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22 maggio 2017

Dal taccuino giapponese (III)


«Sulle montagne, là ci si sente liberi»

«In the mountains, there you feel free»

Thomas Stearns Eliot, La terra desolata [The Waste Land], v. 17




I monti da Ripafratta, in viaggio verso Lucca, 26 dicembre 2015


  
Campiglia Marittima, panorama dalla rocca, 16 ottobre 2016



Le Apuane da San Giuliano Terme, in viaggio verso Pistoia, 17 maggio 2017



Le Apuane dal Guadolongo, con la caratteristica cuspide del Pisanino, camminando sotto un cielo temporalesco, 20 maggio 2017



Le Alpi orientali, in viaggio verso Mantova, 20 maggio 2016


19 gennaio 2016

Follia ragionante




Max Klinger, Primo intermezzo


Una pisana, una nobildonna o forse solo un’eccentrica con una sbalorditiva attitudine al racconto, venne ricoverata alle Ville Sbertoli di Pistoia, noto manicomio cittadino, per un caso di follia ragionante. È codesta affezione una psicosi paranoide contrassegnata da delirio lucido in cui il patrimonio intellettivo del paziente si mantiene integro. In pratica la signora aveva la parlantina sciolta, e per una pulsione che la dominava fin dalla gioventù inventava di sana pianta delle storie, associando con cinica abilità gli elementi più improbabili, tanto per vedere l’effetto che facevano. E completamente assorbita da questa occupazione, tormentava qualsiasi malcapitato incrociasse la sua strada. Ma presto il passatempo divenne crudele, millantava, sproloquiava, insomma un’astiosità di fondo volse al peggio i sintomi di un semplice esaurimento che sulle prime non si pensava sfociasse in complicanze. Questioni pendenti di eredità e accordi matrimoniali saltati, causa il pervicace disimpegno degli interessati, aggravarono la signora che quindi abbracciò il delirio con fatale naturalezza, quasi fosse un amico per innumerevoli anni atteso sulla panchina di un giardinetto. Presumibilmente lo stesso del ricovero in cui era alloggiata. E in effetti per il modo in cui il corteggiatore si era presentato, non poteva dirsi proprio un tipo comune. Fin dal primo appuntamento quel farfallino per traverso e i capelli arruffati, di chi non sappia pur con tutte le forze della volontà abbandonarsi al sonno dei mortali, avrebbe allarmato anche il carattere meno sospettoso di questo mondo. Ma la signora, no, lo prese sul serio e a differenza degli altri pretendenti si trovò subito un accordo. Non poté più fare a meno di quei due occhi spiritati, che riteneva irradiassero su di lei ogni grazia, e anche quel suo gesticolare nervoso, come di uno che voglia pescar pesci nella nebbia, gli fu caro quant’altri mai. Nel tipico slancio da donna innamorata, che forse è a sua volta un piccolo delirio, cui abbandonarsi figura però tra le ragioni migliori del vivere, se lo prese a modello; non erano trascorse neppure un paio di settimane dal felice incontro che quella febbre dello sguardo era passata in lei, e anche i suoi atteggiamenti ora abdicavano alla femminilità per volgersi a un’insolita, si potrebbe dire perentoria, concitazione. L’indemoniato spense nella sua dolce metà ogni residua scintilla di un’esistenza normale, e in gran fretta si celebrò un rito assai più impegnativo, che andava al di là del riconoscimento terreno sancito dal matrimonio. Del resto, eravamo in presenza di un’unione di anime. Ma le due entità invece di stare in un nocciolo, come si è soliti affermare, erano piuttosto l’una dentro l’altra. Il demone occupava letteralmente il cuore della signora e lo inveleniva pian piano. Credendo lei essere chiamata alla prova del suo sentimento, si vedeva in obbligo di dare continue dimostrazioni della propria fedeltà coniugale e, nella fattispecie, spirituale; pertanto qualsiasi cosa gli suggerisse il malandrino, lo realizzava con devota alacrità.
I dispetti si moltiplicarono, non risparmiando nessuno del reparto, neppure quei pazienti affetti da catatonia acuta con cui dichiarava rapporti amichevoli, visto che non contraddicevano mai le sue storie. Se ne stavano lì, come seduti su una nuvola, lo sguardo immobile rivolto alla medesima macchia di umido sulla parete del refettorio, e lei avrebbe potuto declamare un intero ciclo di poemi senza che si sollevasse neppure un sopracciglio. Una volta, era di pomeriggio, fuori pioveva a dirotto e nessuno degli ospiti poteva lasciare la Casa per fare una passeggiatina all’aperto. Quale favorevole circostanza per dare un pubblico saggio delle sue doti narrative. Con un salto fulmineo, a dispetto degli anni e di un robusto accumulo adiposo che le inguainava i fianchi – ma i matti si sa sono capacissimi di cotali guizzi – saltò su una sedia, attaccando col suo cavallo di battaglia. Che il padre, uomo di oscuri natali, era stato un grande viaggiatore e un giorno conobbe la principessa di Beonia, regno del tropico degli Ossigoti, ed eludendo la guardia di palazzo e l’ottavo senso di un eunuco che aveva dodici paia di orecchie e altrettante d’occhi, dunque in grado di discernere quel che accadeva a miglia e miglia di distanza, si trattasse anche di un brusio fuor di palazzo, sedusse l’infanta. Già al terzo incontro fu concepita la nostra narratrice, ma siccome durante la gestazione la mamma ricevette il morso di un aspide tra i più venefici di quell’ignoto continente, i dotti di corte dissero che per salvarla era necessario asportare il mignolo del piede del padre. Orrore, costui non era dunque il principe di Bonzo? Proprio no, piuttosto quel gretto filibustiere di cui tutto si ignorava. E poi, sommo oltraggio alla corte, con quale inganno si era introdotto nelle segrete stanze? A rimetterci barba e capelli per primo fu l’eunuco, visto che altro non gli si poteva chiedere, avendolo già sacrificato da tempo. Considerato che le cose volgevano al peggio, quella notte il suo valido papà scappò insieme all’amata. L’eunuco ridotto in ceppi si accorse del piano ma nulla poté. I suoi rantoli furono attribuiti all’opera del barbiere. Insomma lei era nobile per diritto d’un mignolo e chi metteva in discussione questa storiella se la sarebbe vista con quel tale di Bonzo o con l’impostore o chi per loro.
La signora dal sangue blu e dalla burrascosa fantasia che dentro vi scorreva, prese fiato. Ma giusto un attimo, non avessero a pensare che le sue deliranti capacità mostravano segni di guarigione. Avrebbe voluto quindi dedicarsi alla seconda parte del suo cimento, e tuttavia l’imponderabile che è sempre in agguato, rivelando un singolare fiuto per il genere delle stramberie, si inserì nel corso degli eventi. Sarà stato che del temporale non si udiva ormai più nulla e che i degenti mostravano segni di impazienza, sarà bastata quell’infima variazione di luce – la cartella clinica della signora parlava chiaramente di marcata fotosensibilità – o l’accenno di uno sbadiglio, accompagnato da una rumorosità giunta come eccessiva all’udito ipersensibile di una psicotica, fatto sta che la fiaba non venne in alcun modo proseguita. L’espressione della narratrice subì una terribile metamorfosi, livida e affilata come un’arpia si raccolse tutta in se stessa con l’intento di sferrare chissà quale attacco. La sua voce, che fino ad allora aveva conservato un’innocua monotonia, piombò addosso all’imbelle uditorio peggio di un turbine. E quali sconcezze pronunciò. O se preferite, quali non profferì nelle allucinate battute di quella crisi. Nessuno fu risparmiato. Né fu l’unico episodio di quel tenore.
Qualcuno dei catatonici, a essere sinceri, mostrò anche segni di risveglio. Forse quella foga mai sperimentata prima li disarcionò dal loro torpore. E da un simile punto di vista, quel delirio si sarebbe dovuto semmai benedire. Ma nulla, le regole sono regole anche dentro un manicomio. Si decise perciò il ricovero in isolamento. Qui ebbe inizio l’attività più inquietante della nostra amica.
Il demonietto che aveva determinato l’oscuro coagulo nella mente della malcapitata, continuò a lavorare di cesello. Quando si rendeva necessaria una visita per accertarsi delle condizioni della paziente, la nostra eroina metteva in campo tutto il suo genio malato per confondere, sviare, turlupinare l’esaminatore. Aveva un ascendente, lo sapeva bene, e il suo mentore non perdeva occasione per rammentarglielo. Non si faceva problemi a usarlo nel modo più miserevole. Con limpide argomentazioni, che non sarebbero sfigurate in bocca a un principe del foro, si divertiva a evidenziare come ognuna delle frasi pronunciate dal dottore di turno si prestasse a un’interpretazione ambigua, a tratti ridicola, e non poggiasse su alcuna base logica. La solidità di quelle clausole, peraltro indecorosamente approssimate, e qui non mancava neanche di dare lezioni di stile, non era più solida della follia che le veniva attribuita. Ribatteva punto per punto, con ostentato rigorismo, finché il dottore svilito chiedeva l’aiuto di un collega e tutto ricominciava daccapo. Ma perché restasse una traccia tangibile delle sue ragioni, dopo averci pensato su diverse nottate, si risolse a infrangere il regolamento. E siccome tutto quello su cui s’incaponiva lo otteneva senza difficoltà, tanta era l’energia che impiegava nell’esasperare le sue vittime, eccola di nuovo all’opera. Stavolta era in gioco quasi il tradimento dello sposo, sebbene per una giusta causa. Con diverse moine e lamentele, alternate a promesse di non meglio precisati favori carnali, manipolò un anziano inserviente d’indole abbastanza eccitabile quanto fedele, il quale mosso a compassione le regalò carta e penna, oggetti severamente vietati nei casi di esaurimento e psicosi.
Ora poteva finalmente denunciare l’ingiustizia del mondo, che è la vera follia, il vero scandalo dei tempi e che senza provvedere a se stesso, tormenta dei poverini, innocenti al paragone di un’onta così spropositata.
La storia di F. R. allietò non molto tempo fa un pranzo tra amici in quel di Pistoia e ricordo benissimo come l’ironia dei miei commensali non mi dette tregua per un pezzo. A loro dire manifestavo con il caso spudorate affinità. Prima di tutto l’origine, e la comunanza del luogo di nascita si sa è di per sé un elemento contaminante. Ciò vale anche per il posto che in un certo periodo della nostra esistenza ci troviamo a frequentare. Insomma il fatto che per un lustro o giù di lì mi sia accaduto a intervalli di tempo di aggirarmi per le vie comunali di Pistoia, ha contribuito a oliare il sospetto. I presenti avevano bell’e celebrato nel tumulto altrettanto instabile delle loro teste le nozze spirituali tra me e la povera matta di questa storiella. Restando ai sacramenti, i luoghi ci avevano in certo modo battezzate, così anch’io presentavo quei sintomi polemici, biliosi, irriverenti, destinati all’inevitabile mortificazione della mia femminilità. E questo per regio decreto del pubblico maschile che, è risaputo, sulle questioni dell’altro sesso inclina facilmente al radicalismo. Non era neppure un caso che si fosse venuti a conoscenza del fatto proprio nel corso del nostro pranzo. Che a qualcuno fosse balenata l’idea di aprire quel tomo di cronache manicomiali, da tempo immemore abbandonato in un angolo della panca su cui sedevamo, era di per sé la conferma di una comune ascendenza che aspettava un pretesto per palesarsi.
Se sollecitati nella giusta misura, gli uomini riescono a eccitare le loro facoltà con maggior successo di una chiromante. Anche qui, nulla di nuovo. Perdonate la divagazione. È che da tempo avrei desiderato anch’io un atto di difesa contro le accuse di follia che mi son sentita muovere e che ho sentito muovere a tanti, dimostrando in maniera irrefutabile la perenne infermità della razza umana e la natura contagiosa dei loro difetti che alcuni pretendono di attribuire ad altri, essendo invece patrimonio collettivo.

(Di Claudia Ciardi, gennaio 2016)

 

*Insieme ai precedenti qui pubblicati, Risus abundat!, Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, Taboga, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata ad Einbahnstraße di Walter Benjamin.

  

10 ottobre 2014

Piero Bigongiari – Cento anni di poesia


Il 2014 è l’anno delle grandi ricorrenze. Su tutte il centenario della prima guerra mondiale, di cui quotidianamente si commemorano episodi e protagonisti. Ma vi sono pure i cento anni della fondazione del Caffè San Marco a Trieste, i novant’anni della radio italiana, i venticinque della caduta del Muro di Berlino. La cabala è insolitamente affollata e a ben vedere s’incomoda per fatti non irrilevanti. Tra questi, non sorprenderà incrociare anche la nascita di un poeta, uno dei più grandi del Novecento, sebbene forse non altrettanto conosciuto rispetto a Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo, per citare quattro nomi cui si legano i nostri ricordi scolastici. Tuttavia, si sa, la fama è un capriccio umano e i percorsi che la rivelano sono il frutto di molte variabili. Piero Bigongiari, originario di Navacchio in provincia di Pisa, dove ha visto la luce il 15 ottobre 1914, è noto ai cultori della poesia e agli italianisti – sui secondi spero di aver detto il vero; un po’ meno purtroppo lo è al largo pubblico. Complice per nulla secondaria di questa lacuna, la difficoltà nel reperire i volumi dei suoi scritti: edizioni datate, ristampe inesistenti. Perdita non indolore, perché la lingua poetica di Bigongiari, levigata da straordinaria sensibilità musicale, è tra le più evocative che si siano prodotte nel panorama contemporaneo.
Traduttore dal francese e dal latino, saggista raffinato, profondo studioso di Leopardi, critico d’arte affascinato dal Seicento fiorentino, l’opera densa e non facile di questo poeta ci parla innanzitutto dell’eclettismo del suo ingegno, della versatilità con cui amava arare i campi delle discipline umanistiche. Il bisogno di inscatolare arte e saperi ha imposto alla creatività bigongiariana il frontespizio dell’ermetismo, che rischia però di tener fuori, allontanandole dalla comprensione del lettore, tante altre caratteristiche, magari non immediatamente tracciabili eppure presenti, fermamente attagliate all’impiallacciatura del suo verso. Io che mi sono avvicinata a Bigongiari, com’è mio uso, senza aver perlustrato prima certe tortuosità della critica, ne ho tratto la forza di una poesia pagana. Il sovrapporsi delle memorie crea una fuga di piani, l’evocazione innesca una fluidità temporale che esce da se stessa, annullandosi in una fissità di sapore arcaico, dove l’attimo diviene rivelazione del tutto. 
Fin dalle mie prime letture, che ho avuto la fortuna di coltivare grazie alla ‘scuola pistoiese’ – proprio a Pistoia, tra Via del Vento, la cupola della Madonna dell’Umiltà, viale Arcadia l'immaginario del poeta sviluppa alcune fra le sue più visionarie cadenze –  ne ho ricevuto una lezione di compiutezza assoluta sul modo di esercitare la sensibilità, accordandovi lo strumento della lingua. 
Vogliamo qui ricordarne il genio attraverso gli estratti di alcune lettere inviate all’amico pistoiese Mario Ciattini, figlio del tipografo Alighiero Ciattini che, prima di trasferirsi a Roma, operava in Via del Vento.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari

«I monti stasera sono di cenere e, alle cime, rossi violacei. Ecco, si ghiacciano, si spengono, come un metallo stato al fuoco. Mario, qualcuno, il giorno, muore davvero.
È una cosa impressionante: fa molto freddo, come dopo una fine. Ti assicuro che così padrone di me, tremo. Il gelo è tutto fisico, addio».

Postilla alle sei di sera

«Mio caro Mario,
ecco che torno a scriverti. Fuori piove; sono tanti giorni che questa tristezza s’accumula. Finito il movimento che fa dimenticare, quando mi ritrovo a fare i conti con me solo, sento un po’ di sconforto amareggiare tutto il mio essere. Sono intermittenze del cuore, mali inevitabili dei vent’anni; c’è qualcosa di me che cammina, e qualcosa che resta indietro. Nascono i laghi di nero, le falle. L’uomo non è tutto padrone di sé. Ma chi sa quanto continuerei, che cosa mi verrebbe detto, è meglio scrivere meno – ispirati ».

Pistoia, 17 – 3 – ’34

«Caro Mario,
ti scrivo affogato in una pianura d’inerzia. In questi giorni è venuto il sole con le sue grandi fauci e comincia a divorarmi; in campagna con Cappellini pittore, ho bevuto molta luce, molti tramonti, molti strilli di bambini ammiranti in crocchio davanti ai pennelli di Alfiero, molta acqua scorrente dell’Ombrone, poi a casa mi aggiacco dove mi capita e lì mi prende la disperazione o la mediocrità: tristi cose davvero.
[…]
Io ora vorrei andare a trovare il freddo su su nell’Europa, andare a Berlino, in tutta la Germania, in Danimarca, sul mare Baltico, nella penisola svedese, etc. etc. (aggiungi tu). Vorrei una donna che mi si rivolgesse con la voce di Greta. L’ho vista ancora, in questi giorni, in Romanzo, bellissima. Mi dà una grande dolcezza, una grande forza. Se trovi una bella immagine di lei, mandamela».

Pistoia, 19 – 4 – ’34

«Caro Mario,
le tue lettere sono come gocce di una pioggia malinconica, autunnale. Bellissime, vanno in fondo al cuore, riempiendolo d’amarezza. Tu mi vuoi bene e questo mi consola e mi fa contento. Ma ora debbo fustigarti, non ti devi lasciare afferrare dal male del passato, non devi leggere le mie lettere passate, non devi pensare alle donne che più non è possibile vedere, non devi pensare che le nuvole sono le stesse, le automobili le stesse, i monti gli stessi, gli uomini gli stessi cattivi, crudeli, adorabili. Queste cose la faremo in vecchiaia quando gli occhi non vedranno più e le gambe non si muoveranno e quando il cuore dovrà essere tenuto in riposo per paura della paralisi. Ora no, assolutamente; questo si chiama il male del ricordo, un male paralizzante. Ci dobbiamo prefiggere della mete, allora la vita si riempie, riacquista sangue, colore. Sono contentissimo che tu studi. Bene. Non importa se i libri ti stancano e non li capisci. Sono fenomeni di crescita spirituale».

Pistoia, 23 – 10 – ’34

«Vecchia marmotta infarinata,
domando se questo è il modo di trattarmi. Ti s’è seccato il cuore o il calamaio? Siccome non credo al primo caso, sto per il secondo; ma allora scrivimi col lapis, col carbone, colla macchina da scrivere, con qualunque cosa. Io sono contento che tu sia diventato una persona seria, senza fisime, che tu ti sia accorto quant’è deleterio un vivere troppo emozionale e sensibile, che tu abbia sentito l’odore del vuoto e tu te ne sia ritratto e che ora tu annusi l’odore del pane invece, sono contento di tutto questo e d’altro ancora, che per es. tu legga i nostri classici (sta’ attento però che non solo nel ‘500 c’è gente grande e tutta nostra, gente stupendamente semplice), che tu non scriva (quasi) più, che tu sia più semplice; ma ciò non implica che tu faccia il morto.
Va bene: un po’ di colpa ce l’ho anch’io; ma qualche cartolina ogni tanto ti è venuta: mia, anche se c’era soltanto la firma.
Poi, ho avuto un mese d’esami, qualche linea di febbre, molta pigrizia nel prendere la penna; ma ho pensato a te, che forse stai creandoti una base più solida per quello che verrà, spesso. E tu, vecchio Mario, uomo rugoso e mercante? Avrai avuto e avrai delle distrazioni, o meglio delle occupazioni. Spero che tu non abbia perso quella baldanza del cuore che è giovinezza; fatti soci, imbroglia, fai cosa ti pare, ma soprattutto non perdere l’entusiasmo. Non quello “piro” [dialetto pistoiese per “sciocco”], ma quello più umile, interno. Io, oltre alle solite cose, sono stato a Venezia e Trieste; in questi giorni forse scapperò a Siena, visto che da Roma a Siena la strada è seminata d’ostacoli. Poi non so cosa farò, forse andrò sui monti, perché n’ho bisogno. […]».

Pistoia, 27 – 6 – ’35

Da:
Piero Bigongiari, Giovinezza a Pistoia, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Nuova Compagnia editrice (Comune di Pistoia), 1994

Si veda anche:
Pier Francesco Listri, Ancora fra noi. Piero Bigongiari poeta dell’ermetismo, sull'«Informatore», maggio 2014, p. 43


L'ermetismo al Caffè Giubbe Rosse di Firenze
Bibliografia:

Una città rocciosa e altri frammenti di un'autobiografia, a cura di Elena Dei, Via del Vento edizioni, 1994 (ristampa 1998)

Nel giardino di Armida e altre prose memoriali, un racconto e una poesia, a cura di Roberto Carifi, Via del Vento edizioni, 1996 (fuori catalogo)

L'azzurro, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Via del Vento edizioni, 1991 (ristampa 1999)

Favola e altre poesie scelte, postfazione di Roberto Carifi, cenni biografici a cura di Martino Baldi, scelta della poesie e note alle stesse di Fabrizio Zollo, 2007

Visibile invisibile, Sansoni editore, 1985

Autoritratto poetico, Sansoni editore, 1985

Le mura di Pistoia, Mondadori, 1964

In questo blog:

Il cielo sopra Pistoia






Link correlati/ Related links:

Biografia sul sito di Paolo Fabrizio Iacuzzi

Piero Bigongiari nell'Enciclopedia Treccani

7 ottobre 1997 - La morte di Bigongiari su  
«Il Corriere della Sera»

Un ricordo del poeta su «Italies» - 9/ 2005

Il Comune di Lucca per Piero Bigongiari

Nel centenario della nascita - le iniziative alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia



Piero Bigongiari in Via del Vento  
Foto di Alessandro Andreini ©

28 febbraio 2014

Wunden der Welt - Ferite del mondo



Ultimi giorni per visitare la mostra ospitata dalla Biblioteca S. Giorgio di Pistoia, Wunden der Welt – Ferite del mondo, nella quale sono presenti alcuni degli scatti che letteralmente hanno scritto la storia del fotoreportage dalle zone di guerra.
L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta. È uno scenario lunare quello che trafigge gli occhi dell’osservatore, ovunque, che sia la Germania del ’46 o la Cecenia dei primi anni del duemila; l’impressione davanti a queste immagini è di affondare letteralmente i piedi in un mare di macerie fisiche e emotive. Una collezione di foto d’autore, com’è in questo caso – tuttavia il discorso vale per qualsiasi supporto visivo – è strumento imprescindibile, insieme alla testimonianza scritta, se si è in cerca di comprendere qualcosa oltre la teoria sullo scenario geo-politico più recente. Kryn Taconis, membro della Untergrundkamera, gruppo clandestino che documentava l’occupazione tedesca in Olanda, Werner Bischof, svizzero di Zurigo, impegnato nel racconto della devastazione prodotta dalla seconda guerra mondiale in Europa, Philip Jones Griffiths, secondo Henri Cartier-Bresson il più grande nel rappresentare la guerra dopo Goya, i cui scatti dal Vietnam accesero l’opinione pubblica statunitense, Josef Koudelka, indimenticato narratore della Primavera di Praga, Steve McCurry, il ritrattista della giovane Sharbat, la ragazza afgana incontrata nel rifugio antiaereo di Nasir Bagh (Pakistan 1985), divenuta simbolo di un mondo millenario devastato, che pur in mezzo al male è in grado di mostrarsi fiero, di guardare con forza e intensità chi gli sta di fronte. Sono solo alcuni dei nomi raccolti in questa occasione dall'agenzia tedesca Magnum Photos e dalla scuola di giornalismo Zeitenspiegel di Günther Dahl. La loro opera straordinaria compendia e approfondisce i tanti “viaggi tra le rovine” che si sono fatti nel corso del secolo. Se si considerano letture come la Storia naturale della distruzione di Winfried Sebald o l’Autunno tedesco di Stig Dagerman o C’era una volta una guerra di John Steinbeck, anche se differenti tra loro per genere e dunque per la modalità scelta dai singoli autori nel trattare il personaggio della guerra, non faticheremo a trovare un’immediata consonanza, un’affinità tonale tra tali resoconti e quanto è riuscito a catturare e trasmetterci un obiettivo in prima linea.   
Da una guerra all’altra, cambiano i luoghi e le persone ma la miseria umana si ripete e la riflessione che ne scaturisce è sempre la stessa: di fronte alla violenza, nessun argine tiene. Gli uomini che si aggirano in queste prese ci inchiodano senza scampo alle contraddizioni del Novecento, secolo del progresso scientifico, delle grandi ratifiche in materia di diritti e ambiente, e al contempo fabbrica di sconvolgenti catastrofi.

(Testo di Claudia Ciardi)




Biblioteca S. Giorgio (01.02. – 02.03.2014)


«..Nein, nicht Wunder der Welt, sondern Wunden der Welt lautet der Titel der Ausstellung...» [ Neue O.Z.].
Dalla collaborazione di Magnum Photos e la scuola di giornalismo Zeitenspiegel di Guenther Dahl nasce l'idea di una mostra fotografica che ha per tema immagini dal mondo di luoghi teatro di guerre e catastrofi. Il titolo della mostra usa l'assonanza tra i vocaboli tedeschi: Wunde (Wunden è il plurale), ferita e Wunder, meraviglia, per enfatizzarne il significato.
Organizzatori dell'evento Andrea Holzherr, nata a Tubinga che vive e lavora a Parigi, in collaborazione con il Dr. Ulrich Bausch direttore della Volkshochschule di Reutlingen. L 'allestimento della mostra negli spazi della Biblioteca è a cura del Dr. Thomas Becker direttore artistico della Volkshochschule di Reutlingen.

Unabhängig wollten sie sein, nur der Wahrheit verpflichtet: 1947 gründeten Robert Capa, George Rodger, David Seymour und Henri Cartier-Bresson die Agentur MAGNUM PHOTOS. Bis heute steht dieser Name für das Streben, die Wirklichkeit mit der Kamera zu erfassen und zu verstehen. Die Agentur hat den modernen, unabhängigen Fotojournalismus begründet. Im Zentrum ihrer Arbeit steht bis heute die Berichterstattung über schwere Konflikte.

Ob in Vietnam, Ruanda oder Irak, ob in Beirut, Sarajewo oder Kairo: Magnum-Fotografen waren und sind Augenzeugen der Umbrüche, der Wunden der Welt, wie Henri Cartier-Bresson es ausdrückte. Viele Fotos der Agentur haben sich ins kollektive Gedächtnis der Menschheit eingegraben.

Jetzt gewährt MAGNUM PHOTOS zum ersten Mal einen Blick hinter die Kulissen: Die Wanderausstellung Wunden der Welt zeigt 53 der wichtigsten MAGNUM-Arbeiten aus sechs Jahrzehnten Kriegs- und Krisenfotografie. Begleitende Texte erläutern den Hintergrund der Bilder: Wo und wie sind sie entstanden? Was macht sie so besonders? Welchen Weg haben sie in der Öffentlichkeit genommen? Absolventen der Zeitenspiegel-Reportageschule Günter Dahl haben die Geschichten hinter den Bildern recherchiert und aufgeschrieben.



«I boschi sono i primi e i più veloci a leccarsi le ferite. Certo, qua e là tra le querce si trova qualche cannone inoperoso, con il tubo spezzato che pieno di vergogna e di rabbia guarda fisso il terreno. Gli involucri di piccole auto bruciate ai piedi dei pendii sembrano enormi barattoli di conserve, come se degli indisciplinati giganti campeggiatori avessero sostato in questi boschi che erano i più pretenziosamente ordinati del mondo. Tuttavia la guerra è passata con riguardo tra gli alberi e i piccoli paesi, che hanno vissuto bombardamenti notturni delle grandi città semplicemente come rosse aurore boreali, con il suolo che tremava e porte e finestre che sbattevano. Qualche singola casa è stata colpita per errore e lì si concentra tutta la tragedia del paese. In un piccolo comune sul Weser è stata la casa di un dentista a essere colpita una mattina di primavera durante le visite, e tutti, il medico, l’infermiera e i trenta pazienti, sono rimasti uccisi. Fuori, nel giardino, un uomo camminava avanti e indietro in attesa che estraessero un dente alla figlia, e nella sala d’aspetto c’erano anche la moglie e la madre dell’uomo, che avevano accompagnato la ragazzina per farle coraggio. L’uomo si è salvato per miracolo ma ha perso l’intera famiglia e ora va in giro da un paio d’anni per il paese come una lapide ambulante in memoria della seconda guerra mondiale – quella in memoria della prima si trova in un boschetto tra la sponda del Weser e la prima casa, ed è tuttora l’orgoglio del paese».

Stig Dagerman, Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario, a cura di Fulvio Ferrari, Lindau, 2007

Titolo originale: Tysk Höst!






Related links:

Offizielle Webseite/ Sito ufficiale - Wunden der Welt

Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, a cura  di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, 2012

Appunti sulla teoria della distruzione di Claudia Ciardi - Helios Magazine

In questo blog:
Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck
«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

Los desastres de la guerra
«A compendio delle riflessioni che caratterizzano il centenario della prima guerra mondiale, riproponiamo la recensione che abbiamo dedicato alle acqueforti di Francisco Goya, raccolte sotto il titolo di Los desastres de la guerra, pubblicate in volume da Abscodita nel 2011».

August Sander - Antlitz der Zeit
«A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini».


8 luglio 2013

Il suono della montagna - Der Klang des Berges


Il suono della montagna - Der Klang des Berges

Il tempo si offre a chi, nel silenzio,
saluta tutti, a chi diventa una cosa sola
con la fiamma e con lo spazio, colui che non ritorna
che non è qui e tuttavia lo può
si offre a chi non è diventato niente
ed è chiamato con nomi di animali
e solo così è riconosciuto
piange con tutte le creature
e piange con tutti i sassi e le pietraie
con i laghi e le locuste
ed è così che egli è.

*****

I fitti castagni irrompono dalla terra
e si portano con sé le nebbie dell’est,
con gli animali che offrono il sangue,
la brughiera passata da una lama
e i pellegrini che hanno voci irriconoscibili,
che hanno dentro la propria malattia.
Sono stranieri che hanno lasciato terre,
bestie che divennero purissime,
templi che fanno una cosa sola
con le rocce dove furono costruiti.

Roberto Carifi, «Tibet», Le Lettere, 2011


Cover, Le Lettere ©


Il villaggio dei lama morti
*

«È nostro costume considerare tutte le idee sulla sopravvivenza del corpo come delle leggende, delle puerilità o delle follie. Ma non è in realtà più assurdo che credere che siamo composti di due, tre o molteplici corpi di natura assolutamente separata e che la morte restituisce, per la parte che riguarda ognuno di essi, ai loro destini particolari. Com’è assurdo d’altronde pensare quanto la scienza recentemente ci ha fatto apprendere, che il nostro corpo sensibile e materiale sarebbe un formidabile composto di molecole, separate attraverso spazi immensi, immensi considerata la loro esiguità. E che queste molecole siano trascinate a una velocità prodigiosa all’interno di un corpo che ci sembrava eccezionale per la sua inerzia, ecco qualcosa, appunto, per la quale vale la pena di sprofondarci in abissi di riflessione».

[…]

«In mezzo a un boschetto di alberi completamente spogli a causa del calore e che ergevano da tutte le parti verso il cielo il loro gigantesco tronco calcinato, si elevavano delle specie di enormi alveari, da cui sgorgavano, a tratti, dei rumori di raganella, ardenti onomatopee e curiose melodie. L’aria, intorno agli alveari, era letteralmente oscurata da sciami erranti e neri di zanzare e mosche avvelenate. Vinsi la nausea che mi suscitava un simile spettacolo e penetrai in uno di quegli alveari; e mi accorsi di essere entrato, in realtà, in un tempio, o piuttosto in una sorta di locale, annesso a una lamasseria, dove soltanto un cadavere di Lama, in piena decomposizione, continuava a ricevere le devozioni dei fedeli.
In una specie di nicchia, attorno alla quale erano appesi abiti e oggetti sacerdotali che gli erano serviti in vita, il corpo imbalsamato del Lama si inclinava in un atteggiamento di benedizione, la testa coronata da una sorta di tiara, sulla quale erano dipinte immagini che richiamavano, per il loro colore e le loro posture, le immagini dell’iconografia cristiana».

* Questa breve prosa apparsa nel 1932 nella rivista «Voilà», non è stata da allora più ripubblicata, neppure in Francia.

Antonin Artaud
La razza degli uomini perduti e altre prose
a cura di Pasquale Di Palmo,
Via del Vento edizioni,
collana «I quaderni di Via del Vento»
novembre 2012
ISBN 978-88-6226-065-7



                          Cover, Via del Vento edizioni ©


Il Tao La Via dell’acqua che scorre

Alan W. Watts

«Il problema di districarsi con le variabili è duplice. Primo: come riconosciamo ed identifichiamo una variabile o un processo? Per esempio, possiamo noi pensare il cuore come qualcosa di separato dalle vene o i rami dal tronco? Quali sono le esatte delineazioni che distinguono il processo dell’ape dal processo del fiore? Queste distinzioni sono sempre qualcosa di arbitrario e convenzionale, anche quando vengono descritte con un linguaggio molto preciso, per il fatto che le distinzioni risiedono più nel linguaggio che non in quel che descrive. Secondo: non esiste un limite conosciuto al numero di variabili che possono avere a che fare con un qualunque avvenimento naturale o fisico – come lo schiudersi di un uovo. Il guscio di una conchiglia è duro e definito, ma quando cominciamo a pensare a questo, ci trascina in considerazioni di biologia molecolare, clima, fisica nucleare, tecnica di allevamento, sessuologia ornitologica, e così via fino a quando ci rendiamo conto che questo “singolo evento” dovrebbe – se noi ne fossimo in grado – venir considerato in relazione con tutto l’universo».

[…]

«Per molti anni mi sono esercitato nella calligrafia cinese, ma non sono ancora un esperto in quest’arte, che si potrebbe descrivere come una danza col pennello e l’inchiostro su carta assorbente. Per il fatto che l’inchiostro è soprattutto acqua, la calligrafia cinese – nel suo controllare lo scorrere dell’acqua con il pennello leggero in quanto distinto dalla penna dura – richiede che si segua la corrente. Se si esita, trattenendo il pennello per troppo tempo in un punto, o se si va troppo in fretta, o si cerca di correggere ciò che si è già scritto, i difetti sono troppo evidenti. Ma se si scrive bene si ha allo stesso tempo la sensazione che il lavoro stia avvenendo di per sé, che il pennello stia scrivendo tutto per conto suo – come un fiume, seguendo la linea della minor resistenza, compie eleganti curve. La bellezza della calligrafia cinese è perciò la stessa bellezza che noi possiamo riconoscere nel muoversi dell’acqua, nella schiuma, negli spruzzi, nei vortici, nelle onde, così come nelle nubi, nelle fiamme e nell’ondeggiare del fumo alla luce del sole. I cinesi chiamano questo tipo di bellezza il seguire del li, un ideogramma che originariamente si riferiva alle venature della giada e del legno, che Nedham traduce in modello organico, anche se è assai più generalmente inteso come la ‘ragione’ o il ‘principio’ delle cose. Li costituisce il modello di comportamento che viene fuori quando si è in accordo con il Tao, la corrente della natura. I modelli dell’aria in movimento sono dello stesso genere, ed è per questo che l’idea cinese di eleganza viene espressa con Feng-liu, lo scorrere del vento».




Feng Shui

*****

«Mi metto a osservare la linea dell’orizzonte e i miei piedi sono ben saldi su un sentiero sterrato. L’argine coronato dai canneti scende ripido fino al fiume. Torpide facciate restano in silenziosa attesa alle mie spalle; somigliano a vecchie tartarughe che dopo un secolo e più tornano per necessità e nostalgia alle rive dove il loro viaggio è cominciato. Queste case vegliano un tempo sprecato, le loro stesse architetture confinano altrove, in uno spazio che rinuncia ai suoi contorni. Qui tutto sembra chiedere: quanto ancora?
Dove la strada sale leggermente, prima del sentiero, due esili colonnini custodiscono il passo e contemplano il misero lastricato. Le rade pietre aggredite dagli anni giacciono rugose e quasi dissolte, grezzi monili usciti dalla tasca di un mercante. Vi si cammina come in un giardino di ex voto. Sasso dopo sasso ci si accorge che non si avanza soltanto: nulla è destinato a rimanere uguale. Ecco quel che ci viene offerto in questi pochi metri, tra il candore levigato di un paio di cippi e l’occhio di una lampada chinata come un ramo, sola superstite reliquia della prima illuminazione cittadina. Allora le luci erano coperte con bianchi cappucci e somigliavano a pallidi bucaneve. Queste lanterne ammiccavano gentili, spandendo un’aria turchina attorno al loro morbido copricapo, misteriose fioriture dei vicoli.
In quest’angolo sboccia adesso l’ultima crisalide. Illumina una traballante scaletta, un portone verde la saluta poco più in alto, e così pure fa il tetto di una baracca, dove un gatto nero ama sostare. Là davanti un debole alberino trema insieme alla sua ombra. La sera diviene perfino umano. Ha una sua voce il frusciare delle foglie che si accompagna al dolce dondolio del giovane fusto e al chiaro delle rade finestre.
Guadolongo ha nome quest’ansa solitaria e selvatica, e nelle sillabe è racchiusa la cadenza del luogo. Le Apuane navigano nell’incanto dell’inverno, arca innevata e magnifica, giace da qualche parte il candore di San Matteo, emanazione della pura luce che indugia lassù, e il Duomo quasi specchio delle cime. Con identica forza, nel medesimo contrasto mi si offrì anni fa la vista del Gran Sasso, bianco, immobile vegliardo davanti al verde Adriatico trascinato dal vento. Senso d’infinita pace che scuote e protegge, che ho ritrovato guardando la montagna pistoiese e la culla dell’Abetone. E sempre, anche quando ero lontana, ho avvertito l’aria che entra in questa taciturna città dell’interno e s’ingolfa agli incroci dei vicoli, visitando i muri secolari, forzando i portoni, spazzando i cortili; io so che è il suo respiro. Dall’alto inviolato delle balze cala sulle cime rotonde e sui colli, visita i quieti paesini, custodisce i piccoli cimiteri di campagna e viene in città, striscia sulla Sala, si mischia agli aromi del mercato, si attacca ai vestiti e dà stordimento. Questo è il mio Taishan, in ognuno di questi paesaggi io ho la mia montagna incantata, le sue notti risuonano in me e i miei sogni sono vicini ai suoi».
(Claudia Ciardi, Guadolongo, febbraio 2013) 

Erich Heckel
Spaziergänger am Grunewaldsee, 1911
Tempera auf Leinwand

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