Visualizzazione post con etichetta notturno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta notturno. Mostra tutti i post

13 giugno 2015

Lou Andreas Salomé - Una notte

Studiare la figura di Lou e avvicinarne l’opera con il lavoro di traduzione mi ha consentito di entrare in un mondo affascinante dove si respirano l’incontro e l’estrema sintesi culturale tra oriente e occidente, tema a me molto caro. La Russia, essendo lei di origini pietroburghesi, e poi ancora la Persia (Iran), attraverso il marito, Friedrich Carl Andreas, bussano alle porte della sua patria creativa, i cui mezzi d’espressione sono la lingua e la letteratura tedesca. E tedeschi sono pure la maggioranza dei suoi sodalizi, legati ai più diversi campi del sapere, dalla politica alla medicina, fino alla conoscenza, per certi versi rivelatrice, di Sigmund Freud.
Quanto all’orientalismo, in Germania si afferma a partire da Bismarck che divenne promotore di un progetto per l’invio in Medio Oriente di rappresentanti diplomatici e militari. Affinché questo personale potesse ricevere un’adeguata preparazione, nel 1887 fu fondato a Berlino l’Istituto per le Lingue orientali. Carl Andreas ricevette il posto di professore di persiano e di turco. Era tuttavia uno studioso puro e mal si adattava alle politiche accademiche, in linea con le direttive di utilità e profitto tracciate dal governo.
Questo provocò una rottura che ebbe conseguenze non irrilevanti sul piano della sua carriera e, ancor più, del proprio sostentamento economico. La vicenda si risolse nel 1903, anno della sua riabilitazione, quando fu chiamato a ricoprire la cattedra di lingue asiatiche all’università di Gottinga.
Politica dunque, e solo in minima parte attrattiva culturale o, come fu per diversi artisti dell’epoca, moda, allusione senza coinvolgimento, esotismo estetico. Ma pure in tal caso con qualche eccezione: si pensi al polimorfismo orientaleggiante che pervade i libri della Lasker-Schüler
Lou Andreas Salomé scrisse molto, anche per bisogno come ebbe a ripetere in diverse circostanze. Assai più capace nella saggistica, le sue opere narrative non mancarono del favore di critica e lettori. La generosità degli amici che orbitavano intorno al variegato panorama editoriale tedesco, la aiutò a procurarle non solo una certa fama ma anche quei mezzi che le furono utilissimi per poter viaggiare pressoché ininterrottamente, coltivando i tanti scambi con intellettuali e artisti, vitali allo sviluppo della sua personalità.
Il giovane scrittore che legge queste cose prova un certo disagio a raffrontarle alla propria esperienza. Ne ho parlato qualche tempo fa, forse proprio sull’onda di un simile intrecciarsi, sotto i miei occhi, di non poche situazioni la cui costante era proprio la solidarietà tra studiosi. Come sarebbe possibile e pensabile oggi dalle proprie collaborazioni – almeno in Italia, ma l’aria che ho respirato fuori non mi è parsa animata da maggiore slancio – rimediare anche solo il premio, per non dire il compenso materiale, utile a spostarsi, a fare un viaggio, a raggiungere qualcuno che sia in grado a sua volta di farci sviluppare nuovi sodalizi, di insegnarci qualcosa? Mi pare abbastanza arduo. E ciò spiega anche lo scarso entusiasmo che si respira, fin troppo spesso, tra gli addetti ai lavori. Ma soprattutto, al di là delle condizioni materiali – necessarie – che in passato permettevano il realizzarsi di questi incontri, non c’era la fatica del crearsi di un rapporto, non si girava attorno alle cose, non ci si perdeva in congetture sulla convenienza di avere o meno davanti una persona: chi meritava di essere coinvolto in una discussione non veniva escluso, ma cercato e fatto arrivare dove lo si riteneva utile. A costo di disaccordi, contrasti e perfino scissioni – emblematico proprio il caso della scuola freudiana – era comunque importante stare insieme, coltivare i contatti con una certa assiduità, stimolarsi. A me pare che proprio questa sia stata la grande forza, anche e soprattutto creativa, insita nell’esaltante ventennio culturale che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento.

(Di Claudia Ciardi)



Lou Andreas Salomé, Una notte,
a cura di Claudia Ciardi,
traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer,
Via del Vento edizioni, giugno 2015
ISBN 978-88-6226-079-4
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet

Collection/ Collana «I quaderni di Via del Vento»


Di Lou Andreas Salomé, amica e compagna di numerosi intellettuali, quali Nietzsche, Rilke, Freud, moglie del noto orientalista Carl Andreas, studiosa eclettica e grande viaggiatrice, fra le pioniere della psicoterapia, queste edizioni presentano un racconto inedito in Italia. 


From the book:
«Dapprima ci pensa con ostinata amarezza, con disperato struggimento, si mette a girarci intorno, sente di essere proprio infelice, poi prova terrore e cerca inutilmente di staccarsi da lui. Crede ancora di sentire il discorso di poc’anzi ma stavolta non è solo la sua ragione a seguire le parole – l’intera atmosfera della morte scivola sopra di lei e l’afferra.
È come se fosse stata scaraventata fuori da un giardino di rose sul bordo nudo di uno strapiombo dove s’infrange il mare. Ma non è sola, piuttosto sono con lei tutte le persone – l’essere umano essenzialmente – ogni singolo essere che vive, ama e muore. Si sente legata nel pieno dell’affanno alla grande totale sofferenza di tutto l’esistere, la sua esigua, isolata pena d’amore svanisce e s’inabissa. Ora non avrebbe potuto baciare e neppure dormire. Siede, le mani intrecciate attorno alle ginocchia, e con turbati occhi aperti fissa la notte. 
Nella lampada langue il lucignolo. Si alza lentamente e lo estingue. Il cielo sopra l’ospedale inizia a tingersi lievemente di rosso. Passano bianche caliginose nubi mattutine. Dalle chiome dei castagni che si levano come una nera massa compatta si ode il basso verso assonnato di un uccello. Qua e là una finestra illuminata degli edifici laterali getta il suo bagliore nello scuro groviglio delle foglie, e un ramo carico di fiori risalta».


7 giugno 2015

Roberto Carifi - Infanzia




Roberto Carifi,
Infanzia. Poesie 1980-1983,
Raffaelli Editore, 2012


Desidero spendere qualche parola su Infanzia, raccolta di versi di Roberto Carifi, lettore e traduttore dal francese ma anche studioso di Heidegger e di alcuni tra i maggiori poeti tedeschi del Novecento come Rilke e Trakl. Il volume, ristampato da Raffaelli nel 2012, contiene le poesie del primo Carifi, quello che all’inizio degli anni Ottanta tesseva la lezione onirica, quasi oracolare, del maestro Piero Bigongiari attorno alle sintesi rilkiane, soprattutto il Rilke vorticante delle Duinesi. Un connubio che in queste prove inaugurate nel 1980 e portate a maturazione tra l’81 e l’83,  s’impone al lettore per la capacità di generare immagini ad altissimo voltaggio, spesso di non facile comprensione.
Per Bigongiari, grande “fabbro” della lirica italiana novecentesca, purtroppo ancora latamente misconosciuto presso i suoi connazionali, Carifi nutre non solo l’ammirazione verso l’artista che con generosità gli ha fatto da mentore, ma anche una profonda riconoscenza, consapevole che la parola del poeta di Via del Vento ha certamente tracciato più di un solco nel suo stesso universo lirico, aiutandolo a trovare la propria strada. Avendo avuto il piacere di sentirmi recitare da lui i versi bigongiariani, posso testimoniarne tutta la devozione, che ha peraltro contribuito anche al mio personale approfondimento di quel cosmo, influendo in parte, in ragione di alcuni simbolismi comuni, sulla mia traduzione di Georg Heym.    
Infanzia, titolo derivante dalla sezione centrale del volume – centrale non solo perché sta esattamente in mezzo alle altre, ma perché ne è il centro tematico, giunto di trasmissione che scarica la sua forze evocativa al resto dell’architettura, è un viaggio regressivo ma non in senso temporale soltanto, è piuttosto il rifluire di un immaginario che desidera uscire da se stesso, dalle coordinate della propria esperienza e della storia in cui è stretto, per contemplarsi nella propria essenza, nel punctum originis, nel momento in cui la simbiosi col mondo è possibile, ma che in Carifi rimane sfuggente, chiusa nel dramma dell’abbandono, di una lacerante solitudine, una sorta di morirsi dentro. Emblematico il richiamo al tempo aoristo (nella lingua greca antica privo di connotazione temporale) che scandisce un frammento di vita, una camminata in una piazza, ma che più ancora sembra ritmare l’intero universo carifiano, in un monito a uscire dalla catena degli eventi, a cogliere “da fuori” un istante di se stessi: «Siate senza vergogna, esatti/ come quel punto che lacera la storia».
Poetica d’impianto complesso si diceva, che richiede non poche letture, innervandosi su modelli di per sé già criptici; molti dei passaggi di Carifi, a quelle sintesi commisti, vanno avvicinati lentamente, perché avvenga l’impercettibile travaso da cantore a ascoltatore. Nasce un senso di spossatezza nel visitare gli estremi della memoria, ricorre una nostalgia emorragica per una meta ardua da raggiungere e ancor più da sviscerare nell’elaborazione poetica.
Solitarie sere paesane, giardini immobili dove palpitano brandelli recisi di vita, stanze fredde, una madre cerca di vegliare sulla casa ma resta confinata nello strappo delle stagioni, istanti di gioco sui fondali della campagna, lumini che a stento si divincolano dalla notte e sembrano interrogarsi sulle assenze: «Dietro la casa il bosco/ un lumicino copre le macerie/ dove eravamo come due facce ritagliate/ il nulla quel puro suono ci vegliava/ lungo la scala mormorava il mese». Fantasticherie orfiche intridono i ricordi e virano al nero, l’ombra di Dino Campana si allunga di tanto in tanto sui panni carifiani. Così ad esempio la chiusa del testo appena citato, «e su volando nella piazza/ chi sanguinò dall’alto un albero stellato,/ mamma che voce ringhia nella notte» risente di un passo degli Orfici, «ed ecco sentiamo ansimare/ il cuore che ci amò di più!/ Guardiamo: di già il paesaggio/ degli alberi e l’acque è notturno/ il fiume va via taciturno…/ Pùm! mamma quell’omo lassù!».
Due costanti si aggirano per l’intera raccolta a rinserrare l’allegoria apolide e atemporale del poeta, la figura dell’angelo e quella del cortile, doni tratti l’uno da Rilke l’altro da Bigongiari. L’angelo è la creatura che non ha linguaggio (in sintonia con la totale immersione nell’infanzia che è in-fari, non ha cioè la facoltà verbale), lontano dalle passioni umane, tremendo nella sua perfezione, essere-luogo dove tutto cristallizza, annullandosi: «Si gettano nelle madri/ con i visini appesi alla mischia/ dove l’angelo li dissangua/ bocca senza battaglie che ordina di non crescere». Il cortile è il microcosmo che riflette il macrocosmo, spazio interiore ed esteriore che non ha centro e dunque neppure collocazione fisica, ma elemento nodale di ogni memoria: «come un’occhiata rossa/ nei cortili fingono gioia,/ stupore: viene per noi, sorella/ quella masnada scura…», peraltro vicinissimo alla clausola di Bigongiari «la morte è questa/ occhiata fissa ai tuoi cortili» (da Pescia-Lucca). 
Quadro irrisolto, discesa nella stagione della vita che ancora non possiede la parola, dunque esercizio del dire quel che non è stato detto ma è stato, inattingibile alfabeto dell’essenza poetica.

(Di Claudia Ciardi)


Succhiano questo giallo di primavera
mentre si compie il giro
nel fracasso di ciglia
e le mani corrono dietro la nuca
finché la fanghiglia si alza,
piano, con un colpo di remi
invisibile
come una nascita… “urleranno dai pozzi
di marzo, stanati dalle prime rose”
animali trafitti nel sonno. Così fissano
i bambini, lucignoli nei cortili
di piombo e di lava
…quelle madri… chiameranno
da un capo all’altro, mischia
dei nati,
che fanno cenno dirigendosi
a Est

(Da Viaggi d’Empedocle, 1980)


Fuori dal tempo

Ciascuno ha un mistero, un ago
che lo ricuce al nulla
dove anche la notte è una luce
sventagliata sul mare
e vince
con decisione guerriera. Allora,
conficcati nell’esistenza,
guardano immobili la parola
che li trascina
fuori dal regno, di nuovo
spalancati nel marmo delle madri
sono l’orma che maledice
e fa tornare l’alba

(Da Infanzia, 1981)


Spalancati dalla luce

Forse un tempo aoristo è questa piazza
che ci raccoglie, piccoli passi
di chi farà a brandelli le stagioni
e ordina “siate senza vergogna, esatti
come quel punto che lacera la storia”
poi, spalancati dalla luce, abbiamo
un disastro da custodire
migliaia di anni in un dettato
che raduna le voci, i corpi
la pura forza gormogliata
dove il mondo è calmo
e lascia entrare il fuoco sulle terrazze
finché afferrati dall’amore stiamo,
sentinelle, sospesi all’angelo ferito

(Da Infanzia, 1980)


Related links:

Infanzia e Oriente - Kindheit und Orient

Esperienza e storia (riflessioni a partire da Giorgio Agamben, Infanzia e storia)

Piero Bigongiari - Cento anni di poesia

Holzwege - Questione di sentieri

Valerio Gelli - La poesia del disegno


15 settembre 2013

Ghiannis Ritsos e Heinrich Heine – Canto alla notte


Offro volentieri a lettrici e lettori, sebbene con un discreto ritardo rispetto alla data d’uscita, un assaggio di alcune delle voci che si incontrano nel numero 284 (luglio-agosto) di Poesia, la rivista edita da Crocetti. Il ‘paganesimo notturno’ di Ghiannis Ritsos, la tormentata sensibilità di Heinrich Heine, l’omaggio a Sarah Kirsch, scomparsa il 15 maggio scorso, la richiesta di aiuto per Franco Loi. 




«Quali siano la potenza e il significato del simbolo nella poesia di Ghiannis Ritsos, è detto limpidamente nella postfazione di Chrisa Prokopaki al libro Molto tardi nella notte, ultima raccolta di poesie del poeta greco prima della morte, avvenuta nel 1990. Nella Grecia antica, il simbolo (da syn-ballo, “metto insieme, ricompongo”) era un segno di riconoscimento, una tessera di ospitalità. Si spezzava un listello di legno o di avorio, in modo che gli orli si sfrangiassero irregolarmente. A distanza di tempo e di spazio, i due lembi, combaciando perfetti, garantivano l’identità di chi aveva contratto vincoli di amicizia e di alleanza. Nella comunicazione e in poesia, il simbolo è un collante allegorico, tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga. Quando i due frammenti si congiungono, la verità esplode».

[…]

«La poesia di Ritsos concede ampio spazio alla notte. E le notti greche offrono lune sgargianti come teglie tirate a lucido. Con le sue ventuno ricorrenze in questo libro, la luna è uno degli oggetti-simbolo più penetranti. Ma non sfoggia più la potenza trionfale di cui godeva in altre occasioni. Il Funambolo e la Luna, monologo drammatico, opera chiave dell’arte di Ritsos, ne è l’apoteosi. L’astro notturno, enorme diamante del cielo, era in questi versi vita, bellezza, verità, poesia: la meta sfavillante verso cui l’acrobata, il poeta, orientava impavido la sua ascensione sulla fune, bilanciandosi con l’asta del canto. Ora si è come inaridita […]».

Di Ezio Savino


Della campagna

Questi volti, sorpresi dallo splendore del sole,
dal fogliame folto, dalle molte cicale,
dalle graziose sconsideratezze dei passeri,
restano immobili, incerti
se cambiare posizione. Perché poco sotto, sul fiume,
i tre vetturini si lavano i piedi, mentre i loro cavalli,
le orecchie tese e le criniere quiete,
guardano il cielo limpido con una suprema erezione. Più tardi
arrivò il postino del villaggio, le vecchie si adunarono sul ponte
e sopra le loro vesti nere si udirono
le campane a lutto di Santa Pelaghìa.

Karlòvasi, 11.7.’87


Vecchiaia

Ah, sì, invecchiano anche le statue e le poesie.
Molti avevano preso parte a quella storia –
uomini, animali, bambini, fiumi, alberi,
ragazzi e ragazze con motociclette, due papere bianche,
il matto silenzioso con una cicca e una galletta;
ed era un mezzogiorno estivo d’oro e sventolavano
le piume della gallina sgozzata luccicando in aria,
e la zia Evanghelìa in cucina puliva le bamie,
e una grossa farfalla si posò sulla saliera.
Nessuno, proprio nessuno allora sapeva
che il transitorio passa nel mito. Alla stazione del treno
venne a sedersi su una panchina una vecchia vestita di nero
che teneva sul grembiule un cesto d’uova come se fosse
l’unica cosa che aveva al mondo. Si addormentò lì.
Qualcuno di passaggio le rubò il cesto. E cadde la notte.
Ah, sì, invecchiano anche le statue e le poesie e i ricordi degli eroi.

Karlòvasi, 23.7.’87

Traduzione di Nicola Crocetti
******

«Cittadino tedesco di famiglia ebraica, inviso alle autorità prussiane per la potenza critica del suo pensiero, costretto dalla necessità di integrazione ad accettare un battesimo protestante che non soltanto gli mutò il nome da Harry in Heinrich, ma che di fatto lo rese “odiato tra i cristiani e gli ebrei” (così Heine in una lettera all’amico Moser) senza tuttavia aprirgli la strada verso l’agognata carriera accademica; esule per propria scelta a Parigi, costretto a letto – paralizzato – negli ultimi otto anni di vita; polemista, giornalista, saggista, autore di liriche tanto belle e conosciute che già nel 1897, a cento anni dalla nascita del poeta, il critico danese Georg Brandes ne contò 3.000 adattamenti musicali (liriche che perfino ai tempi del nazismo non poterono essere escluse dalle antologie scolastiche e vi vennero perciò inserite come ‘anonime’), Heine si percepì effettivamente sempre innanzitutto come ‘poeta’ e come ‘poeta tedesco’».

[…]

«Il poeta, insomma, e soprattutto il poeta descritto da Heine, è un essere dilacerato, zerrissen in tedesco, e come lo stesso Heine afferma in I bagni di Lucca la sua Zerrissenheit, ovvero il suo tormento interiore, racchiude il dolore suo e di tutta la sua epoca: l’epoca della Restaurazione, che abolì le riforme civili introdotte da Napoleone anche in Germania (tra queste, l’editto di emancipazione degli ebrei emanato, nel 1822, reintrodusse il divieto di accedere all’insegnamento scolastico e universitario); l’epoca della transizione dal ricco patrimonio culturale illuministico-romantico all’incipiente rivoluzione industriale (si ricordi che Heine fu in contatto con Marx e a Parigi fu vicino agli ambienti saint-simonisti); l’epoca che in Francia, dopo la Rivoluzione e l’epopea napoleonica, portò alla monarchia di luglio, che tanto incuriosì Heine da indurlo, proprio nel 1831, a trasferirsi a Parigi, dove fu accolto come una personalità di riguardo nei migliori salotti, e dove Luigi Filippo gli concesse un vitalizio; l’epoca che in tutta Europa sfociò nelle rivoluzioni del 1848».

Di Simonetta Carusi


Ein Fichtenbaum steht einsam
Im Norden auf kahler Höh’.
Ihn schläfert; mit weißer Decke
Umhüllen ihn Eis und Schnee.

Er träumt von einer Palme,
Die, fern im Morgenland,
Einsam und schweigend trauert
Auf  brennender Felsenwand.


Un pino solo, al nord,
sta su una vetta brulla.
Ha sonno, e ghiaccio e neve
lo ammantano di bianco.

E sogna di una palma,
nel più remoto Oriente,
che, sola, tace e soffre
su una roccia rovente.

(1822)


An dem stillen Meersstrande
Ist die Nacht heraufgezogen,
Und der Mond bricht aus den Wolken,
Und es flüstert aus den Wogen:

Jener Mensch dort, ist er närrisch,
Oder ist er gar verliebet,
Denn er schaut so trüb und heiter,
Heiter und zugleich betrübet?

Doch der Mond der lacht herunter,
Und mit heller Stimme spricht er:
Jener ist verliebt und närrisch,
Und noch obendrein ein Dichter.


Sulla riva del mare silente
si è levata la notte, e la luna
si fa largo attraverso le nubi,
e si sente sussurrare i flutti:

quell’uomo, laggiù, certo è un pazzo,
o deve essere innamorato,
perché ha l’aria avvilita e contenta,
è contento ed è insieme avvilito?

E la luna guardandolo ride,
e con limpida voce dichiara:
quello è innamorato ed è pazzo,
e per giunta è anche un poeta.

(1833)

Traduzione di Simonetta Carusi


Mann und Frau den Mond betrachtend

Man and Woman contemplating the moon
Date c. 1818/1824

Ricordo di Sarah Kirsch

a cura di Angela Urbano


«Il difficile rapporto con la dirigenza comunista raggiunse il punto di non ritorno quando Sarah Kirsch, come molti intellettuali del suo Paese, firmò la petizione contro l’espulsione della DDR del poeta e cantautore Wolf Biermann. Invitata a lasciare la DDR, nel 1977 si trasferì a Berlino Ovest, anche per ragioni sentimentali. Cominciò a viaggiare: Provenza, Roma (fu borsista a Villa Massimo), Camargue, Stati Uniti. Ne tornò con l’impressione di un Occidente straniante, chiassoso e scollegato dai bisogni più importanti e vitali dell’uomo, e decise di stabilirsi nel piccolo centro di Heide.
La poesia di Sarah Kirsch sembra dotata del potere magico di trovare una modalità esistenziale in una natura piena di elementi fiabeschi, vegetali e animali. Era un mondo che la Kirsch conosceva bene, sia per la sua formazione scientifica sia per le sue origini: la sua regione nativa, l’Harz, è un luogo pieno di foreste, lussureggianti e misteriose, come quelle delle fiabe dei fratelli Grimm. […] Ha scritto racconti, anche autobiografici, e prose liriche, ha tradotto diversi poeti russi (tra cui Anna Achmatova, Bella Achmadulina, Aleksandr Blok) e si è dedicata alla pittura. Numerosi i riconoscimenti che le sono stati assegnati, tra cui il premio Hölderlin».

******

Della rubrica curata da Angela Urbano mi colpisce un trafiletto dedicato a Franco Loi, voce antica e preziosa della poesia milanese. Nell’Italia sempre più occupata a tenere a bada gli incubi del collassante debito pubblico e della guerra degli spread, capita che un poeta sia costretto a lasciare la sua casa, perdendo molti dei libri accumulati in anni di studio e profonda devozione per la propria arte ma anche per la propria città. L’amara vicenda che sconvolge la vita di Loi rispecchia la sindrome di un tempo disattento e sconcertante, che ha un rapporto malato con tutto quanto scaturisce dall’interiore: le manifestazioni creative, i sentimenti, la pratica dell’onestà nei confronti del prossimo sono caratteristiche accessorie e, quando esistono, causano perfino qualche imbarazzo. Nella loro spontaneità, del tutto inusitata per questi anni di implosioni umane, si tende quasi sempre a leggere una forma di dolo, un tranello, nella migliore delle ipotesi degli strumenti in grado di servire inconfessabili convenienze personali. Ma, cosa anche peggiore, qualora queste povere e sfilacciate emozioni e gioie individuali abbiano superato l’ordalia, e tocchi decretarne con fastidio l’autenticità, scattano altre e più sconvolgenti misure per reprimerle. Il che non sorprenderà in un occidente così ossessionato dalla possibilità che qualche sentimento vivo, stanco di andarsene ramingo, decida di ricordarci cosa siamo diventati e magari ci “detti dentro” come uscire dalla catastrofe.
Allora immagino l’anziano Loi angosciato dal pensiero del suo trasloco, lo immagino così, accorato e triste nella distratta e anonima estate italiana, un’estate stanca e bugiarda, che parla di ripresine da solstizio d’inverno e ci tiene a dire che i suoi ministri per quest’anno sono “poco abbronzati”.
Sì, è vero, meglio reprimere se questo serve ancora a bearci di qualche illusione e soprattutto a restare indifferenti mentre i poeti, i cassaintegrati, e tante altre persone perbene perdono la loro casa, la loro dignità, la loro vita.
L’importante è che si faccia silenzio.

(Di Claudia Ciardi)


(Scelta del testo a cura di Claudia Ciardi)

Marcanagg i politegh secca ball,
cossa serv tanc descors, tance reson?
Già on bast infin di facc boeugna portall,
e l’è inutel pensà de fà el patron;

e quand sto bast ghe l’emm d’avè suj spall
eternament e senza remission
cossa ne importa a nun ch’el sia d’on gall,
d’on’aquila, d’on’oca, o d’on cappon.

Per mì credi che el mej el possa vess
el partii de fà el quoniam, e pregà
de no barattà tant el bast despess,

se de nò, col postà da on sit all’olter
i durezz di travers, reussirà
on spellament puttasca e nagott olter.

(Carlo Porta, Milano, 15 giugno 1775 – Milano, 5 gennaio 1821)


«Uno dei più importanti poeti italiani viventi, Franco Loi, che dal 1937 risiede a Milano e ha fatto del dialetto milanese la lingua della sua poesia, è in procinto di lasciare la sua casa di viale Misurata perché non riesce a fare fronte ai suoi costi. Nel trasferimento sarà anche costretto a liberarsi di buona parte dei libri della sua biblioteca. È speranza degli amici, dei conoscenti e dei lettori che lo stimano che un’iniziativa privata o pubblica possa porre rimedio a questa mancanza di riconoscimento verso l’opera di un poeta che ha dato tanto in primo luogo alla città di Milano e all’intero Paese, distinguendosi nel panorama letterario e culturale nazionale e internazionale».

(Di Angela Urbano)


Franco Loi 

1 marzo 2013

Notturni - Nocturnes



Gustav Klimt (Baumgartner, Wien, 1862 - Wien 1918)
Bauernhaus mit Birken
Casa colonica con betulle

Il "Notturno" di Alcmane (fr. 89 P)

                             εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες

                             πρώονές τε καὶ χαράδραι

                             φῦλά τʼ ἑρπέτ' ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα

                             θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν

                             καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·

                             εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.
Alcmane di Sparta
(seconda metà del VII secolo a.C.)
Dormono le cime dei monti e le forre
le vette e i dirupi
e gli animali quanti la nera terra ne nutre,
le fiere selvatiche e la stirpe delle api
e nei fondali del ribollente mare i mostri;
degli uccelli con le stese ali riposan gli stormi.
(Traduzione di Claudia Ciardi)

Aen. IV, 522-527

Nox erat et placidum carpebant fessa soporem
corpora per terras, siluaeque et saeua quierant
aequora, cum medio uoluuntur sidera lapsu,
cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque uolucres,               525
quaeque lacus late liquidos quaeque aspera dumis
rura tenent, somno positae sub nocte silenti.

Virgilio
(Andes, 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.)

Era notte e un dolce sopore gli affaticati corpi prendeva
nelle contrade della terra, e le selve e le inquiete distese del mare
tacevano, quando a mezzo del giro gli astri son volti,
quando ogni campo riposa, le bestie e i variopinti uccelli,
che ovunque i limpidi laghi abitano e le incolte campagne,
in notte silente nel sonno deposti.

(Traduzione di Claudia Ciardi)


Hymnen an die Nacht, III

Einst da ich bittre Thränen vergoß,
da in Schmerz aufgelöst meine Hoffnung zerrann,
und ich einsam stand am dürren Hügel, der in engen,
dunkeln Raum die Gestalt meines Lebens barg – Einsam,
wie noch kein Einsamer war, von unsäglicher Angst
getrieben – Kraftlos, nur ein Gedanken des Elends noch. –
Wie ich da nach Hülfe umherschaute, Vorwärts nicht könnte
und rückwärts nicht, und am fliehenden, verlöschten Leben
mit unendlicher Sehnsucht hing: – da kam aus blauen Fernen –

Von den Höhen meiner alten Seligkeit ein Dämmerungs Schauer –
Und mit einemmale riß das Band der Geburt – des
Lichtes Fessel. Hin floh die irdische Herrlichkeit und
meine Trauer mit ihr – Zusammen floß die Wehmuth
in eine neue, unergründliche Welt – Du Nachtbegeisterung,
Schlummer des Himmels kamst über mich –
Die Gegend hob sich sacht empor; über der Gegend
schwebte mein entbundner, neugeborner Geist. Zur Staubwolke
wurde der Hügel – durch die Wolke sah ich die
verklärten Züge der Geliebten. In ihren Augen
ruhte die Ewigkeit – ich faßte ihre Hände, und die
Thränen wurden ein funkelndes, unzerreißliches
Band. Jahrtausende zogen abwärts in die Ferne,
wie Ungewitter. An Ihrem Halse weint ich dem
neuen Leben entzückende Thränen. – Es war der
erste, einzige Traum – und erst seitdem fühl
ich ewigen, unwandelbaren Glauben an den
Himmel der Nacht und sein Licht, die Geliebte.


Un giorno che versavo amare lacrime,
che in dolore disciolta svaniva,
la mia speranza, ed io stavo solitario presso l’arido tumulo
che in un breve oscuro spazio chiudeva la forma della mia vita –
solitario come nessuno era mai stato, sospinto da indicibile angoscia –
privo di forze, in me soltanto un senso di miseria,
come mi guardavo intorno cercando aiuto, non potevo
avanzare né indietreggiare, e mi aggrappavo alla fuggente vita,
spenta con infinita nostalgia: –  allora venne dalle azzurre lontananze –
dalle altezze della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare –
si spezzò d’un tratto il vicolo della nascita – la catena della luce.
Svanì la magnificenza terrestre e il mio lutto con lei –
confluì in un mondo nuovo e impenetrabile la malinconia –
e tu, estasi della notte, sopore del cielo scendesti su di me –
la contrada lentamente si sollevò; e sulla contrada aleggiò
il mio spirito nuovo, liberato. Il tumulo divenne una nube di
polvere – attraverso la nube io vidi
le fattezze trasfigurare dell’amata. Nei suoi occhi
posava l’eternità – afferrai le sue mani,
e le lacrime divennero un vincolo scintillante, inscindibile.
Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo
piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu questo il primo,
unico sogno – e da allora sento un’eterna, immutabile fede nel
cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

Novalis (* 2. Mai 1772 auf Schloss Oberwiederstedt; † 25. März 1801 in Weißenfels)


La notte fiorentina

Se due amanti
abbracciati ritornano a soffrire,
se non sei che quello che hai portato,
se la terra attende, e il vento torna
a fischiare pei morti,
gelato e rosso come un garofano.
un fiore spende muto il suo profumo
sopra un petto che respira atono,
tu stessa muterai, non sarai più
né un bene né un male impossibile,
se il vento rintocca nelle corti
come un rullo sordo e opaco di tamburo,
un ululo fedele accanto al muro
del padrone addormentato.

(27 febbraio 1946)

Piero Bigongiari (Navacchio, 15 ottobre 1914 – Firenze, 7 ottobre 1947)

* Si veda anche:
Piero Bigongiari, Favola e altre poesie, Via del Vento edizioni, dicembre 2007
collana «Le Streghe»


Nyx

A Louise anch’essa di Lione e d’Italia

O mie notti, o nere attese
o audace paese, o segreti ostinati
o lunghi sguardi, o lampeggianti nubi
o volo dato oltre gl’impenetrabili cieli.

O gran desiderio, o sparsa meraviglia
o bel passaggio dell’incantato spirito
o male peggiore, o scesa grazia
o schiusa porta da nessuno mai varcata

non so perché muoio e annego
prima d’entrare nell’eterna sosta.
Non so di chi sono la preda,
non so di chi sono l’amore.

(5 novembre 1934)

Catherine Pozzi
(Paris, 13 July 1882 - 3 December 1934)

«La parola, che si aggira al bordo di quell’«abisso infinito» del sentire in cui ci si ritrova perduti e divisi, tanto somigliante all’immobile indistinta temporalità dell’«abisso d’infanzia», alla quale sovente ritorna il pensiero della Pozzi, ha bisogno di essere evocata con voce flebile. Eppure questo tono solo all’apparenza sommesso, questa sotterranea religione del cuore sempre a un passo dallo sconfessare il proprio credo o dall’attribuirgli un valore eterno, contiene a fatica la forza di uno slancio sentimentale che del resto intride l’intera opera della poetessa».
Dalla postfazione – Con la voce della notte  (di Claudia Ciardi)



Catherine  Pozzi, Nyx e altre poesie
A cura e traduzione di Claudia Ciardi
 pag. 36,
ISBN 978-88-6226-068-8
Euro 4,00
Collana «Acquamarina»
volumetto n° 48

Scheda/ Book snippet



Catherine Pozzi, «Corriere della Sera», venerdì 8 febbraio 2013


Ida Travi - Catherine Pozzi, «Il Manifesto», sabato 20 aprile 2013

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...