8 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (I)


Presentiamo in due parti una breve riflessione sulla crisi in Ucraina. Desideriamo mettere per scritto qualche idea che ci è venuta da diverse letture, più intensamente condotte a cominciare dal bagno di sangue dello scorso 20 febbraio, quando i cecchini hanno preso di mira i manifestanti di Majdan, lasciando per strada cento morti e cinquecento feriti. Delle tante immagini registrate dagli inviati nel disastro di quelle ore, una ci ha colpito in modo particolare perché coglie in pieno molte delle stridenti contraddizioni del nostro tempo: «Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati». Tempo fa in un reportage dal Medio Oriente, leggevamo che in un quartiere di Baghdad, una città che nel corso del 2013 è stata martoriata da una terribile sequela di attentati, dove ancora le interruzioni di corrente elettrica si protraggono per buona parte della giornata, esiste un centro commerciale superlusso, protetto da guardie armate, in cui è possibile togliersi più di uno sfizio, come acquistare un profumo per sessantacinque dollari. Il consumismo arriva dappertutto e, a quanto sembra, la convivenza con la morte non incide affatto sulle sue caratteristiche. 
Difficile analizzare tutto questo. In prima battuta, si resta più che altro disorientati.
L’Ucraina si è finora rivelata un pantano per la diplomazia internazionale, che comunque dall’una e dall’altra sponda pare abbia lavorato senza sforzarsi più di tanto e senza variare di una virgola modelli preconfezionati e ormai scaduti.   
Che la frontiera orientale sia una soglia inquieta e un cosmo assolutamente peculiare ce lo spiega in maniera straordinaria Joseph Roth nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky, romanzo del 1932, nel quale è rievocata la fine dell’impero austro-ungarico. A lui dedicheremo il nostro secondo articolo.
Qui ci limitiamo a sottolineare che la questione ucraina è uno strascico della prima guerra mondiale. Questa eredità problematica trova spazio nell’opera rothiana, la quale si chiude non a caso con lo scoppio del conflitto che sorprende i reparti austriaci proprio al confine tra Russia e Ucraina. La lunga mano della guerra si stende gradualmente sui personaggi, braccandoli sempre più da vicino fino all’inevitabile confronto con la morte. È la cronaca, se vogliamo, di uno scivolamento della storia verso un compimento annunciato.
Vogliamo quindi riproporre e discutere la conclusione del romanzo, perché ci sembra compendiare ciò che al momento accade in questa agitata frontiera del vecchio continente. Ma su tale aspetto ci soffermeremo la prossima volta.

 
Kiev-Pechersk, 1895


Ogni settimana che passa, districarsi nel pasticcio ucraino è impresa sempre più difficile. Osservatori, analisti, diplomatici non fanno in tempo a disegnare scenari e ipotizzare soluzioni, che puntualmente, poche ore dopo, il banco salta. Ultima delle tante clamorose retromarce che hanno costellato il tesissimo dialogo tra cancellerie occidentali e vertici russi, l’accordo di Ginevra lo scorso 17 aprile. Tre giorni dopo, uno scontro a fuoco nella città separatista di Sloviansk, ha quasi mandato tutto a monte. Forse però, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che ciò che è stato siglato in Svizzera un paio di settimane fa, solo con un grande esercizio di fantasia delle parti avrebbe potuto tradursi in una seria soluzione del problema. Firmare una carta affatto stringente sul disarmo, priva di indicazioni pratiche su come si sarebbe dovuto realizzare sul campo, senza pertanto spingere la Russia a scoprirsi e a mettere nero su bianco una collaborazione fattiva con il governo ucraino in tale senso, ha regalato parecchi punti a chi scommette sul caos in Ucraina. E si sta facendo anche di peggio. I tentennamenti dell’Occidente, dentro i quali si annida una preoccupante stanchezza nella gestione delle crisi internazionali – al di là delle sanzioni pare esserci poca lucidità per considerare altro – rischiano di arare il terreno proprio a quella violenza che può far da alibi a qualsiasi escalation. Ogni volta che leggo di nuove sparatorie nell’est dell’Ucraina, non posso far a meno di pensare alle alacri manovre del regime hitleriano per creare il proprio casus belli con la Polonia. Ricordiamo, a titolo d’esempio di quella torbida stagione, l’incidente del 10 agosto 1939, quando Reinard Heydrich in persona ordinò a Alfred Naujocks, Sturmbannführer, oltre che futuro terrorista e falsario, di inscenare con i suoi agenti un atto di sabotaggio nella zona di confine, alla stazione radio di Geiwitz. I retroscena di questo episodio, in cui le SS lasciarono il cadavere di un militare polacco sul luogo dell’attentato come prova della paternità dell’azione, vennero poi alla luce in seguito alle deposizioni rilasciate da Naujocks al processo di Norimberga.
Eppure nel “grande gioco” tra Oriente e Occidente lo stesso Putin è una pedina che organizza mosse contraddittorie, le quali tradiscono, oltre i roboanti proclami, l’assenza di una vera e propria strategia. Al di là del principio vecchio di una decina di anni, formulato da Vladislav Surkov, ideologo dell’attuale regime russo, secondo cui la sovranità non è solo un diritto ma una capacità, non si intravede in alcun modo come, facendo leva su questa teoria politica, possano essere elaborati nuovi e concreti indirizzi per affrontare i problemi che stanno sul tavolo – l’Ucraina ma anche la Siria, situazioni tra loro sempre più pericolosamente allacciate.
La base navale di Sebastopoli (Crimea) ospita la flotta russa dal 1738. Il contingente militare presente in città è di 14.000 unità. Porto da sempre strategico per la Russia, dal momento che attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli le assicura in inverno uno sbocco nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano, quando le basi del Baltico e del Mar Bianco sono impraticabili a causa del ghiaccio, la sua importanza si è improvvisamente accresciuta nel marzo 2011, all’inizio del conflitto siriano. Da qui infatti Mosca coordina i movimenti della propria flotta a Tartus e Latakia.
Putin sembra smanioso di usare l’Ucraina per una dimostrazione di forza, sia nei confronti degli occidentali, rei di aver smarrito leadership e integrità morale, sia verso i propri nemici interni – non è da sottovalutare il rinfocolarsi del terrorismo nell’area caucasica; così stando le cose salta qualsiasi lettura “lineare” del conflitto. Quando in politica estera c’è in ballo l’emotività, e la Russia putiniana nell’attuale vicenda ne mescola molta al già di per sé confuso corso degli eventi, allora è possibile tutto e il contrario di tutto. Ci si interroga se dietro l’atteggiamento russo non vi sia l’intento di alzare la posta in gioco, per proporre agli occidentali un rinnovato patto sulle grandi crisi e la cooperazione in Europa. Potrebbe darsi, ma va detto che in una fase tanto concitata andare al rilancio è quasi come entrare in una polveriera con un fiammifero acceso. Fatti presenti questi elementi, persino buona parte dell’armamentario da guerra fredda, frequentemente tirato in ballo da tanti che scrivono sulla crisi, va adattato a un contesto per molti aspetti inedito. Si ha l’impressione, semmai, che lo stesso capo del Cremlino, a corto di argomenti, si spinga sul filo delle allusioni a quel clima per seppellire ogni trattativa sul nascere.  
Negli stalli delle situazioni siriana e ucraina – da una parte una guerra civile cruenta che va avanti da tre anni nell’indifferenza generale, dall’altra una guerra civile che rischia di deflagrare e avere un decorso non meno lungo e drammatico – si scontano inoltre diversi omissis e errori nelle relazioni tra Russia e Occidente degli ultimi vent’anni. Con la fine della guerra fredda si è continuato a trattare i russi come nemici sconfitti. Nel 1991 diversi sondaggi indicavano che l’80% della popolazione russa aveva una buona opinione degli americani. Nel ’99 il dato si era ridotto al 20%. Nel 2000, quando è andato al potere, le posizioni di Putin erano tutto sommato concilianti verso l’Occidente. Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan e smobilitato le basi sovietiche a Cuba e in Vietnam. L’eterno belligerante George W. Bush ha subito ringraziato con delle mosse alquanto discutibili, espandendo la Nato nel Baltico e nei Balcani, decidendo l’invasione dell’Iraq senza il mandato dell’Onu, dando sostegno alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan. Questi pasticci hanno creato un circolo vizioso che influisce tuttora sui rapporti USA-Russia e inevitabilmente fa traballare i negoziati.
Non è infine trascurabile la complicata situazione economica in cui versa l’Ucraina. I debiti pesano e, lo si è visto, vengono agitati come uno spauracchio dai russi che promettono di rimpinguare le casse di Kiev. Ma tra il dire e il fare, si infila sempre quella tentazione propagandista che sposta i termini della questione. La rabbia degli ucraini si è indirizzata principalmente alla corruzione della propria classe dirigente, uno stato d’animo che in questo momento scuote e risveglia le coscienze di molti popoli in diverse parti del mondo. Majdan ha convogliato buona parte di questa frustrazione e del rifiuto di uno stato corrotto. Non lo si è detto né scritto abbastanza. Di fronte a tale problema, l’Europa non può pensare che il compitino del Fondo monetario pervenuto al ministero dell’economia ucraino possa far cambiare l’aria che si respira nel paese.
Nei futuri incontri diplomatici bisognerà tenerlo ben presente e cominciare a mettere a fuoco una via percorribile, se si vogliono neutralizzare certi proclami russi. Sarebbe inoltre auspicabile un ravvedimento di entrambe le parti – a ovest si dovrebbe fare uno sforzo di volontà e lavorare in maniera un po’ meno scoordinata e sorniona di quanto si è visto finora, a est si spera che più di qualcuno si stia accorgendo di aver imboccato un vicolo cieco.

(Di Claudia Ciardi)





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Il Caffè geopoliticoDossier Ucraina


«La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, strategico-militare, mediatico e vi presentiamo una serie di contenuti speciali con opinioni, foto e video per capire meglio»


A cura di Claudia Ciardi:

L'estrema destra "forconista" in Piazza Majdan c'è stata e c'è. La propaganda putiniana ne ha fatto una clamorosa strumentalizzazione, promuovendo la crociata contro i "fascisti di Kiev". Tuttavia non pochi opinionisti occidentali, in maniera altrettanto scorretta, hanno preferito glissare su una presenza molto scomoda.
Si veda l'utile sintesi di Guido Caldiron, «Il Manifesto», 21. 2. 2014: «Macerie d'Europa. L'estrema destra vuole l'escalation».

In questo blog:

«Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali».

«Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione».

4 maggio 2014

Grand Budapest Hotel




Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Adrien Brody
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: USA
Anno: 2014
Durata: 99 min




Omaggio alle opere di Stefan Zweig, cui il film si ispira, il regista Wes Anderson confeziona un’opera brillante in grado di suscitare simpatie e consensi tra il pubblico europeo. Lo conferma l’attenzione che gli ha riservato la 64ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, scegliendolo come film d’apertura e conferendogli il Gran premio della giuria.
Storia, atmosfera, trovate, costumi, gli ingredienti si amalgamano a meraviglia come nella pasticceria di Mendl's, i cui dolcetti fungono da bizzarro e gustoso trait d’union del racconto. E in effetti tutta la vicenda, nonostante certi sviluppi drammatici, pur sempre giocati su toni noir-grotteschi, ha la stessa consistenza di una zuccherosa decorazione per torte. C’è molta narrativa tedesca del Novecento nel lavoro degli sceneggiatori; oltre alla voce di Zweig, si coglie abbastanza nitidamente più di uno spunto dall’Hotel Savoy di Roth, e forse in generale dalla scrittura rothiana. La figura del concierge raffinato e intraprendente, affiancato dal suo giovane boy tuttofare, è un duo straordinariamente immortalato dal grande romanziere austriaco. Ma azzarderei anche un parallelo tra la giovane, bella e mite Agathe, «con una voglia a forma di Messico sulla guancia», pasticciera a tempo pieno da Mendl's, e l’eterea controparte di Ulrich nel musiliano L’uomo senza qualità.
Nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka si respira aria di Mitteleuropa a pieni polmoni, con qualche merletto in stile Finis Austriae, ma anche con tutti i lugubri paramenti di un’aristocrazia avviata al tramonto, attorno alla quale girano venti di guerra e losche figure di criminali senza scrupoli, ingaggiati da eredi desiderosi di godersi le ultime fortune di famiglia. Le clienti dell’impeccabile, a tratti perfino stucchevole Monsieur Gustave, imbevuto di etichetta, affettazione e poesia romantica sono infatti anziane ricchissime vedove in cerca di consolazione, anche sessuale, presso il loro affabile quanto discreto padrone di casa. Il Grand Budapest Hotel appare quindi fin da subito un luogo dove si consuma una clamorosa illusione in cui va dissolvendosi un’epoca, ma Anderson ama anche rappresentarcelo come una specie di baluardo nel quale vige un codice che aspira a tenere lontana la violenza del mondo esterno; e qui si scorge più di un riferimento all’ascesa delle dittature in Europa.
Quando ci si ritrova a cena nel salone ormai vuoto dell’albergo, e diversi lustri sono passati dall’avventurosa storia che coinvolse il solerte Gustave, il vecchio Zero Moustafa, il suo boy, ha preso le sembianze di uno degli ultimi viaggiatori dell’Orient-Express, consapevole che presto, al capolinea, bisognerà consegnare una volta e per tutte il mito che da sempre lo accompagna.
Lo splendore del Budapest è morto e sepolto. Incombono espropriazioni e svendite immobiliari, in un raggelante scenario di austerità sovietica. Al tavolo le portate sfilano senza ostentazione, il racconto di Zero scivola via, inghiottito dal silenzio della sala. Solo la deliziosa glassa di Mendl's riaffiora, non si sa per quale miracolo e soprattutto per mano di chi, sopravvissuta ai rovesci della storia e alla perdita dell’amore (Agathe) e dell’amico (Gustave).
La trama, relativamente semplice, si impreziosisce di colpi di scena che tengono costantemente il film su un ritmo elevato. Gustave si trova coinvolto nelle guerre familiari scatenate dalla morte di una delle sue facoltose amiche, proprietaria del fantomatico Schloss Lutz. In realtà dietro la vicenda si nasconde l’orribile crimine del figlio di lei, Dmitri – un irresistibile Adrien Brody – smanioso di seppellire la vecchia per impadronirsi dell’eredità. Accusato di circuire vedove sole e inconsolabili, i sospetti cadono dapprima su Gustave, cui per testamento spetta un dipinto rinascimentale di straordinario valore. Mentre si cerca di far luce sul caso, l’innocente Gustave finisce in carcere da dove organizza una spettacolare fuga insieme ad alcuni compagni: e qui ha origine una sequenza di assoluto spasso che va dalla notte dell’evasione alla “catena umana” per mezzo della quale i portieri di tutti i più importanti alberghi della provincia riescono a far arrivare una macchina con autista e il profumo preferito di Monsieur Gustave, capriccio cui non sa rinunciare neppure in situazioni estreme, per trarlo in salvo. Nel frattempo piovono omicidi, commissionati da Dmitri a un sicario di professione – e anche in questa figura che viaggia a bordo di una motocicletta modello BMW, vestito di impermeabile nero, bardato di tirapugni adorni di teschi non è difficile scorgere una ‘citazione’ del nazista sanguinario e spietato.
Vale la pena fare un appunto anche sul modo di parlare di Monsieur Gustave, altra metafora della dissoluzione di un’epoca e di un modo di essere che attraverso l’attaccamento alla parola scelta, a certi vezzi ridondanti e vacui del parlare, cerca di colmare un vuoto ben più spaventoso, quello dell’ignoranza. In questo senso, le sparate di Gustave ipnotizzano l’ascoltatore che nel corso del film impara ad amarle. Ma anche qui Anders è sottile nell’intrecciare ironia e disincanto. Infatti, ogni volta che si tenta di fare un discorso aulico o di declamare dei versi, accade qualcosa che costringe a interrompere. E il momento clou, che ci mette sotto gli occhi l’eterna perversione del mondo, è proprio legato all’attraversamento della frontiera. Nelle due occasioni in cui i protagonisti tentano di raggiungere in treno Lutz, le due guerre mondiali sono alle porte. La storia incalza il nobile cuore romantico di Gustave, e la sua sete di poesia non può nulla contro i gendarmi che con brutalità gli perquisiscono lo scompartimento. La seconda irruzione gli sarà fatale.
Come si diceva, gli ingredienti per far funzionare il film ci sono tutti, e i componenti del cast sembrano aver cuciti addosso i loro ruoli. Dalla bella Agathe (Saoirse Ronan), che «nonostante tutto è sempre bella perché possiede la purezza», parola del dongiovanni Gustave, al giovane Zero Moustafa, l’esordiente Tony Revolori, ottimo coprotagonista, in grado di fronteggiare magnificamente la geniale interpretazione di Ralph Finnies. Questo ragazzo, di genitori guatemaltechi, incarna alla perfezione, anche per il suo aspetto, quello spirito dell’esule orientale, sradicato, scacciato, perseguitato che vive in tante pagine della letteratura ebreo-tedesca. Roth lo avrebbe senz’altro promosso a pieni voti: un boy al quadrato.
Diamo infine al lettore qualche indicazione sui luoghi in cui la pellicola è stata girata, perché anche questo contribuisce all’atmosfera che abbiamo sin qui descritto. Per gli interni dell’hotel la scelta è caduta sul Görlitzer Warenhaus, un grande magazzino liberty dismesso, a Gorlitz, cittadina tedesca al confine con la Polonia. Il castello tedesco di Osterstein a Zwickau è l’ambiente della prigionia di Monsieur Gustave. Infine lo Zwinger di Dresda, complesso barocco che ospita parte delle collezioni museali statali della città, è il luogo nel quale si consuma il truce assassinio dell’avvocato, nonché esecutore testamentario, dell’anziana nobildonna di cui è in ballo l’eredità.

(Di Claudia Ciardi)


                                 


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«Non è la vita di Sándor Márai ad aver attraversato il secolo, ma la deriva storica del ‘900 che lo ha trascinato nel gorgo aperto al suo passaggio. Quegli ottantanove anni sembrano doppiare tutte le contraddizioni vissute dall’occidente, fino a trovare una singolare e beffarda coincidenza nella fine: il 9 novembre 1989 cade il Muro di Berlino; qualche mese prima lo scrittore si uccide con un colpo di pistola. Alla soglia del ventesimo anniversario dalla morte di Márai e dalla notte in cui l’Europa ha composto la grande divisione provocata dalla seconda guerra mondiale, un fatto strano, che suscita inquietudine, sembra in qualche modo ricordarci quanto la vita dell’artista ungherese sia entrata nell’ossatura degli eventi, facendo i conti fatalmente con le brusche e spesso violente svolte della contemporaneità».

1 maggio 2014

Edvard Munch - 150



Vale senz’altro la pena spendere qualche parola sulla mostra di Edvard Munch (1863-1944), allestita a Palazzo Ducale a Genova per il 150° anniversario della nascita del pittore, che chiude i battenti proprio in questi giorni. Quello presentato è un Munch meno conosciuto e per certi versi inedito. È l’artista disegnatore, geniale creatore di incisioni, nelle quali si scorgono prove altissime di molti dei soggetti rappresentati su tela. L’intera sua produzione ammonta a 1789 opere censite. L’opera grafica, per lo più eclissata dalla forza dei dipinti, costituisce un grande bacino di idee nel quale Munch ha elaborato non pochi temi che alimentano il suo percorso artistico. Viceversa, da alcune tele ha in molti casi ricavato delle serie grafiche che gli hanno permesso di esplorare un identico soggetto, mettendone a fuoco possibilità e varianti. Questo modo di lavorare si nota ad esempio in Chiaro di luna, tela del 1893, e nelle omonime xilografie degli anni successivi. Restio a separarsi dalle sue tele – e comunque bisogna attendere il primo decennio del Novecento perché si celebri il vero e proprio riconoscimento della sua arte – è per lo più la vendita delle litografie a procurargli i proventi necessari al suo mantenimento. 
Tra il 1903 e il 1907 Munch si divide tra Berlino e Parigi, partecipando a tutti i maggiori eventi artistici delle due capitali europee. Nel 1908 è costretto al ricovero in un ospedale di Copenahgen per disturbi nervosi; dimesso l’anno seguente, inizia a meditare di ritirarsi in patria. A partire dal 1916, anno dell’acquisto della tenuta di Ekely, vicino Oslo, Munch si costruisce un eremitaggio, per poter vivere immerso nella natura e circondato dalle proprie tele. Non accettava visite, con due sole eccezioni per uno spedizioniere e il pittore danese Pola Gauguin. Quasi tutti i locali della casa erano occupati da materiali di lavoro, compreso il famoso fienile, privo di copertura, nel quale i dipinti giacevano esposti alle intemperie e dove l’artista stesso era solito intrattenersi con le caviglie affondate nella neve. Questa consuetudine naïf di mischiare letteralmente i suoi lavori agli elementi naturali, un procedimento che lui amava definire “cura da cavallo”, era stato inaugurato per la prima volta durante gli inverni trascorsi a Berlino dal 1892 al 1896. Stando a quel che Munch dichiarava al riguardo, il suo intento era verificare la resistenza del colore e allo stesso tempo stabilire un legame tra opera e ambiente: ne scaturisce una esposizione, ai nostri occhi del tutto bizzarra e inconsulta, di tele letteralmente appese ai rami degli alberi, trasportate sulla sabbia dei fiordi, posate sulle chiome dei cespugli, abbandonate a paesaggi innevati.  
Il pregio della rassegna genovese è mostrarci, da un punto di vista meno noto, i centri radiali dell’originalità pittorica di Munch, a partire dai suoi primi passi nell’ambiente artistico di Kristiania (Oslo). Il padre avrebbe voluto che frequentasse la Scuola tecnica ma dal novembre 1880, sotto l’influsso della zia materna, appassionata di disegno, e dei paesaggisti di Oslo, matura definitivamente la decisione di diventare pittore. Nell’autunno del 1882, prende in affitto, insieme a altri sei studenti di arte, uno studio in viale Karl-Johan, la strada più bella del centro cittadino. Inizia a cimentarsi in vedute urbane, nature morte, scorci paesaggistici: questi esordi sono di grande pregio e vi si intravedono motivi che torneranno nell’opera più tarda. Emblematici gli oli su cartone del Giardino con casa rossa, apparentemente incentrati su un idillio campestre, ma a ben guardare turbati da un’atmosfera che getta sull’osservatore un senso di disagio e impotenza: la casa, collocata sullo sfondo, sembra farsi largo a fatica tra la vegetazione; il giardino è incolto, alberi e piante tentacolari si tendono verso le architetture in un abbraccio soffocante. La ‘casa rossa’, struttura attorno alla quale si addensano inquietudini e visioni interiori, e soprattutto l’utilizzo in tal segno della campitura rossa, cuore vivo e martellante dentro il quadro, si impongono come motivi che avranno la loro piena celebrazione in La vite rossa (1898) e in La casa rossa (1926-1930). Nella prima tela, la vite è un tutt’uno con la facciata, di cui lascia fuori soltanto le finestre: la pianta, che non pare affatto una pianta, ma una enorme macchia di colore che occupa il centro del quadro, leviga e sovverte la nostra percezione della casa come universo rassicurante e pare un’emanazione dei pensieri del volto ritratto in primo piano. Nella seconda, la casa rossa è ancora una volta in posizione arretrata. Le pennellate sono più veloci, perfino abbozzate, tetto e facciata paiono quasi schiacciarsi l’una sull’altra e i colori formano un continuum cromatico con il terreno e il tronco del grande albero che occupa la destra del quadro e pare sul punto di inglobare l’intera la rappresentazione. Il debito con la pittura di Paul Gauguin è evidente. Come lui, Munch pensava che la natura non fosse il punto d’arrivo ma un mezzo attraverso cui esprimersi.
Il passaggio di Munch a Berlino non è indolore né privo di conseguenze per le sorti della pittura. L’artista norvegese è entrato nella storia dell’arte per aver gettato i semi dell’espressionismo e proprio la trasferta nella metropoli tedesca, con tutto il clamore che suscita, mette una seria ipoteca sull’affermarsi della nuova avanguardia. Il 5 novembre 1892 si inaugura al Verein Bildender Künstler di Berlino una mostra personale di Munch con 55 dipinti. L’esposizione causa una levata di scudi da parte della critica più ortodossa che giudica il pittore un “imbrattatele”, suscitando l’immediata reazione delle autorità, le quali decidono la chiusura della mostra il 12 novembre. Il “caso Munch”, esploso nel giro di una settimana, porta il pittore alla fama. Da allora la sua ascesa non conoscerà più battute d’arresto. Nel frattempo, dietro impulso di Max Liebermann, ben 65 artisti “moderni” protestano contro la Große Berliner Kunstausstellung che aveva rifiutato i quadri di Walter Leistikow (amico di Munch che nel 1902 gli dedica una litografia in cui lo ritrae con la moglie). Per solidarietà nei confronti del collega si risolvono ad abbandonare l’Accademia statale, dando vita alla cosiddetta Secessione di Berlino. Tra i suoi esponenti ricordiamo Lovis Corinth, Max Klinger, Oskar Kokoschka, Käthe Kollwitz, Walter Leistikow e lo stesso Edvard Munch. Il gruppo esporrà a Berlino, Dresda, Düsseldorf, Monaco, Copenhagen, Breslavia e continuerà a essere vitale fino ai primi anni del Novecento.
Durante il soggiorno berlinese Munch frequenta la birreria-circolo letterario «Zum Schwarzen Ferkel», luogo d’incontro di scrittori e critici favorevoli alla proposta delle avanguardie. L’influsso esercitato da Munch in Germania sarà durevole quanto dirompente. Nell’aprile del 1902,  presenta per la prima volta il Fregio della vita alla quinta mostra della Secessione. L'evento suscita vivo interesse, soprattutto tra i giovani pittori del Nord Europa. In questo stesso periodo si procura una macchina fotografica e inizia a farsi autoscatti, tutti sovraesposti, duplicando nelle immagini scattate il suo stile pittorico fluido e trasfigurante. Intanto la relazione con la sua storica modella, Tulla Larsen, termina in modo drammatico. La donna vorrebbe essere sposata per creare una famiglia ma lui fugge il matrimonio come una condizione limitante del suo percorso artistico. L’ennesima discussione sull’argomento sfocia in una lite violenta e Munch si ferisce alla mano sinistra con un colpo di pistola. Verso la fine dell’autunno, a causa di un problema alla vista, raggiunge l’oculista e amico Max Linde a Lubecca. Costui gli commissiona una serie di ritratti dei suoi familiari. Munch realizza così i disegni e le acqueforti che costituiscono il Portfolio Linde.
E qui tocchiamo uno dei vertici della mostra di Genova. Le acqueforti dei Linde sono delle pietre rare e preziosissime all’interno della produzione munchiana. Di fronte alle consuetudini familiari l'artista non si muove fino in fondo a proprio agio, e anche nei ritratti il disegno lascia spazio a ombre ed è rivelatore delle ansie che circondano la vita domestica. Un esempio particolarmente significativo è La madre e il bambino che piange. Ma ancor più è all’aperto, nel parco di villa Linde che l’artista lascia correre la sua immaginazione. Il giardino si popola di enormi piante dall’aspetto lugubre e fantastico. Ne scaturiscono scenari inconsueti e notturni sognanti come nel magnifico Giardino di notte. Nel portfolio non c’è praticamente spazio per la serenità ed è un fatto che, subito dopo la partenza dai Linde, Munch lavori alle scene di Spettri, opera teatrale di Henrik Ibsen composta nel 1881.
Più o meno in questo stesso torno di anni l’artista si dedica a incisioni che per la scelta dei soggetti e per le modalità con cui vengono realizzate comportano un rovesciamento degli schemi rappresentativi tradizionali. La litografia Dopo la festa (1898-’99), mette al centro una comitiva i cui membri hanno l’aria di coboldi stretti tra un gendarme e un’ombra che non lascia scampo. Una simile atmosfera di oppressione la si può leggere sui volti di Il pescatore e sua figlia (acquaforte del 1902) e Il tavolo da roulette (1903).
A parere di chi scrive il bilancio dell’evento genovese è dunque estremamente positivo perché ha il merito di aver raccolto un patrimonio di opere disseminate per lo più in collezioni private e perciò misconosciute al largo pubblico. Un percorso stimolante in grado di suscitare numerose riflessioni e anche qualche utile ripensamento sulla creatività del grande artista norvegese.

(Di Claudia Ciardi)


Vite rossa
Catalogo:

Edvard Munch – Palazzo Ducale, Genova, 2013-2014, Gruppo 24 Ore Cultura

In questo blog:

«Nato il 14 luglio 1892, secondo di sette figli, a Baumgarten, sobborgo agricolo di Vienna. Il padre Ernst, d'origine boema, era un orafo. La madre Anna Finster, viennese di modeste origini, sognava di “calcare il palcoscenico” come cantante lirica. Aveva due fratelli artisti: Ernst pittore e Georg orafo, al quale si devono molte cornici di metallo di suoi dipinti. Klimt è stato l’spiratore e il fondatore della Secessione viennese, istanza di quel modernismo europeo che ebbe tra i suoi protagonisti di spicco personaggi come Jan Toorop, Fernand Khnopff, Koloman Moser, e soprattutto l’amico di tante avventure intellettuali e progettuali, Josef Hoffmann».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo».


Da sinistra: Elsa Glaser, Jappe Nilssen, Albert Kollmann, Christian Gierloff e Edvard Munch a Kristiania (Oslo) nel 1913

28 aprile 2014

Strade


Foto di Claudia Ciardi ©

Un tempo le strade erano buone amiche e riuscivano pure a dispensare qualche gioia. Ai primi caldi si camminava volentieri tra i vicoli, sotto i muri che con naturalezza sfoggiavano il belletto degli anni. In quel groviglio di crepe e mattoni, da dove l’intonaco era spontaneamente saltato giù, ci si sentiva ospiti desiderati; uno sconforto, una confessione, un amore avrebbero trovato lì un solerte spirito della pietra, disposto quanto mai all’ascolto. Ogni davanzale, ogni scalino, la più insignificante breccia schiusa su una parete, perfino le tristi bocche di lupo, dietro i cui spazi ciechi si smarriva il selciato, accoglievano il cuore del passante e lo stringevano a sé con indulgenza.
Gli scantinati in cui guardavo erano parte dei regni della mia infanzia. Mi donavano le mie prime vertigini, e quando mi lasciavano, non raramente avevo nostalgia di provarle ancora. Capitava così un’altra passeggiata nella via meravigliosa, io stringevo leggermente il corpo a quello di mia madre e facevo domande incomprensibili sulle aperture che bucavano la strada, come altrettanti sentieri che si sarebbero potuti esplorare; l’eco di questa curiosità dura ancora dentro di me.
E mi ricordo anche certe bottegucce di artigiani che lavoravano vicino al fiume, silenziosi occupanti di fondi ai piedi dei palazzi storici, risparmiati alla fredda imponenza dei piani superiori. C’era un orologiaio col pizzetto caprino, una banderuola arruffata sulla scheggia del mento, la pelle scura e rugosa e una lente cerchiata di nero perennemente attaccata all’occhio. Quando arrivava qualcuno le sue mani subito si slanciavano verso il sacchetto che il cliente aveva con sé, mani piccole, bianche e scattanti che con soccorrevole determinazione estraevano l’oggetto bisognoso di cure. Si avvicinava il bottone metallico all’orecchio, dopo averlo ritualmente scosso tra due dita, e per un attimo restava in ascolto, come il medico ascolta il cuore di un paziente. Se il caso era ritenuto grave, allora si poteva vedere un fremito attraversare il corpo dell’anziano, poco prima di emettere la diagnosi. Se invece era di immediata soluzione, armeggiava per qualche momento con pinzette, forcine, soluzioni lubrificanti, spennellava, lucidava, caricava finché la cassa ticchettante faceva ritorno spensierata nella sua custodia. Ogni tanto in vetrina comparivano delle pendole e tutto il vano era improvvisamente soggiogato dal sinistro beccheggiare di quelle arche resuscitate.  
Poco più avanti, il negozio di vernici teneva a bella mostra il catalogo sopra il bancone, la proprietaria lo sfogliava con professionale lentezza, facendone schioccare le pagine, mentre io m’incantavo a ogni rettangolo di colore che per qualche attimo fluttuava nell’aria. Sui barattoli era disegnato un cigno, la mia fantasia lo trasportava in placidi laghetti e giardini proibiti, ma non so perché mi faceva anche ricordare di un povero pavone con la coda spelacchiata, un animale che sotto il peso dei suoi incalcolabili anni si trascinava in un cortile a pochi metri dall’idillio fatato.
Amavo gli angusti quadrati offerti dall’incontro dei vicoli, amavo le storie che vi si raccoglievano come pellegrini intorno a un altare, aspettavo con avidità di sentire il rumore dei portoni spinti sui cardini, per inventare le mie storie. In città questi spazi li chiamano chiostre, ma gli adorati popolani che m’insegnarono la parola adesso non ci sono più; dalla mia infanzia queste sillabe mi si sono strette al collo come il più caro degli abbracci, e se ora mi visitasse una delle voci da cui ascoltavo quella lingua per me straordinaria la riconoscerei senza indugio fra centinaia. Negli angoli delle strade si aprivano antri, dove prendevano campo suppellettili, arnesi, imballaggi, stoffe, mondi prodigiosi legati alle improbabili esistenze che li possedevano. E quando da Battellino si tostava il caffè, l’aroma si spandeva in tutti i vicoli, restandoci per una buona mezz’ora; dalle mie finestre allora vedevo carovane e attendamenti e carichi di spezie, e la bottega diveniva un favoloso suq in mezzo alla città.
Ma più di chiunque altro, inconfessabilmente, tutti aspettavamo una donna vestita di lana nera, il corpo appesantito, le mani tozze, mani da lavorante; così conciata, nella lunga gonna, coi capelli mossi e corvini in dispetto all’età, avrebbe anche potuto essere una zingara o un’indovina. A ogni autunno la caldarrostaia piazzava il robusto paiolo sotto i loggiati, attizzava la brace e girava, girava, incrociando in quel gesto lo sguardo dei passanti che cuoceva là dentro come una luna di pasta messa a lievitare. Anno dopo anno a me sembrava che la vecchia mestasse insieme ai suoi frutti meravigliosi anche un po’ della mia vita, qualcosa di me scivolava via, si ribellava e subito svaniva, al pari delle braci sollevate in aria dai capricci del vento.    
Le strade ora indossano panni diversi ma in realtà sono irrimediabilmente invecchiate. Se torno a visitarle quasi non le riconosco. Qui, come altrove, hanno lavorato di compasso e squadra, tagli e rifiniture che raggelano, il dialetto non suona più come una volta nelle bocche dei nuovi bottegai, pochi, ordinati abitatori di locali alla moda. Anche i vicoli sono vuoti. Appartengo all’ultima generazione di ragazzi che ha saputo giocare, ridere a crepapelle, battersi, correre tra queste pietre, quando ancora se ne stavano al loro posto rotte e magnifiche. Il nostro nascondino copriva tutto il quartiere, il fiato ci mancava, sudavamo, urlavamo, cantavamo sguaiati e di tanto in tanto una mamma avanzava a grandi falcate per riprendersi il figlio, e ci gridava l’irripetibile perché lo avevamo portato sulla cattiva strada. Tutti prima o poi abbiamo rimediato una brutta caduta, ma ci si rialzava sempre fieri e più alti di qualche spanna. E quel senso di assoluta paura e appagamento quando strisciavo a terra per intrufolarmi in un magazzino abbandonato, mi è stato fedele compagno in anni assai più seri e atrocemente uguali. Dopo metri e metri fatti gattonando al buio, col terrore di essere scoperti, sbucavamo nel cortile di un palazzo, allora le nostre mani sporche e doloranti si cercavano, tremavamo frastornati, ubriachi per l’impresa e restavamo così, in silenzio, a cavalcioni di un tempo eterno.

 (Di Claudia Ciardi)



      Genova – Carruggio con vetrata, traversa di Canneto il Curto (zona S. Lorenzo) - Foto di Claudia Ciardi ©

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