14 novembre 2020

Κρίσις – Cronache dell’economia che non c’è

 

Per il secondo trimestre del 2020 l’Ocse certifica il reddito delle famiglie italiane a meno 7,2%. Nel medesimo periodo il Censis dichiara che sono a rischio chiusura 460.000 imprese. Dati da bollettino di guerra che sicuramente non sono ancora definitivi, in quanto manchevoli delle reali implicazioni delle nuove misure restrittive in vigore da poco meno di due settimane, con conseguente ulteriore rallentamento dei motori economici. La battuta d’arresto portata dall’epidemia negli assetti mondiali ha aggravato un quadro reso instabile da almeno un decennio di crisi, all’interno del quale la situazione greca ha toccato il punto più basso, pagando al contempo il più alto prezzo in termini di depauperamento sociale. Dal 2010 la Grecia vive in bilico, senza aspirazioni né progetti di lungo termine, e poco ha significato l’uscita due anni fa dal programma di austerity. La durata pluriennale di quei piani, l’introduzione repentina di riforme che hanno determinato un taglio netto del potere d’acquisto in ogni ceto, la conseguente prolungata contrazione dei meccanismi produttivi hanno fatto saltare i residui e già fragilissimi equilibri interni, gettando la popolazione in un tunnel depressivo, fatto di vulnerabilità e mancanza di slancio, esponendo il paese al miglior offerente. La Cina ha saputo introdursi sapientemente in queste crepe, prima stabilendo le proprie teste di ponte al Pireo, fiore all’occhiello tra le infrastrutture greche ed hub imprescindibile per il ripristino della via della seta. Poi firmando accordi per la cessione di asset strategici essenziali, come ad esempio quello energetico. Vanno peraltro in questa direzione le recenti aperture del neopremier Kyriakos Mitsotakis, che dopo aver lanciato accuse al suo predecessore Tsipras sulla svendita del paese a Francia e Germania, ha impresso una definitiva svolta a oriente. L’Europa, in una sorta di tacita connivenza che suscita inquietudine, ha lasciato fare, favorendo anzi questa tendenza proprio attraverso politiche antifrastiche rispetto alla capacità di ricucire e ridare linfa al tessuto sociale.
Tanto per ricordare alcune misure che hanno fiaccato il popolo greco creando una pericolosa infiltrazione in una delle frontiere mediterranee più delicate e nodali; fronte all’Asia, spalle ai Balcani con tutto ciò che si sta giocando su queste rotte. Tre bail-out che hanno disposto altrettante tranche di aiuti economici secondo i dettami della Troika. Tali imposizioni si riassumono in privatizzazioni e tagli a tutto il tagliabile. Un greco sorpreso a far legna nei dintorni di Atene disse in quei giorni che ci vuol tempo per abituarsi alla povertà; durante la guerra e nel dopoguerra avevano imparato a gestirla, ma trovarcisi in mezzo da un giorno all’altro significa soccombere.
Dura resistere, la voragine aveva iniziato a inghiottire centinaia di migliaia di vite. Alla fine del 2018, quasi dieci anni dopo la cura da cavallo, il 35% della popolazione era a rischio esclusione sociale (contro il 23% della media europea, comunque un valore alto). Più di mezzo milione di greci, per lo più giovani e neolaureati, ultimi figli di quella borghesia che per un po’ ha potuto contare su qualche rendita di posizione pur ridotta dall’impatto della crisi, sono emigrati. Il calo delle pensioni è stimato tra il 40% e il 60%. Il tasso di natalità è tuttora in caduta libera, il più basso del vecchio continente. Il potere d’acquisto delle famiglie evaporato per più di un 30% rispetto al periodo pre-crisi. L’introduzione di un rigido controllo sui capitali ha comportato fra le altre cose un limite giornaliero al prelievo pari a sessanta euro (rimosso solo a ottobre 2018 con la fine dell’ultimo programma di aiuti). Nei momenti più foschi di quelle imposizioni economiche si vociferò di riformare perfino l’alfabeto greco, troppo difficile, troppo fuori dal tempo, si disse. Se questa non era un’intromissione che andava al di là del rimettere in sesto i conti, come definirla allora? Alla resa economica si puntava anche attraverso una sconcertante resa culturale.

Nel mentre, cosa impensabile fino a pochi anni prima, dal maggio 2016 in accordo col Fondo Monetario Internazionale iniziò una concertazione per l
alleggerimento del debito greco, così da ridare respiro al paese. La questione ellenica si trascinava da così tanto tempo che i creditori avevano cominciato a valutare questa azione. Alleggerire significava ritardare le scadenze dei pagamenti sulle esposizioni che la Grecia aveva nei confronti degli altri paesi europei. Per anni ciò è stato politicamente impraticabile, in particolare per l’opposizione della Germania, che temeva di creare un incentivo perverso ad altri paesi europei. E proprio riguardo il debito tedesco, udite, udite: «Quanto ad affidabilità fiscale, la Germania ha già fatto bancarotta quattro volte. Il suo miracolo economico deve molto al taglio del debito postbellico ottenuto nel 1953. La sua crescita dopo l’annessione della Germania est nel 1990 ha goduto della indiretta ma congrua partecipazione europea al colossale trasferimento dei capitali verso i nuovi Länder, tuttora in corso (una Transferunion interna). Infine, da quando esiste l’euro Berlino non è mai stata sanzionata malgrado abbia violato almeno sei volte le regole di austerità da essa reclamate – tra cui lo stesso patto di stabilità – e abbia spesso ecceduto il limite del 60% fissato dai trattati per il rapporto debito/pil (oggi è al 74,7%). Per tacere del formidabile surplus della bilancia commerciale, squilibrio macroeconomico incompatibile coi trattati». (Dall’editoriale di «Limes», n.7, 2015, pp. 21-22; un numero direi canonico se ci si vuole documentare sulla crisi greca e le sue radici storiche – peccato solo per l’assenza di voci femminili – penso ad artiste, scrittrici, cantanti di rembetiko, in quanto il loro punto di vista avrebbe dato un contributo essenziale all’analisi).
Per ammissione dello stesso Jeroen Dijsselbloem, l’ex capo dell’Eurogruppo che riunisce i ministri delle finanze dei diciannove Stati membri: «Sulle riforme l’Unione Europea ha chiesto troppo al popolo greco in cambio del salvataggio. La loro crisi è stata così profonda che non si può certo definirla un successo».

Dunque, se dopo l’introduzione della moneta unica il risparmio ha registrato un’erosione costante negli anni – si è parlato in un precedente articolo dei rapporti Ires per l’Italia –  mancava un casus belli, qualcosa che mettesse alla prova il sistema. E prima venne la Grecia. Qui si è compreso, come mai in precedenza, che se vivere in un assetto comunitario implica certamente la condivisione delle regole, quelle stesse regole possono arrivare quasi a strangolare se la loro applicazione avviene in esclusiva osservanza ai protocolli, senza essere concertate e mitigate sulla base del problema da risolvere.
Un’Europa che perde pezzi – lo si è visto con Brexit – non la paventata uscita della Grecia, come si diceva all’indomani dell’esplosione del debito greco, ma quella di un paese che nella storia ha sempre mal digerito l’attorialità continentale della Germania e che una volta di più ha preferito guardare alla propria alternativa in materia di commerci e prospettive politiche, il Commonwealth. Un’Europa che annuncia un piano Marshall per fronteggiare la crisi innescata dal coronavirus, ma che rischia fortemente di frammentarsi ancora, sui tempi, l’entità degli aiuti, l’efficacia territoriale, veloce, precisa, consapevole delle difese da mettere in campo, per ora oggetto soltanto di fantasiosi auspici. E sulla quale perciò alleggia, ancora una volta, lo spettro di quei rapaci interessi esterni cui accennavamo nel descrivere la condizione greca. Un’escalation, lo ripetiamo, che non nasce all’inizio di quest’anno segnato dalla pandemia – anche se in molte analisi si è voluta enfatizzare una cesura tra il prima e il dopo, tra numeri che apparivano da boom economico se rapportati con i freni del lockdown, al punto da farci dimenticare quell’incubo quasi ventennale della cosiddetta “recessione in crescita”, su cui alcuni economisti più capaci e lungimiranti hanno provato a richiamare la nostra attenzione. Incubo che in maniera subdola ha preparato il terreno a un divario che se finora è stato in qualche misura relegato a sacche della società indebolite, instupidite e non comunicanti fra loro, corre pericolo, adesso, su numeri estesi e in rapido aumento, di uscire dal quel “caos controllato” e fare massa critica. Critica, crisi. Torniamo alla nota parola strapazzata dal dibattito contemporaneo.
Dal greco κρίνω = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Originariamente di derivazione agricola. Il verbo era infatti utilizzato in riferimento alla trebbiatura, cioè all’attività conclusiva nella raccolta del grano, consistente nella separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula. Da qui derivò sia il primo significato di “separare”, sia quello traslato di “scegliere”. A differenza dell’antico in cui descriveva un momento di passaggio, con le incertezze e aspettative che ciò implicava, nell’uso moderno si è connotata negativamente in quanto indicherebbe il peggiorare di una situazione. Ultimamente abbiamo sentito ripetere fino alla noia che la crisi può essere un’opportunità. Un concetto nobile in sé, ma come tutto ciò a cui si ricorre in misura eccessiva, purtroppo precocemente ammantato di banalità. Visto che la Grecia può essere considerata in maniera inconfutabile la prima esperienza di riassetto economico fronteggiata dall’Ue, e dati gli esiti complessi e poco lusinghieri che ha avuto, giusto per usare un eufemismo, c’è da chiedersi se l’Unione sia davvero pronta alle manovre di largo respiro cui sarà chiamata per la nuova crisi acuita dall’epidemia e che rischia di andare fuori controllo. In questi anni si è detto che c’è stata fin troppa economia, forse invece non c’è n’è stata abbastanza. Mi spiego. Laddove era necessario rimettere in discussione i modelli, la preferenza è stata accordata, per pigrizia e insipienza, ma anche per non toccare certi interessi, a cose note, alle lezioni del passato mentre i nodi che man mano abbiamo scoperto disegnavano scenari inediti, in continuo mutamento. A un certo punto le posizioni hanno iniziato a polarizzarsi, tra economisti osservanti dei metodi tradizionali e studiosi propensi a innovare. Ne sono nate discussioni, polemiche anche accese, in alcuni casi aperture ma tardivamente e sempre senza raggiungere obiettivi comuni. Avremmo dovuto essere incisivi, adattabili, visionari. E soprattutto ritrovare uno slancio politico autentico fuori dalle agende preconfezionate, impugnate a seconda del momento come fossero copioni intercambiabili. Il professor Canfora ha più volte citato la lunga guerra del Peloponneso per descrivere le dinamiche belliche di inizio Novecento. Non tanto due guerre separate da una ventennale crisi economica, piuttosto un conflitto permanente, che per certi versi rassomigliava alla sfibrante lotta intestina in cui la Grecia si dilaniò. Uno spunto che potrebbe tornare utile a descrivere anche le annose contrazioni e contraddizioni di questo inizio millennio, di fronte alle quali finora ci siamo arresi, subendole come fossero una necessità preordinata, anziché provare a convogliarle verso un orizzonte umanamente comprensivo e sostenibile.
Così invece ci ritroviamo frastornati, stanchi e sguarniti davanti alle sfide che ci attendono. La pressione scaricata sulle strutture ospedaliere che sono in questo frangente i bastioni più esposti, è solo uno degli indici che stanno marcando rosso e che ci avvisano che le nostre strutture, quelle costruite a partire dal dopoguerra e l’impostazione che gli abbiamo dato, sono compromesse.
Sviluppare strategie vincenti e vantaggiose comporta sacrifici e soprattutto avere carattere per superare la tempesta, da cui non si uscirà se non profondamente cambiati, il che non basta e non comporterebbe alcun moto in avanti senza il coraggio di prendere in mano questo cambiamento.

(Di Claudia Ciardi)


Per approfondire:

Tra Euro e Neuro. La tragedia greca spacca l’Europa, la Germania domina ma non guida e si scontra con l’America, «Limes» 7, 2015

Il rompicapo Atene sulle scelte di Draghi, «Corriere della Sera», 30 dicembre 2014

L’incognita Grecia scuote l’Europa, «Corriere della Sera», 30 giugno 2015

Il No greco spaventa l’Europa, «Corriere della Sera», 6 luglio 2015

La Grecia un anno dopo, «Il Post», agosto 2016

La Grecia è davvero uscita dalla crisi?, «Money»,  gennaio 2020

Weimar - La tentazione delle similitudini storiche

Luciano Canfora, 1914

Marco Revelli, Poveri noi, Einaudi


Il rompicapo Atene - 2014


6 novembre 2020

I fiori delle Alpi Marittime


Una collana dedicata alle donne e agli uomini che non si sono arresi, ma hanno fronteggiato le avversità della storia prendendo in mano il proprio destino, una rivista, “Camminare”, elogio dell’andar lenti, e poi le narrazioni, i saperi, le vocazioni che contribuiscono a salvare memorie e fisionomia dei luoghi. Fusta, casa editrice con base a Saluzzo, fra le altre sue creazioni ci offre un manuale dedicato alle fioriture delle Alpi Marittime, una miniera di curiosità botaniche, oltre che un atto d’amore verso il territorio, principalmente le valli del Monviso, cui il progetto editoriale si indirizza. Un’idea che mette al centro le persone, i bei caratteri resilienti di questi montanari, la gentilezza caparbia che muove i loro cuori.

I due autori, Iolanda Armand Ugon e Giovanni Manavella, hanno battuto metro per metro da nord a sud il settore occidentale delle Alpi, regalandoci più di duecentocinquanta ritratti floreali, non pochi dei quali di assoluta rarità. Ognuno è inquadrato in una scheda che ne riassume le principali caratteristiche: habitat, sviluppo, diffusione, eventuali utilizzi. Sì, perché se normalmente pensiamo che i fiori non siano edibili, in realtà ci sono diverse specie dalle molteplici risorse. Ad esempio, il lampone, apprezzato per i suoi gustosi frutti, offre foglie e fiori da essiccare per la preparazione di decotti. Con le foglie dell’arbusto è possibile fare una tisana per alleviare mal di gola o diarrea, o realizzare degli impacchi per lenire gli occhi infiammati. Le foglie si raccolgono tra maggio e giugno e si fanno seccare in un luogo areato ed asciutto.L’infuso di foglie di lamponi si prepara con le foglie secche della pianta messe a bagno in una tazza di acqua bollente per 10 minuti. Trascorso questo tempo si può filtrare e consumare il liquido così ottenuto.

Il rabarbaro alpino ha foglie commestibili, che si possono aggiungere all’insalata o bollire, come verdura di accompagnamento – è bene tuttavia non esagerare perché un consumo prolungato ed eccessivo potrebbe risultare tossico. E poi ancora, la lavanda, la viola, il fiore di sambuco, conoscono impieghi alimentari.
I nostri narratori hanno fotografato con estrema cura ogni pianta, dedicandole diversi ritagli e ingrandimenti che ne mostrano nel modo più chiaro possibile l’aspetto di fusto, fogliame, infiorescenza. Un punto di forza non trascurabile per questo libro, dato che di frequente manuali e opere divulgative a tema botanico non prestano la dovuta attenzione alla qualità dell’immagine, spesso rendendo assai ostico per chi legge ed ha poca dimestichezza con la materia memorizzare peculiarità e differenze. Qui l’osservazione in natura è riportata sulla pagina stampata in modo più che soddisfacente.
Esperti di ecosistemi montani, con una pluriennale specializzazione in materia di funghi e mixomiceti, Ugon e Manavella ci accompagnano in una lunga passeggiata sull’arco alpino, iniziandoci alla varietà e ai fragili equilibri di questi ambienti. I mixomiceti studiati dai due ricercatori sono microrganismi originati dalla biomassa di vegetali smossi e marcescenti sotto lo strato nevoso in quelle che convenzionalmente vengono chiamate “vallette nivali”, le aree in quota con maggiore biodiversità. Il termine, coniato  dal  naturalista  svizzero  Oswald Heer (Uzwil, 31 agosto 1809 – Losanna, 27 settembre 1883) ed entrato nella letteratura naturalistica nel XIX secolo, indica gli ambienti d’altitudine in cui scarsa pendenza, andamento dolcemente concavo del terreno ed esposizione a nord o comunque poco soleggiata concorrono  a  favorire  una  lunga  permanenza  della  neve  al  suolo.

Approfondire  le forme di vita vegetali e faunistiche, significa godere di un osservatorio privilegiato per quanto riguarda inquinamento e altre minacce. Dalle più comuni, l’arnica, la genziana, il mirtillo nero, la valeriana di montagna, il timo, l’erba cipollina, alle più rappresentative e, verrebbe da dire, monumentali, ritenute simbolo del Piemonte. Su tutte la poligala, dal gr. πολύγαλον, comp. di πολυ- «poli-» e γάλα «latte», perché si riteneva che stimolasse la secrezione del latte nei bovini e nelle gestanti, secondo l’antica testimonianza di Dioscoride, impiegata soprattutto per le sue proprietà sedative ed espettoranti contro tosse e bronchite, e la sassifraga (spinulosa, brioide, verdazzurra, dei graniti, dell’Argentera), ricca di vitamina C e utilizzabile in quasi ogni sua parte (radice, fiori, foglie fresche).

Opera meritoria, da riscoprire soprattutto in questi tempi che necessariamente sono e saranno segnati da un ritorno ai territori, a modelli sostenibili, improntati alla vicinanza, conoscenza e maggiore osmosi con la natura. I libri di Fusta editore sono disponibili anche presso la Libreria La Montagna di Torino. A dare di tanto in tanto un’occhiata al catalogo, non si sbaglia; valga più di un’esortazione.

(Di Claudia Ciardi)






* Il muscari azzurro fiorisce in pianura, sui lungofiumi, fino a 2000 metri. Adattabile e versatile, nelle zone pianeggianti la sua presenza è più precoce; lo si può infatti osservare già dalla metà di febbraio.

Foto di Claudia Ciardi ©

Libro:

Iolanda Armand Ugon, Giovanni Manavella, Fiori di montagna delle Alpi sud occidentali, Fusta Editore, 2014


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