4 marzo 2022

Kaliningrad, Tbilisi - Lettere orientali

 

Egbert Lievensz van der Poel, Esplosione della polveriera a Delft, 12 ottobre 1654 - Eseguito tra il 1654 e il 1660

È passata appena una settimana. Gli eventi hanno subito una tale accelerazione che ogni settimana il mondo si rovescia, ogni sette giorni sembra compiere un giro di un anno. In questo pendolo tutto si consuma a una velocità folle. Anzi, se fino a poco prima era velocità, adesso è voracità. I versi dell’Achmatova che tante volte ho recitato dentro di me e in cui negli scorsi anni sentivo un profetismo non lontano, non eluso né superato nella mia vita, adesso mi stanno davanti come inaccessibili contrafforti. Immagini di carestia, la violenza che si abbatte ovunque come una scure, l’ora grave di un destino cui non ci si può opporre. E il canto della poetessa che tutto vorrebbe esorcizzare, che piange e ama mentre ogni cosa sta crollando intorno a lei. Ci sentivo il destino di un paese che prima o poi avremmo incrociato, ci sentivo un’anima del tempo non placata che veniva ad additare qualcosa.
Ma noi infine non abbiamo voluto vedere, non abbiamo voluto sentire. Hitler il pazzo, Putin il pazzo. Non abbiamo voluto leggere, capire, ascoltare. Non abbiamo fatto niente, ma gli affari sì, perché il denaro doveva correre comunque. E le vie del denaro sono sempre quelle. Ci si è nascosti dietro un’ideologia (o più di una, secondo il comodo) e intanto si sono andati a trattare affari a certi tavoli; la globalizzazione questo è, tutto e il contrario di tutto. Il liberale che dice illiberale all’altro e poi lo sposa e poi lo nega e poi…
Dopo il bagno di sangue a Majdan, magari più di una riflessione andava fatta. Ma cos’è la vita delle persone dentro i grandi interessi? Cosa sono le persone? Com’è suonato il richiamo di Henry Kissinger, uomo che la guerra l’ha vissuta sul fronte tedesco, giovane interprete per gli Americani? Un uomo che siccome sapeva, pur agendo da difensore della propria parte, si è appellato a uno spirito costruttivo, consapevole che dove possibile bisognava sempre provare a comporre e disinnescare. Adesso tutti si affrettano a rileggerlo, ma non allora nel 2014, dopo la Crimea. E poi la biografia di Sergio Romano su Putin, solo delle paginette di luoghi comuni secondo alcuni commentatori, perfino un po’ scomode laddove rilevava le vulnerabilità delle nostre democrazie… Eppure scrisse un ritratto preciso, lucido di quelli che erano e sono gli obiettivi della Russia putiniana, senza volute psicologiche né psicosi. Uno spaccato della mentalità slava in cui Mosca si pone come la nuova Roma, erede di un’idea imperiale intrisa di forza e nazionalismo, una missione, un’investitura dai contorni misticheggianti in scia a quel misticismo russo, tipicamente russo, che può farsi grande poesia e assumere anche questo tratto tragicamente violento.
Fino a un paio di giorni fa dalle nostre parti ho sentito commentare così: «Sembrerebbe una questione interna all’Ucraina». Ecco, una questione ucraina. La stessa lettura che ci ha accompagnato negli ultimi anni portandoci alle soglie del baratro. Una guerra, detta locale, finirà comunque per riversarsi altrove. È una forma di contagio. C’è stato il Vietnam e abbiamo avuto la Cambogia. Così noi abbiamo lasciato la tempesta covare nel Donbass. Adesso abbiamo un’altra guerra nel vecchio continente, perché di questo si tratta, non è laggiù da qualche parte, ma qui, mentre abbiamo passato l’ultimo anno a parlare di green pass e restrizioni. Noi liberali, davanti a una caduta economica verticale, eravamo a cavillare su chi far entrare in un luogo e chi no, additando una folgorante ripresa. Mentre un certo signore, un pazzo come si è soliti definirlo, e con le nostre crociate di epiteti facendogli più che altro ancora una volta un favore, si è preparato allo scontro, anche economico. Si è armato, ha pianificato come e dove colpire, ha previsto nei dettagli l’offensiva delle sanzioni a proprio danno. Ma ancora oggi, nonostante tutto, lo descriviamo come un improvvisato. Neppure Kissinger, neppure una parte dell’intelligence americana si sono mai sognati di interpretare così il suo modo di operare, gli obiettivi che si prefiggeva e che sono stati sempre chiari, netti, pubblicamente enunciati. Tuttavia gli attori politici hanno preferito negare, seguire altre sirene.
Dunque la guerra nel continente, la terza, non lontana, in un altrove immaginario, ma qui. La storia che si ripete. Le distruzioni sono tutte nostre, il disagio, la crisi economica colpiscono in primo luogo chi ha il proprio territorio esposto, minacciato, invaso. Allora sarebbe stato e sarebbe nostro compito non uniformarci al pensiero dominante di uno dei convenuti extra continentali, dando prova ancora una volta di non avere né identità storica né politica, ma agire mediando, per quel che ci è consentito, nell
ottica di chiudere il prima possibile ciò che diversamente si avvia al disastro.

Rileggo oggi i miei scritti da studentessa. Non so perché tra il 2007 e il 2008 mi venne da comporre per la nostra rivista letteraria due prose “orientali” sui temi della guerra e dell’esilio. Nel 2008, mentre ero a Berlino, a ridosso della prima deflagrazione economica con la crisi bancaria in America, ricordo benissimo un paio di eventi nei quali la Russia entrò fatalmente in quelle mie settimane. La morte di Solženicyn, con un titolo evocativo, solenne, goethiano, riportato dalla stampa tedesca “Russland nimmt Abschied” – conservo ancora il giornale con la prima pagina tutta dedicata al congedo dallo scrittore – e l’invasione della Georgia. Sullo scrittore russo dell’arcipelago Gulag si erano fatte polemiche proprio perché nell’ultima parte della vita aveva espresso una vicinanza a Putin. Intanto i carrarmati avanzavano nelle repubbliche orientali. Apparentemente il mondo era più pacifico, solo apparentemente. C’era anche un crollo finanziario che si preparava oltreoceano e avrebbe sovvertito tutto, di fatto generando come contraccolpo l’imposizione di una stringente troika economica in Europa. E sullargomento il mio compagno tedesco ebbe molto, molto da ridire e predire, mettendomi in guardia. E c’era la Russia, osservatrice impassibile al di sopra di tutti.
Ricordo pure le telefonate di chi aveva letto il mio pezzo su Tbilisi e in quei giorni tornava a rileggerlo. È una sensazione difficile da descrivere quando per qualche momento della propria vita si è lambiti dalla storia mentre accade. Non se ne ha piena coscienza, eppure è qualcosa che segna. Sfogliare di nuovo queste prose, adesso, mi fa uno strano effetto.  

(Di Claudia Ciardi)

 


 Kaliningrad, maggio 2007



Sogno a Tbilisi, febbraio 2008
 
 

25 febbraio 2022

Le chiare stanze (Eudaimonia)

 


Si scorge un temporale lontano nell’interno. Piove da qualche parte in mezzo alle colline e tra un po’ la pioggia bagnerà la foce. Prima o poi alla foce qualcosa arriverà. Quel che non si lasciava assecondare, non si sa per quale istinto, all’improvviso trova la sua via e una scorrevolezza che fino a poco prima non immaginava di avere. E a un bel sentimento dire «resta a lungo con me», quasi fosse una persona. Uno spazio dentro di noi ch’è simile a un bagliore sul selciato, mentre il verde intorno è preda dei sogni di occulte creature e anche gli alberi già ne bevono l’ombra. Parlare a un sentimento come si parlerebbe a qualcuno perché così e così soltanto l’anima impara a conoscersi e poi conoscerà l’altro. Traboccherà con la sua voglia sulle labbra dell’altro e si parleranno come fossero le loro prime parole. A loro sembreranno le prime parole pronunciate in vita, piene di stupore, da una nuova infanzia levigate che a loro soli è toccata in sorte. Perché è bella questa infanzia che si rivive da adulti quando insieme le tastiamo il viso e l’uno nell’altra la celebriamo, un regno che riappare, voce che risale e ci smuove dentro, fin nel sangue dell’uno e dell’altra. È come esserci sempre stati, bambini in riva al fiume tra le occulte creature, all’ombra dei rami che ridisegnano i visi, mentre i nostri corpi scivolano inghiottiti dall’onda, mentre sulle labbra affiora il presagio.
Alzarsi e aver intrecciato mani, aver sentito e sfiorato più del sentire e dello sfiorare. Il fiore rinato dell’infanzia in parole nuove che adesso nuovamente impariamo ai bordi dell’umido muro, e scale e padiglioni dove stanno appese le suole del tempo su cui fermare gli sguardi. Nel giardino dove riposano gli anni e radici e fronde dalle bocche anelanti scendono alle braccia, a dita che stringono i petti ansanti. Strisciare il passo su un tappeto di foglie come le nostre chiome sparse e ovunque portare orme sulle piste, accanto a quelle di animali che nella notte hanno rovesciato il fango. Di notte sono passati e hanno arato e sconvolto il terreno, e noi, anche noi animali, fiutando la loro traccia, il manto, il primitivo canto. Sotto il profilo di torrette gotiche accese dall’ultimo sole invernale che per qualche attimo si posa sulla cima, e a guardare lassù s’immagina un’estate o una stagione solo nostra che a nessun’altra stagione appartiene. Costeggiare l’anima del tempo, il meraviglioso tempio nella muta radura, le antiche mura che orlano l’antico sentimento che si credeva scomparso, il nitore che l’avvolge, l’amore cosparso.

Sabato mattina in città. Il noto artista di strada si è già messo al lavoro. È ancora molto presto. Dopo mesi di vuoto qualche straniero osa riaffacciarsi. È ancora molto presto, per tutto. Quei pochi camminano piano sulla via torpida. Guardano me intanto che mi sfilo i guanti, guardano il grigio della pietra. Per l’istante in cui ci osserviamo sembriamo trasfigurati. E anche il volto del Cristo rinascimentale accarezzato dalle mani del giovane artista sembra dalla pietra trapassare. Ogni nostro gesto si abbandona con lentezza, ogni rumore si fa contorno e colore e divaga, sgorga dalla figura affissa alla strada, ci prende alle spalle ma non per ferire piuttosto per dirci di restare. E questo torpore che ci stringe, questo assedio che ci vince è una strofa cantata, un’ora eletta dentro cui immolare qualcosa, un’arca che risuona. Stanza è stanza di canzone, per l’amor che muove il sole, perché la mente è lo spazio che si affina, e nel cantare una presenza che si rifà viva. Viene il sole nelle chiare stanze, tremano le tende, ed ecco l’improvviso ritrovarsi nella presenza che si rifà viva. La voce ti è guida, è la tua arte sacra. Ascoltala come madre e padre.
Abbi caro il tuo buon demone, più di tutto ti sia caro, lo scrigno che ti porge, la pazienza che ti mostra non metterle da parte. Solo lui ti comprende, è il tuo istinto, l’accordo della tua felicità. Lui sa e saprà sempre il meglio di te, perché c’è sempre stato. È in te da prima che nascessi. Il fulcro della tua immaginazione in lui risiede e quel che guardi con affetto, l’intensità e l’amore che inaspettatamente t’invadono vengono dalle sue stanze. Lui è un volto disegnato per strada, un guanto che ti sfili dalla mano, l’occhio che in quel momento sulla tua mano si posa. È il tuo tempo e più del tempo che ti è dato, forma che in te si conserva e non dissolverà. Perché lui ha memoria di tutto, lui sa il quando e il come delle cose, anche del dolore lo sa. Quando deve venire, quando avrà da cessare. In riva al fiume lo hai sentito, nella quieta radura, nelle parole che ti ha donato un giorno nella tua vita adulta perché tu avvertissi di nuovo vicini i passi dell’infanzia. E tu amalo, amalo sempre questo demone buono perché ti è padre e madre ed è lui che ti dona l’amore che incontri, l’amore che attendi, l’amore che impari.
 

(Di Claudia Ciardi)

* Eudaimonia è una prosa articolata in diverse sezioni sulla poesia, l’arte e il tempo, declinati come temi musicali, una partitura scandita da esperienze autobiografiche. Si porge qui il primo frammento.

* Per la rubrica «Calligrammi»



8 febbraio 2022

Künstlerkolonie Worpswede

 


Per chi già conosce la lingua tedesca, per chi ha voglia di migliorare la sua conoscenza ma anche per quelli che desiderano imparare. I libri d’arte sono del resto un ottimo strumento di didattica, davvero intuitivo e coinvolgente.
Frauke Berchtig firma una monografia sulla colonia di Worpswede molto chiara e scrupolosa, offrendo al contempo una panoramica dettagliata sulle opere più significative prodotte dai pittori della colonia. Ad arricchire il volume una serie di fotografie rare sull’abitato, i momenti d’incontro fra gli artisti, minute apparizioni della loro vita privata. Un insieme per certi versi inedito che ci fa sentire vicina quella comunità e l’idea fondante che ne ispirò i suoi membri.
Ecco ciò che scrisse il poeta Rainer Maria Rilke, ospite a Worpswede alla fine di agosto del 1900 insieme a Carl Hauptmann, fratello del celebre drammaturgo Gerhart: «Queste capanne sono ampiamente sparse sui lunghi argini rettilinei; sono rosse con tetti a graticcio verdi o blu, ammassate con alti e pesanti tetti di paglia e come se fossero schiacciate sulla terra dal loro carico massiccio e arruffato. Alcune si scorgono appena dai terrapieni; hanno gli alberi davanti al viso per proteggersi dai venti perpetui. Le loro finestre lampeggiano attraverso il fitto fogliame come occhi gelosi che sbirciano da una maschera scura». (Traduzione di Claudia Ciardi).
Un paesaggio rurale abitato da gente povera dove domina il potere sfrenato della natura (unbändige Naturkraft). Qui si ritirò un gruppo di giovani pittori, formati nelle accademie tradizionali e tuttavia desiderosi di prenderne le distanze, ma non intenzionati a creare un gruppo fisso e neppure una scuola (fort mit den Akademien, nieder mit den Lehrern / via le accademie, abbasso gli insegnanti). Perché la prima educatrice avrebbe dovuto tornare ad essere la natura. Peraltro la volontà di liberarsi da zavorre e sovrastrutture culturali fa parte degli eterni ritorni dell’Ottocento, da Barbizon in poi. Qui c’è anche molto di Pont-Aven, dei Nabis e dei quasi coevi Elfer (Gli Undici, nati nel 1892), precursori della Secessione di Berlino (1898). Così scrivevo nella postfazione del mio volumetto su Paula Moderson-Becker, Dentro la vita, Via del Vento edizioni, 2018: «Il progetto tedesco incline a un paesaggismo dalle suggestioni simboliste, derivato da Walter Leistikow e Lovis Corinth e filtrato dalle Secessioni, intende recuperare un rapporto armonico tra uomo e natura».
Dall’esilio di Barbizon è ormai passato mezzo secolo e il processo industriale ha consumato molte delle lacerazioni che allora erano solo agli inizi. In una lettura attenta e che si sforzi di rendere ragione alla comunità worpswediana questo dato storico non può essere ignorato. L’isolamento in una località avulsa dai ritmi urbani e ancora completamente intrisa dalle consuetudini di campagna, non rappresentava una semplice ricerca di tranquillità ma un’esigenza spirituale profonda che l’esercizio della pittura aveva il compito di assolvere.
«L’artista deve essere libero, senza libertà non può prosperare». Questa frase di Otto Modersohn è molto più di un appello, e oggi suona come un monito. L’evocativo verbo tedesco “gedeihen” (crescere bene, procedere) si pone qui come un sigillo alle condizioni necessarie per far affluire la creatività.
Nelle pagine della Berchtig la storia di questo sogno e delle sue delicate tracce, su cui ancora molto c’è da esplorare, riprende vita attraverso i volti di Fritz Overbeck, il cosiddetto pittore delle nuvole, accomunato nella sorte a Paula Modersohn-Becker per la brevità della sua esistenza, e di Heinrich Vogeler, il sognatore radicale nato in una famiglia della buona borghesia tedesca che finì i suoi giorni in Unione Sovietica, paese scelto dopo la prima guerra mondiale per partecipare attivamente alla costruzione del socialismo. E ancora, vi incontriamo la costanza che non conobbe ripensamenti di Fritz Mackensen, ecista alla maniera degli antichi, il fondatore della colonia che rimase sempre fedele al luogo per tutta la vita. Nel 1884 lo scoprì durante una prima visita e non lo lasciò fino alla sua morte nel 1953. Come anche nella devozione di Hans am Ende, l’altro worpswediano della prima ora (Urworpsweder), che espresse il suo attaccamento verso la comunità promuovendo anche iniziative per la conservazione del villaggio, perfino nelle sue architetture, attraverso la “Società di abbellimento di Worpswede” (Verschöne-rungsverein Worpswede). Ferito gravemente in guerra nel 1918, morì in un lazzeretto militare a Stettino.
Infine, ci si manifesta in tutta la sua intensità nel legame fra Otto Modersohn, il talento taciturno e riservato, e Paula, un genio fra i talenti.
«In der Kunst geht es wie in der Liebe. Je mehr man sich gibt, desto mehr man empfängt».
«Nell’arte va come nell’amore. Più si dà, più si riceve», Paula Modersohn-Becker (Dresda, 8 febbraio 1876 – Worpswede, 20 novembre 1907).

E se adesso sento in me un’onda caparbia di dolcezza, se con dolcezza poso lo sguardo sulle cose e mi sollevo sopra l’insensibile cozzare del tempo, che passa in mezzo a noi così affilato e immemore, è anche per questo soffio gentile che mi viene dall’arte, dalla vita di una giovane donna determinata.

Buon compleanno, PMB!


(Di Claudia Ciardi)



Paula e Otto Modersohn a Worpswede



Hans am Ende, Wintertag in Worpswede, um 1900




Fritz Overbeck, Hammewiesen, 1904

 


Otto Modersohn, Durchblick in der Worpsweder Wohnung, 1903 

 


 Paula Moderson-Becker, Alte Armenhäuslerin im Garten mit Glaskugel und Mohnblumen, 1906

Libro:

Frauke Berchtig, Künstlerkolonie Worpswede, Braus, Berlin, 2018


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