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22 maggio 2017
Dal taccuino giapponese (III)
19 gennaio 2016
Follia ragionante
Una
pisana, una nobildonna o forse solo un’eccentrica con una sbalorditiva
attitudine al racconto, venne ricoverata alle Ville Sbertoli di Pistoia, noto
manicomio cittadino, per un caso di follia ragionante. È codesta affezione una
psicosi paranoide contrassegnata da delirio lucido in cui il patrimonio
intellettivo del paziente si mantiene integro. In pratica la signora aveva la
parlantina sciolta, e per una pulsione che la dominava fin dalla gioventù
inventava di sana pianta delle storie, associando con cinica abilità gli
elementi più improbabili, tanto per vedere l’effetto che facevano. E
completamente assorbita da questa occupazione, tormentava qualsiasi malcapitato
incrociasse la sua strada. Ma presto il passatempo divenne crudele, millantava,
sproloquiava, insomma un’astiosità di fondo volse al peggio i sintomi di un
semplice esaurimento che sulle prime non si pensava sfociasse in complicanze.
Questioni pendenti di eredità e accordi matrimoniali saltati, causa il
pervicace disimpegno degli interessati, aggravarono la signora che quindi
abbracciò il delirio con fatale naturalezza, quasi fosse un amico per
innumerevoli anni atteso sulla panchina di un giardinetto. Presumibilmente lo
stesso del ricovero in cui era alloggiata. E in effetti per il modo in cui il
corteggiatore si era presentato, non poteva dirsi proprio un tipo comune. Fin
dal primo appuntamento quel farfallino per traverso e i capelli arruffati, di
chi non sappia pur con tutte le forze della volontà abbandonarsi al sonno dei
mortali, avrebbe allarmato anche il carattere meno sospettoso di questo mondo.
Ma la signora, no, lo prese sul serio e a differenza degli altri pretendenti si
trovò subito un accordo. Non poté più fare a meno di quei due occhi spiritati,
che riteneva irradiassero su di lei ogni grazia, e anche quel suo gesticolare
nervoso, come di uno che voglia pescar pesci nella nebbia, gli fu caro
quant’altri mai. Nel tipico slancio da donna innamorata, che forse è a sua
volta un piccolo delirio, cui abbandonarsi figura però tra le ragioni migliori
del vivere, se lo prese a modello; non erano trascorse neppure un paio di
settimane dal felice incontro che quella febbre dello sguardo era passata in
lei, e anche i suoi atteggiamenti ora abdicavano alla femminilità per volgersi
a un’insolita, si potrebbe dire perentoria, concitazione. L’indemoniato spense
nella sua dolce metà ogni residua scintilla di un’esistenza normale, e in gran
fretta si celebrò un rito assai più impegnativo, che andava al di là del
riconoscimento terreno sancito dal matrimonio. Del resto, eravamo in presenza
di un’unione di anime. Ma le due entità invece di stare in un nocciolo, come si
è soliti affermare, erano piuttosto l’una dentro l’altra. Il demone occupava
letteralmente il cuore della signora e lo inveleniva pian piano. Credendo lei
essere chiamata alla prova del suo sentimento, si vedeva in obbligo di dare
continue dimostrazioni della propria fedeltà coniugale e, nella fattispecie,
spirituale; pertanto qualsiasi cosa gli suggerisse il malandrino, lo realizzava
con devota alacrità.
I
dispetti si moltiplicarono, non risparmiando nessuno del reparto, neppure quei
pazienti affetti da catatonia acuta con cui dichiarava rapporti amichevoli,
visto che non contraddicevano mai le sue storie. Se ne stavano lì, come seduti
su una nuvola, lo sguardo immobile rivolto alla medesima macchia di umido sulla
parete del refettorio, e lei avrebbe potuto declamare un intero ciclo di poemi
senza che si sollevasse neppure un sopracciglio. Una volta, era di pomeriggio,
fuori pioveva a dirotto e nessuno degli ospiti poteva lasciare la Casa per fare
una passeggiatina all’aperto. Quale favorevole circostanza per dare un pubblico
saggio delle sue doti narrative. Con un salto fulmineo, a dispetto degli anni e
di un robusto accumulo adiposo che le inguainava i fianchi – ma i matti si sa
sono capacissimi di cotali guizzi – saltò su una sedia, attaccando col suo
cavallo di battaglia. Che il padre, uomo di oscuri natali, era stato un grande
viaggiatore e un giorno conobbe la principessa di Beonia, regno del tropico
degli Ossigoti, ed eludendo la guardia di palazzo e l’ottavo senso di un eunuco
che aveva dodici paia di orecchie e altrettante d’occhi, dunque in grado di
discernere quel che accadeva a miglia e miglia di distanza, si trattasse anche
di un brusio fuor di palazzo, sedusse l’infanta. Già al terzo incontro fu
concepita la nostra narratrice, ma siccome durante la gestazione la mamma
ricevette il morso di un aspide tra i più venefici di quell’ignoto continente,
i dotti di corte dissero che per salvarla era necessario asportare il mignolo
del piede del padre. Orrore, costui non era dunque il principe di Bonzo?
Proprio no, piuttosto quel gretto filibustiere di cui tutto si ignorava. E poi,
sommo oltraggio alla corte, con quale inganno si era introdotto nelle segrete
stanze? A rimetterci barba e capelli per primo fu l’eunuco, visto che altro non
gli si poteva chiedere, avendolo già sacrificato da tempo. Considerato che le
cose volgevano al peggio, quella notte il suo valido papà scappò insieme
all’amata. L’eunuco ridotto in ceppi si accorse del piano ma nulla poté. I suoi
rantoli furono attribuiti all’opera del barbiere. Insomma lei era nobile per
diritto d’un mignolo e chi metteva in discussione questa storiella se la
sarebbe vista con quel tale di Bonzo o con l’impostore o chi per loro.
La
signora dal sangue blu e dalla burrascosa fantasia che dentro vi scorreva,
prese fiato. Ma giusto un attimo, non avessero a pensare che le sue deliranti
capacità mostravano segni di guarigione. Avrebbe voluto quindi dedicarsi alla
seconda parte del suo cimento, e tuttavia l’imponderabile che è sempre in
agguato, rivelando un singolare fiuto per il genere delle stramberie, si inserì
nel corso degli eventi. Sarà stato che del temporale non si udiva ormai più
nulla e che i degenti mostravano segni di impazienza, sarà bastata quell’infima
variazione di luce – la cartella clinica della signora parlava chiaramente di
marcata fotosensibilità – o l’accenno di uno sbadiglio, accompagnato da una
rumorosità giunta come eccessiva all’udito ipersensibile di una psicotica,
fatto sta che la fiaba non venne in alcun modo proseguita. L’espressione della
narratrice subì una terribile metamorfosi, livida e affilata come un’arpia si
raccolse tutta in se stessa con l’intento di sferrare chissà quale attacco. La
sua voce, che fino ad allora aveva conservato un’innocua monotonia, piombò
addosso all’imbelle uditorio peggio di un turbine. E quali sconcezze pronunciò.
O se preferite, quali non profferì nelle allucinate battute di quella crisi.
Nessuno fu risparmiato. Né fu l’unico episodio di quel tenore.
Qualcuno
dei catatonici, a essere sinceri, mostrò anche segni di risveglio. Forse quella
foga mai sperimentata prima li disarcionò dal loro torpore. E da un simile
punto di vista, quel delirio si sarebbe dovuto semmai benedire. Ma nulla, le
regole sono regole anche dentro un manicomio. Si decise perciò il ricovero in
isolamento. Qui ebbe inizio l’attività più inquietante della nostra amica.
Il
demonietto che aveva determinato l’oscuro coagulo nella mente della
malcapitata, continuò a lavorare di cesello. Quando si rendeva necessaria una
visita per accertarsi delle condizioni della paziente, la nostra eroina metteva
in campo tutto il suo genio malato per confondere, sviare, turlupinare
l’esaminatore. Aveva un ascendente, lo sapeva bene, e il suo mentore non
perdeva occasione per rammentarglielo. Non si faceva problemi a usarlo nel modo
più miserevole. Con limpide argomentazioni, che non sarebbero sfigurate in
bocca a un principe del foro, si divertiva a evidenziare come ognuna delle frasi
pronunciate dal dottore di turno si prestasse a un’interpretazione ambigua, a
tratti ridicola, e non poggiasse su alcuna base logica. La solidità di quelle
clausole, peraltro indecorosamente approssimate, e qui non mancava neanche di
dare lezioni di stile, non era più solida della follia che le veniva
attribuita. Ribatteva punto per punto, con ostentato rigorismo, finché il
dottore svilito chiedeva l’aiuto di un collega e tutto ricominciava daccapo. Ma
perché restasse una traccia tangibile delle sue ragioni, dopo averci pensato su
diverse nottate, si risolse a infrangere il regolamento. E siccome tutto quello
su cui s’incaponiva lo otteneva senza difficoltà, tanta era l’energia che
impiegava nell’esasperare le sue vittime, eccola di nuovo all’opera. Stavolta
era in gioco quasi il tradimento dello sposo, sebbene per una giusta causa. Con
diverse moine e lamentele, alternate a promesse di non meglio precisati favori
carnali, manipolò un anziano inserviente d’indole abbastanza eccitabile quanto
fedele, il quale mosso a compassione le regalò carta e penna, oggetti
severamente vietati nei casi di esaurimento e psicosi.
Ora
poteva finalmente denunciare l’ingiustizia del mondo, che è la vera follia, il
vero scandalo dei tempi e che senza provvedere a se stesso, tormenta dei
poverini, innocenti al paragone di un’onta così spropositata.
La
storia di F. R. allietò non molto tempo fa un pranzo tra amici in quel di
Pistoia e ricordo benissimo come l’ironia dei miei commensali non mi dette
tregua per un pezzo. A loro dire manifestavo con il caso spudorate affinità.
Prima di tutto l’origine, e la comunanza del luogo di nascita si sa è di per sé
un elemento contaminante. Ciò vale anche per il posto che in un certo periodo
della nostra esistenza ci troviamo a frequentare. Insomma il fatto che per un
lustro o giù di lì mi sia accaduto a intervalli di tempo di aggirarmi per le
vie comunali di Pistoia, ha contribuito a oliare il sospetto. I presenti
avevano bell’e celebrato nel tumulto altrettanto instabile delle loro teste le
nozze spirituali tra me e la povera matta di questa storiella. Restando ai
sacramenti, i luoghi ci avevano in certo modo battezzate, così anch’io
presentavo quei sintomi polemici, biliosi, irriverenti, destinati
all’inevitabile mortificazione della mia femminilità. E questo per regio
decreto del pubblico maschile che, è risaputo, sulle questioni dell’altro
sesso inclina facilmente al radicalismo. Non era neppure un caso che si fosse
venuti a conoscenza del fatto proprio nel corso del nostro pranzo. Che a
qualcuno fosse balenata l’idea di aprire quel tomo di cronache manicomiali, da
tempo immemore abbandonato in un angolo della panca su cui sedevamo, era di per
sé la conferma di una comune ascendenza che aspettava un pretesto per
palesarsi.
Se
sollecitati nella giusta misura, gli uomini riescono a eccitare le loro facoltà
con maggior successo di una chiromante. Anche qui, nulla di nuovo. Perdonate la
divagazione. È che da tempo avrei desiderato anch’io un atto di difesa contro le
accuse di follia che mi son sentita muovere e che ho sentito muovere a tanti,
dimostrando in maniera irrefutabile la perenne infermità della razza umana e la
natura contagiosa dei loro difetti che alcuni pretendono di attribuire ad
altri, essendo invece patrimonio collettivo.
(Di Claudia Ciardi, gennaio 2016)
*Insieme ai precedenti qui pubblicati, Risus abundat!, Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, Taboga, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata ad Einbahnstraße di Walter Benjamin.
10 ottobre 2014
Piero Bigongiari – Cento anni di poesia
(Di Claudia Ciardi)
Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari
Piero Bigongiari, Giovinezza a Pistoia, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Nuova Compagnia editrice (Comune di Pistoia), 1994
L'ermetismo al Caffè Giubbe Rosse di FirenzeBibliografia:
Una città rocciosa e altri frammenti di un'autobiografia, a cura di Elena Dei, Via del Vento edizioni, 1994 (ristampa 1998)
Nel giardino di Armida e altre prose memoriali, un racconto e una poesia, a cura di Roberto Carifi, Via del Vento edizioni, 1996 (fuori catalogo)
L'azzurro, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Via del Vento edizioni, 1991 (ristampa 1999)
Le mura di Pistoia, Mondadori, 1964
In questo blog:
Il cielo sopra Pistoia
Link correlati/ Related links:
Biografia sul sito di Paolo Fabrizio Iacuzzi
Piero Bigongiari nell'Enciclopedia Treccani
7 ottobre 1997 - La morte di Bigongiari su «Il Corriere della Sera»
Un ricordo del poeta su «Italies» - 9/ 2005
Il Comune di Lucca per Piero Bigongiari
Nel centenario della nascita - le iniziative alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia
Piero Bigongiari in Via del Vento
Foto di Alessandro Andreini ©
28 febbraio 2014
Wunden der Welt - Ferite del mondo
Ultimi giorni per visitare la mostra ospitata dalla Biblioteca S. Giorgio di Pistoia, Wunden der Welt – Ferite del mondo, nella quale sono presenti alcuni degli scatti che letteralmente hanno scritto la storia del fotoreportage dalle zone di guerra.
(Testo di Claudia Ciardi)
Biblioteca S. Giorgio (01.02. – 02.03.2014)
Stig Dagerman, Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario, a cura di Fulvio Ferrari, Lindau, 2007
Titolo originale: Tysk Höst!
Related links:
Offizielle Webseite/ Sito ufficiale - Wunden der Welt
Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, 2012
Appunti sulla teoria della distruzione di Claudia Ciardi - Helios Magazine
In questo blog:
Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck
Los desastres de la guerra
«A compendio delle riflessioni che caratterizzano il centenario della prima guerra mondiale, riproponiamo la recensione che abbiamo dedicato alle acqueforti di Francisco Goya, raccolte sotto il titolo di Los desastres de la guerra, pubblicate in volume da Abscodita nel 2011».
August Sander - Antlitz der Zeit
«A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini».
8 luglio 2013
Il suono della montagna - Der Klang des Berges
Il suono della montagna - Der Klang des Berges
Il tempo si offre a chi, nel silenzio,
saluta tutti, a chi diventa una cosa sola
con la fiamma e con lo spazio, colui che non ritorna
che non è qui e tuttavia lo può
si offre a chi non è diventato niente
ed è chiamato con nomi di animali
e solo così è riconosciuto
piange con tutte le creature
e piange con tutti i sassi e le pietraie
con i laghi e le locuste
ed è così che egli è.
*****
I fitti castagni irrompono dalla terra
e si portano con sé le nebbie dell’est,
con gli animali che offrono il sangue,
la brughiera passata da una lama
e i pellegrini che hanno voci irriconoscibili,
che hanno dentro la propria malattia.
Sono stranieri che hanno lasciato terre,
bestie che divennero purissime,
templi che fanno una cosa sola
con le rocce dove furono costruiti.
Cover, Le Lettere ©
Il villaggio dei lama morti*
Cover, Via del Vento edizioni ©
Feng Shui
*****
«Mi metto a osservare la linea dell’orizzonte e i miei piedi sono ben saldi su un sentiero sterrato. L’argine coronato dai canneti scende ripido fino al fiume. Torpide facciate restano in silenziosa attesa alle mie spalle; somigliano a vecchie tartarughe che dopo un secolo e più tornano per necessità e nostalgia alle rive dove il loro viaggio è cominciato. Queste case vegliano un tempo sprecato, le loro stesse architetture confinano altrove, in uno spazio che rinuncia ai suoi contorni. Qui tutto sembra chiedere: quanto ancora?Dove la strada sale leggermente, prima del sentiero, due esili colonnini custodiscono il passo e contemplano il misero lastricato. Le rade pietre aggredite dagli anni giacciono rugose e quasi dissolte, grezzi monili usciti dalla tasca di un mercante. Vi si cammina come in un giardino di ex voto. Sasso dopo sasso ci si accorge che non si avanza soltanto: nulla è destinato a rimanere uguale. Ecco quel che ci viene offerto in questi pochi metri, tra il candore levigato di un paio di cippi e l’occhio di una lampada chinata come un ramo, sola superstite reliquia della prima illuminazione cittadina. Allora le luci erano coperte con bianchi cappucci e somigliavano a pallidi bucaneve. Queste lanterne ammiccavano gentili, spandendo un’aria turchina attorno al loro morbido copricapo, misteriose fioriture dei vicoli.In quest’angolo sboccia adesso l’ultima crisalide. Illumina una traballante scaletta, un portone verde la saluta poco più in alto, e così pure fa il tetto di una baracca, dove un gatto nero ama sostare. Là davanti un debole alberino trema insieme alla sua ombra. La sera diviene perfino umano. Ha una sua voce il frusciare delle foglie che si accompagna al dolce dondolio del giovane fusto e al chiaro delle rade finestre.Guadolongo ha nome quest’ansa solitaria e selvatica, e nelle sillabe è racchiusa la cadenza del luogo. Le Apuane navigano nell’incanto dell’inverno, arca innevata e magnifica, giace da qualche parte il candore di San Matteo, emanazione della pura luce che indugia lassù, e il Duomo quasi specchio delle cime. Con identica forza, nel medesimo contrasto mi si offrì anni fa la vista del Gran Sasso, bianco, immobile vegliardo davanti al verde Adriatico trascinato dal vento. Senso d’infinita pace che scuote e protegge, che ho ritrovato guardando la montagna pistoiese e la culla dell’Abetone. E sempre, anche quando ero lontana, ho avvertito l’aria che entra in questa taciturna città dell’interno e s’ingolfa agli incroci dei vicoli, visitando i muri secolari, forzando i portoni, spazzando i cortili; io so che è il suo respiro. Dall’alto inviolato delle balze cala sulle cime rotonde e sui colli, visita i quieti paesini, custodisce i piccoli cimiteri di campagna e viene in città, striscia sulla Sala, si mischia agli aromi del mercato, si attacca ai vestiti e dà stordimento. Questo è il mio Taishan, in ognuno di questi paesaggi io ho la mia montagna incantata, le sue notti risuonano in me e i miei sogni sono vicini ai suoi».
(Claudia Ciardi, Guadolongo, febbraio 2013)
Erich HeckelSpaziergänger am Grunewaldsee, 1911Tempera auf Leinwand
















