connivenza dei tanti soggetti interessati al proprio particolare non fossero quasi sempre l'elemento scatenante dei danni e dei lutti. Probabilmente la vera condizione di eccezionalità nel dispiegarsi degli eventi. 

[La gestione dell’emergenza sul territorio]
La sensazione è che, nonostante i limiti noti e le derive dell’ultimo periodo in cui vi era a capo Guido Bertolaso, la Protezione civile italiana abbia quasi sempre dimostrato una significativa competenza tecnica per la prima emergenza, soprattutto per i grandi eventi calamitosi successivi al terremoto dell’Irpinia. Più discutibili le scelte effettuate per la risposta di medio periodo, comunque molto condizionate dalle decisioni politiche. Inoltre, anche la Protezione civile nazionale, come lamentato a più riprese, sembra aver subito negli ultimi tempi il mancato sostegno da parte degli organi di governo, diminuendo in maniera assai significativa la sua rilevanza e la efficacia.
Molto più articolata è la situazione della Protezione civile a scala locale, dove la capacità di risposta e le competenze presenti sono molto differenziate nel territorio nazionale. Ed è su scala locale che diventa necessario essere in grado di dare una risposta adeguata alle conseguenze provocate dai fenomeni di natura idrogeologica. 
È, quindi, molto difficile suggerire azioni con carattere di generalità. Sicuramente occorre ribadire ancora una volta che l’unico modo per riuscire a rendere meno critica l’azione immediatamente post-evento è mettere in campo un rigoroso programma di azioni di natura preventiva atte ad ottenere la maggiore consapevolezza possibile delle popolazioni insediate. Indubbiamente, in molti casi, è necessaria la realizzazione di opere per la diminuzione del rischio presente. Ma a fianco di questi interventi devono essere promosse regole per il corretto uso del territorio e il giusto comportamento durante gli eventi, compresa la corretta valutazione dell’allerta. Risulta, inoltre, necessario prevedere una migliore forma di coordinamento e responsabilità della catena decisionale a carattere locale, tra soggetti istituzionali – le amministrazioni interessate – e il composito mondo delle associazioni volontarie, in modo tale da evitare carenze organizzative e vuoti di direzione nei momenti immediatamente successivi all’evento.
In molte parti d’Italia non si parte da zero, occorre allora essere sempre più puntuali ed efficaci nelle procedure già stabilite. E, come sempre, occorrono i fondi relativi per tenere in vita o prevedere ex novo le strutture necessarie.

(Intervista di Claudia Ciardi)

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...